Avevo fretta di crescere

Ester Esposito x Disegual (4)
Ha conquistato le ragazze di tutto il mondo nel ruolo di Carla, la seducente protagonista della serie fenomeno Élite. L’attrice spagnola ESTER EXPÓSITO è diventata un’ icona e incoraggia le coetanee a essere sempre loro stesse. Perché, spiega, anche i suoi sogni si sono realizzati quando ha imparato a volersi bene.

Ha solo 25 anni, ma quando riflette sulla vita e sul passare del tempo è come se ne avesse 20 di più. «Alle ragazze che mi chiedono un consiglio, dico di fare ciò che si sentono, di non ascoltare chi le giudica o le vuole ostacolare. È la chiave della pace con se stesse», mi racconta. «In fondo tutto passa troppo velocemente, niente è davvero importante. Meno peso diamo alle cose, più vivremo nel presente e staremo meglio con noi stessi».

Ester Esposito x Disegual (8)

Sul suo aspetto fisico Ester Expósito, global ambassador di Desigual, qualche tempo fa aveva detto: «Nessuno ha il diritto di chiedermi spiegazioni: è il mio viso e posso farci quello che voglio. In realtà ho solo messo su un po’ di peso. E che ci crediate o meno, le donne, proprio come gli uomini, crescono, cambiano, prendono e perdono chili. Per fortuna: questo significa che siamo vive e non siamo bambole». Una frase diventata lo slogan della campagna Not a Doll di Desigual, che attraverso gli abiti indossati dall’attrice spagnola, dai jeans baggy alle minigonne con tacchi alti, ricorda che una ragazza può essere molte cose diverse. E che ognuna può sentirsi sempre libera.

Tutti la conoscono per il suo ruolo di Carla nella serie Élite. La “marchesina”, una ragazza ricca, seducente, che ha segnato molte ventenni anche in Italia. Quando è uscita la prima stagione, lei aveva 18 anni. Com’è cambiata la sua vita?

«Radicalmente. Mi ha dato l’opportunità di lavorare in altri Paesi, come in Messico, di diventare famosa in molte parti del mondo e di percepire l’affetto di pubblici diversi. Insomma, è stata la realizzazione di un sogno. Ma c’è stata anche l’altra faccia della medaglia: l’enorme esposizione, la perdita della privacy, la pressione sociale. Nel bilancio, ovviamente valorizzo le cose positive, ma non è una professione facile: bisogna prendersi cura anche dell’aspetto mentale. Non bisogna perdere di vista ciò che conta davvero nella vita».

Ester Esposito x Disegual

Ha sempre desiderato fare l’attrice f in da bambina?
«Sì, ma i miei genitori non volevano che lavorassi da piccola, per cui non mