Love Story... e non è il film con Ali MacGraw

Il mio romanzo era stato spedito alle case editrici e loro dicevano no. La perseveranza mi imponeva di non arrendermi, ma a spronarmi di più, erano le lettere di rifiuto che ricevevo via posta elettronica. Uno screenshot, un sospiro, una lacrima, un lungo pianto disperato e la solita domanda: #pecccchè?
Fatta eccezione di un paio, di cui ricordo solo la durezza e la freddezza di un iceberg, tutte le altre erano caldissime. Si aprivano elencando gli aspetti positivi del mio modo di scrivere: la grande ironia, il modo brillante di argomentare, la comicità degli eventi, ma tutte si chiudevano con un però: è un genere difficile da piazzare, abbiamo già qualcosa di simile. C’era stato addirittura chi mi aveva rifiutato per lo stile simile a quello di Sophie Kinsella. E se lo avevo detto un grande editore: potevo crederci.
Ho continuato a scrivere, sperando che insistere mi desse ragione, ma nella vita, lo sanno tutti: è la fortuna che ti fa svoltare.
L’estate scorsa, Dio decise di mandarmi un segno, anzi, qualcosa di meglio: un importante editore nello stesso albergo in cui alloggiavo.
A informarmi della ‘Sua venuta’ è il direttore con cui sono in confidenza. Mi raggiunge nella hall, bisbiglia, fatico a decifrare, ma le sue sopracciglia — una inarcata, l’altra abbassata — lasciano intendere che l’informazione sia strettamente riservata. Mi fa cenno di seguirlo e ci incamminiamo lungo il corridoio che conduce nel giardino che circonda la piscina, e dopo essersi accertato che nessuno ci stia ascoltando, a bassa voce dice: “La signora Io ho pubblicato i più grandi best-seller è arrivata stamattina.”
Mi metto una mano sulla bocca e mi stampo sul viso un’espressione traducibile in: ‘Miiiiii, non ci posso credere’.
Lui si allontana e io rimango sola con il mio stupore. La voglia di stanarla per farle leggere qualcosa di mio è incontrollabile.
Mi aggiro per l’albergo fingendo di aver perso le bimbe — che nel frattempo sono state messe al corrente e stanno facendo da palo nell’ala sud e nell’ala ovest — ma di lei nessuna traccia.
“Mamma: io non ho capito com’è fatta...” dice Carola, quasi a volersi giustificare per il mancato avvistamento.
“Ce l’ha descritta quattro volte, non hai ancora capito?” interviene Emma per sottolineare la sua mancanza di attenzione. “È un po’ anziana, ha il bastone...”
“Ho capito: l’ho vista stamattina, era in piscina.”
Corro, nella speranza di trovarla ancora seduta su quella sedia, in cui Carola ha aggiunto di averla vista leggere, ma non c’è. Decido di interrompere le ricerche per non sprecare inutili energie.
Dovrò prendere informazioni sulle sue abitudini, sui suoi orari e mentre immagino un incontro che possa sembrare il più occasionale possibile, ricevo una chiamata dal mio agente letterario.
Un altro rifiuto entusiastico che fatico a comprendere e il desiderio di confessarle che il nostro asso nella manica sta facendo le vacanze dove le sto facendo io.
“Potrei avvicinarla, presentarmi e farle leggere qualcosa che ho scritto, è un’opportunità.” le dico eccitata.
“Assolutamente no.”
Che cosa? E quando mi ricapita un’occasione come questa?
“Ma siamo ospiti dello stesso albergo, sarebbe una chiacchierata informale...”
“Potresti infastidirla e visto che la sua casa editrice sta probabilmente leggendo il tuo romanzo ora, non mi sembra il caso di rischiare.”
Lapidaria, irremovibile, severa.
Il dono che mi è stato mandato dal cielo, pare non possa essere accettato per questioni di etichetta.
L’agente letterario deve aver male interpretato il mio entusiasmo o forse, teme che sia disposta a rapire la signora e a chiedere un riscatto alla famiglia, pur di riuscire a pubblicare il mio libro. E anche se il pensiero mi ha sfiorato, preferisco rispettare la sua decisione, confidando nel destino: se Dio l’ha mandata fino a qui, riuscirò a incontrarla.
Passano due giorni e ancora niente.
Ad aggravare la situazione ci si mette pure la sua partenza, prevista per l’indomani.
Ho avuto la soffiata dal direttore, ma il tempo che mi resta non è molto: la mia occasione se ne sta andando. Anche le bimbe sono dispiaciute: “Mamma, dai, non è ancora finita.” mi consola Emma.
Difficile capire se si stia riferendo all’incontro che potrebbe cambiarmi la vita o se, piuttosto, alla mia carriera: ma è inutile sottolineare che i fatti sono strettamente collegati.
Finiamo di cenare e visto l’umore generale, preferiamo rinunciare alla passeggiata in centro e rimanere in albergo a guardare la tv, ma prima, ci servono le chiavi della stanza che abbiamo lasciato in reception.
Le porte che precedono l’ingresso della grande sala luminosa sono a spinta e sono pesantissime, uso tutte e due le braccia per riuscire ad aprirne una, le bimbe mi seguono e raggiungono il banco.
Emma chiede le chiavi, Carola prende una manciata di caramelle e se le mette in tasca. Il mio sguardo furente le fa capire di avere esagerato. Ne ripone la metà dentro l’ampolla da cui le ha pescate e si siede sul divano, guardandomi in modo rassicurante, come a dire: ‘adesso, faccio la brava’. Emma si siede accanto a lei e io cerco di iniziare una conversazione con la receptionist.
Parlo del tempo, del caldo, del sole e del mare, mi trattengo il più possibile sperando di imbattermi nella signora, ma stasera, anche le bimbe sono collaborative. L’unica volta in cui vorrei ripetere all’infinito ‘andiamo’, alla prima chiamata, si alzano e si mettono in marcia senza protestare.
A questo punto, credo che Dio mi stia mandando un premio di consolazione: una melodia.
La sento solo io, ma è la sola che vorrei accompagnasse questo momento tragico: la colonna sonora di Love Story di Francis Lai.
Afferro le chiavi che mi aspettano sul banco da una buona mezz’ora e mentre faccio per andarmene, vedo la signora Io ho pubblicato i più grandi best-seller che sta per entrare.
La provvidenza vuole che abbia qualche difficoltà con il bastone, d’istinto, mi precipito ad aiutarla.
Tiro la porta verso di me, faccio un sorriso, lei mi ringrazia. Poi, si ferma a guardarmi e dice:
“Che bello questo vestito...”
Vorrei specificare che non è un vestito: è una maxi maglia ed è uno dei miei pezzi preferiti di Missoni e sarei disposta a separarmene anche ora, se prendesse in considerazione l’idea di leggere il mio romanzo, ma le parole del mio agente mi frenano e mi limito a rispondere con un timido grazie.
“Mamma, non è ancora detta l’ultima parola.” esordisce Carola, la mattina della partenza della signora.
Forse ha ragione, decido di mettere lo stesso vestito della sera precedente: è un elemento visivo che potrebbe ricordarle chi sono. E anche se Anna dello Russo sostiene che indossare la stessa combinazione due volte di fila non è ammissibile, credo che se si fosse trovata nella mia stessa situazione, la penserebbe in modo diverso.
Raggiungo la terrazza colazioni accompagnata dalle bimbe e seduta al tavolo che sta vicino all’ultimo rimasto libero, c’è proprio la signora.
Sta davanti a una tazza di tè, con lei c’è il sosia di Arnel, il domestico filippino di Zelig.
“Joselito, sei in ritardo...” gli dice con rimprovero.
“C’era traffico signora, il motore ha svampato signora... carico i bagagli e la riporto a casa.”
Si allontana lasciandola sola, noi prendiamo posto al nostro tavolo e la salutiamo. Lei ricambia, ma sembra pensierosa.
Fare la prima mossa non è tra le opzioni disponibili, anche questa volta, dovrò aspettare che sia lei a fare qualcosa, a dire qualcosa e alla fine si pronuncia: “Dovrei andare in bagno.”
Forse è una considerazione fatta ad alta voce, ma se fossi io ad accompagnarla, potrei sfruttare il tragitto per parlarle di me.
Guardo il suo bastone appoggiato alla sedia: e se non avesse bisogno del mio aiuto? E se la mia offerta la offendesse? Meglio aspettare.
Afferro la tazza di caffè, bevo nervosamente e la vedo alzarsi in modo autonomo: impugna il bastone per mantenersi salda, poi, inciampa sul gradino e cade proprio lì: vicino alla mia sedia.
È ancora viva. Una parte di me è sollevata, l'altra vede scemare per sempre la possibilità di praticarle la respirazione bocca a bocca, di salvarle la vita e di riuscire a barattare un salvataggio eroico con la mia pubblicazione.
Mi chino verso di lei e la aiuto a rialzarsi, chiedendole se va tutto bene, ma il gradino l’ha fatta arrabbiare: lo maledice e anch’io lo insulto, cercando di alleggerire il suo imbarazzo.
La accompagno alla toilette, ma il momento che avevo immaginato come l’opportunità di dirle chi sono, dopo la caduta è diventato il più inopportuno.
La vedo partire, vorrei salutarla sventolando un fazzoletto bianco, come si faceva una volta, ma mi guardo da fuori e su quel piazzale di ciottoli bianchi con una lacrima sul viso e le bimbe che mi abbracciano, mi sembra di vivere la scena di un film: La ricerca della felicità. Quella in cui il bambino racconta al papà l’aneddoto del salvataggio.
Un uomo sta affogando in mare, passa una barca e chiede all’uomo:
“Ti serve aiuto?”
E lui: “No, no, Dio mi salverà.”
Passa un’altra barca e chiede all’uomo:
“Ti serve aiuto?”
E lui: “No, no, Dio mi salverà.”
Poi l’uomo annega e va in Paradiso, l’uomo chiede quindi a Dio:
“Perché non mi hai salvato?”
E Dio: “Ma se ho mandato due barche a salvarti, stupido!”
Quello stupido sono io.
Da allora non ho più visto la signora e forse, mai più la rivedrò.
La mia occasione se n’è andata via con lei, ma se ripenso all'episodio nell'insieme, non posso fare a meno di chiedermi: chi lo avrebbe detto che un giorno, uno dei pilastri dell'editoria italiana sarebbe caduto ai miei piedi?
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«Non ce la farete a ricacciarci in casa»: l'editoriale di Silvia Grilli
Le Olimpiadi sono finite ma non riesco a smettere di ascoltare Eileen Gu, un oro e due argenti per la Cina a Milano Cortina 2026. È l’atleta più vincente nella storia dello sci acrobatico, modella, studentessa universitaria a Stanford. Dopo le tre medaglie, ha detto: «Ciò che conta è poter mostrare al mondo ciò di cui sono capaci le donne».
RIPENSO A PIERRE DE COUBERTIN, FONDATORE DEI GIOCHI OLIMPICI, SECCAMENTE CONTRARIO ALLA PARTECIPAZIONE FEMMINILE ALLE OLIMPIADI. Sosteneva che noi servissimo solo a incoronare i vincitori maschi. Vedere gareggiare i nostri corpi sarebbe stato uno spettacolo osceno e inadeguato. Con la sua bellezza e il suo talento, Gu se lo sarebbe mangiato vivo, come si è mangiata il giornalista che, dopo le sue prime due medaglie, le ha chiesto come mai avesse vinto solo l’argento. Lei gli ha riso in faccia con il suo bel viso sfrontato: «Sono la sciatrice acrobatica più decorata della storia, sto compiendo imprese mai fatte prima, mostrando lo sci migliore. La sua prospettiva è ridicola».
LA AMO. SE RICORDO COM’ERO TIMIDA IO A 22 ANNI, MI SENTO MALE. ALLA SUA ETÀ CAMMINAVO RASENTANDO I MURI. NON VOLEVO, NON PRETENDEVO. CI HO MESSO DECENNI A COMPLIMENTARMI (A VOLTE) PER CIÒ CHE FACCIO. ANZI, ANCORA SONO RILUTTANTE. E allora ascolto Gu. Sento la forza di Francesca Lollobrigida, che hanno cercato di ridurre a mamma e basta, perché «campionessa» per una donna è sempre troppo. Sento la gioia portentosa di Alysa Liu, che ha pattinato per se stessa, senza ascoltare nessuno, come voleva lei e ha vinto l’oro. Ascolto la libertà della pattinatrice Amber Glenn, che ci ha incantati al gala finale, e non ha mai smesso di esprimere le sue opinioni: «La gente ritiene che siamo solo atleti. “Pensa al tuo lavoro”, dicono. “Non parlare di politica”. Invece no, la politica ci riguarda tutti».
PERCIÒ MI DICO: AL NETTO DI TUTTO, NON VA COSÌ MALE PER NOI DONNE. La parità, con la partecipazione femminile a tutte le gare olimpiche, l’abbiamo raggiunta solo nel 2012. Ma voi avete visto quale spettacolo di forza, di consapevolezza, di autostima, non solo di grandissimo valore sportivo, ci hanno dato queste ragazze?
Sapete che c’è? Togliete pure la parola «consenso» dalla legge sullo stupro, togliete anche le quote rosa dai consigli di amministrazione come stanno facendo in America, lodateci pure solo quando siamo madri, oscurando tutti gli altri talenti. Rappresentateci pure come il vicepresidente americano J. D. Vance, che ostenta in giro la moglie alla quarta gravidanza come lezione di quello che dovrebbero fare le donne: ritirarsi dal lavoro e dare figli alla Patria. CONTINUATE PURE, MA IL SENTIERO È BEN SEGNATO. NON AVRÀ SUCCESSO LA VOSTRA RESTAURAZIONE. LE RAGAZZE NON VI ASCOLTANO PIÙ.
P.S. Gu è nata a San Francisco, ma ha scelto di competere per la Cina, il Paese di sua madre. Vance insiste che dovrebbe rappresentare l’America alle Olimpiadi. Come mai il più sfrenato dei nazionalisti improvvisamente vuole gli stranieri? Gu gli ha risposto: «Grazie J. D., ma se non vincessi non te ne importerebbe». Esatto.
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Grazia celebra Sanremo 2026 con quattro cover esclusive dedicate a Elettra Lamborghini, Malika Ayane, Arisa e Levante
Il nuovo numero di Grazia, in uscita in tutte le edicole e su app dal 26 febbraio, celebra il Festival di Sanremo con uno speciale dedicato alle protagoniste della musica italiana. La rivista diretta da Silvia Grilli propone infatti quattro cover esclusive, dedicate ad Arisa, Malika Ayane, Levante ed Elettra Lamborghini.
“Quattro servizi fotografici esclusivi, quattro interviste, quattro diverse copertine rimarcano la forza di Grazia e il talento di queste artiste. Così celebriamo il rito nazionale del Festival di Sanremo”, dichiara la direttrice Silvia Grilli.
Arisa porta sul palcoscenico la sua vita, tra gioia, dolore e l’oceano della passione, in quella che definisce la sua “favola”. Malika Ayane torna a Sanremo con una canzone d’amore che esplora la scoperta della normalità e della felicità, mentre Levante conquista con la sua passione travolgente. Elettra Lamborghini condivide invece la sua vita da Elettra, tra il cognome che porta e il desiderio costante di superare i propri limiti.
L’edizione di quest’anno è raccontata anche da Carlo Conti, tra le canzoni in gara, i grandi ospiti e le polemiche sul comico Andrea Pucci. Il direttore artistico svela poi la sua formula per lo show italiano più seguito, offrendo un punto di vista esclusivo dietro le quinte della kermesse musicale. Segue Michele Bravi, che torna sul palco dell’Ariston con la canzone Prima o Poi e lo spirito di chi, nell’ultimo anno, ha voltato pagina, andando in cerca di nuova musica e di sé stesso, senza perdere la voglia di emozionare.
Passando alla sezione 10 storie di cui parlare, Grazia affronta temi cruciali dell’attualità - dalle domande che feriscono le donne vittime di abusi al potere terapeutico dell’arte, dal coraggio civile alle riflessioni sulle quote rosa negli Stati Uniti - mentre nell’inchiesta Noi che a 30 anni siamo uniche dà voce ai trentenni di oggi, una generazione che sta ridefinendo priorità, ambizioni e modelli di riferimento, tra carriera, equilibrio personale e desiderio di autenticità.
La moda occupa uno spazio centrale nel numero, in perfetta sintonia con la Milano Fashion Week. Grazia intercetta l’energia e le aspettative di una momento cruciale per il sistema moda internazionale con uno speciale ricco di ispirazioni, tendenze e interpretazioni contemporanee. Dalle suggestioni british al ritorno dell’estetica Anni 70, dal rosso ribelle ai giochi di contrasti più sofisticati, il racconto si sviluppa tra passerelle ideali e street style, accessori e pagine shopping pensate per tradurre i trend in scelte concrete.
Chiudono l’edizione le pagine dedicate alla bellezza, con un focus sul make-up primaverile e sugli incontri che dimostrano come la collaborazione possa diventare forza condivisa.
Ma il Festival e la moda si vivono anche online: sul sito e i canali social di Grazia, i lettori e gli utenti potranno seguire tutto in tempo reale, scoprire il backstage, ammirare i look delle star, approfondire interviste e curiosità dagli eventi più esclusivi e lasciarsi ispirare dai trend della moda, per un’esperienza digitale completa che integra musica, stile e lifestyle e amplifica il dialogo con la fashion week milanese.
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Krug e Max Richter traducono in musica un'annata di emozioni
Un concerto straordinario per celebrare un’annata straordinaria. Siamo nella Roundhouse di Londra, a Camden Town. È il 10 febbraio e seduto al pianoforte c’è il compositore Max Richter, uno dei talenti più acclamati della musica contemporanea.
In prima fila ad applaudirlo ci sono volti noti come gli attori Pierce Brosnan, Lily James e Kristin Scott Thomas, ma anche Olivier Krug, sesta generazione della famiglia e ambasciatore della Maison. Accanto a loro, anzi accanto a ogni componente della platea, ci sono tre calici che verranno riempiti per ogni brano di questa esibizione unica.
Si tratta del nuovo capitolo del viaggio musicale che Krug ha chiamato Every Note Counts, ogni nota conta, affidando a un musicista di fama mondiale il compito di tradurre in musica lo spirito delle sue cuvée.
Richter ha intrapreso un viaggio nel tempo verso un anno straordinario per tanti motivi diversi, il 2008. Ve lo ricordate? L’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, la grande crisi finanziaria globale, Katy Perry che impazzava nelle radio con I Kissed a Girl. Quella del 2008 fu un'annata straordinaria anche in Champagne: nelle campagne francesi l'inverno fu freddo, l'estate clemente, e il sole tornò proprio al momento giusto, in settembre, pochi giorni prima della vendemmia.
«È molto raro assistere a un allineamento dei pianeti così perfetto da offrirci tre “movimenti” nella stessa stagione. La missione di Krug è creare ogni anno una prestige cuvée che sia come una sinfonia, ma non sempre possiamo avere altre storie da raccontare come accaduto nel 2008», dice Julie Cavil, Chef de Cave di Maison Krug. «Le condizioni fresche, i contrasti morbidi e una maturazione lenta e costante hanno permesso alle uve di svilupparsi con un equilibrio e una precisione straordinari. I vini che ne nascono incarnano eleganza, verticalità e un'austera, sottile compostezza».
Grazie anche a quelle uve maturate in una stagione senza precedenti Cavil ha creato tre cuvées: il Krug Clos d'Ambonnay 2008, nato da un solo pregiatissimo appezzamento di Pinot Noir; il Krug 2008, il millesimato che celebra il carattere distintivo di quell'anno particolare; e il Krug Grande Cuvée 164ème Édition, assemblaggio di oltre 120 singoli vini di oltre 10 annate diverse.
Max Richter ha risposto a queste creazioni componendo tre brani musicali originali ispirati a ciascun vino:Clarity, dove i protagonisti sono gli strumenti solisti che raccontano un solo terreno, una singola uva e un singolo anno; Ensemble, un crescendo armonico che suona come un dialogo tra più voci; e Sinfonia, dove la pienezza dell’orchestra va a riecheggiare la ricchezza che compone il Krug Grande Cuvée 164ème Édition.
Per dare vita a questa creazione Richter ha visitato le proprietà Krug a Reims e Ambonnay, in Francia. Ha passeggiato tra le vigne, messo le mani nella terra, osservato la curva della luce che accarezza i grappoli. Cavil ha poi fatto visita alla casa laboratorio del compositore, immerso nella natura dell'Oxfordshire, in Gran Bretagna. Nelle apparecchiature dello studio musicale, nei canali dei mixer, ha quasi riconosciuto i filari delle sue amate vigne.
Entrambi hanno trovato similitudini tra i loro mondi: «Il mio lavoro è fatto di materiali che sono gli stessi da secoli», dice Richter, «è una continua connessione tra il presente e il passato, ma alla fine lavoriamo tutti con ciò che non conosciamo: Julie non sa che cosa la terra darà ogni anno e questo è il prezzo della scoperta. Ed è molto stimolante». Continua Richter: «Il lavoro creativo è come metà di una conversazione. Fai una domanda e aspetti la risposta di chi hai davanti. Quello che ottieni lo chiamiamo cultura».
Il risultato dell’incontro tra cuvées de prestige e musica è ora a disposizione di tutti con il trio di champagne chiamati Krug from Soloist to Orchestra in 2008 - Act 2. Un’armonia nuova che si può cominciare a conoscere guardando il documentario disponibile qui e ascoltare anche sulle principali piattaforme di streaming. Un invito a vivere ogni esperienza con la lentezza che merita. E immergersi nella musica con un calice in mano per sentire profumi tra le note musicali, accompagnati dalla luce che ha dato vita a un'annata indimenticabile.
Nelle foto, dall'alto:
Max Richter in concerto a Londra
Max Richter con le tre Cuvées de Prestige Krug
Max Richter con Julie Cavil, Chef de Cave di Krug
Un'altra immagine del concerto di Londra
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«Sorridi e fa' la brava, sei una donna»: l'editoriale di Silvia Grilli
Alzi la mano la donna che non si è mai sentita dire: «Dovresti sorridere di più». Kaitlan Collins, giornalista dell’emittente televisiva CNN, ha chiesto a Donald Trump: «Che cosa risponde alle vittime di Jeffrey Epstein, che chiedono giustizia?».
TRUMP, CHE COMPARE IN PIÙ DI 5.300 DOCUMENTI DELL’INCHIESTA SULLA RETE DI POTENTI CHE ABUSAVA DI RAGAZZINE MINORENNI, L’HA ATTACCATA: «Sei pessima, la peggiore reporter. Non mi stupisco che la CNN sia così svalutata. È colpa di gente come te».
Rivolgendosi al suo staff e agli altri cronisti, che assistevano senza proferire parola, il presidente ha aggiunto: «Sapete, è giovane». Poi, ancora a Collins: «Non penso di averti mai vista sorridere. Ti conosco da 10 anni. Non ho mai visto un sorriso sul tuo viso».
MENTRE GUARDAVO LA SCENA, MI SONO SENTITA RIBOLLIRE. NON PERCHÉ FOSSE SCONVOLGENTE. MA PERCHÉ NON LO ERA. Alle donne viene insegnato sin da bambine a essere docili, accoglienti, affettuose. Per tutta la vita ci fanno credere che la migliore versione di noi stesse sia fare sentire gli altri a proprio agio.
Sorridere esprime obbedienza. Il presidente avrebbe voluto che Collins lo facesse. SORRIDI, FAMMI CREDERE CHE IO TI PIACCIA. PORGIMI DOMANDE COMPIACENTI COME MI PORTERESTI LA COLAZIONE IN CAMERA.
La nostra società trova sempre giustificazioni ai peggiori comportamenti maschili. Ci sono volute più di mille vittime prima che l’America capisse che il finanziere Epstein non fosse un aitante libertino con amici influenti, tra cui lo stesso Trump. No, era un predatore seriale, con un’organizzazione finalizzata all’abuso sessuale e al traffico di minorenni.
Eppure, ancora oggi il problema non sono il pedofilo e i compagni di merende. Trump zittisce una giornalista che esige da lui la verità. INSEGNIAMO ALLE NOSTRE FIGLIE CHE AVERE UNA VOCE È PIÙ IMPORTANTE CHE ESSERE AMABILI.
Nessuno chiederebbe a un maschio perché non sorride. Un uomo austero è sinonimo di solennità. Ma Collins è una donna. DOVREMMO MOSTRARCI BELLE CONTENTE ANCHE QUANDO CHIEDIAMO GIUSTIZIA PER VIOLENZE SESSUALI. E COMUNQUE NON SAREMMO MAI ABBASTANZA DOCILI DA MERITARE IL PERDONO PER AVER SFIDATO GLI UOMINI.
ALLE LETTRICI E AI LETTORI
Da questo numero, Grazia si rinnova. Rafforza il suo punto di vista, evolve in autorevolezza e ricercatezza. Nell’epoca della velocità dei social media, diventa quindicinale, privilegiando l’affidabilità e la competenza, storie vere e verificate, la moda più desiderabile, il tempo per la lettura. Cambiamo, ma non cambiamo l’anima. Resteremo quello che siamo: amanti della libertà e della bellezza. Buona lettura. Scrivetemi che cosa ne pensate. Un abbraccio.
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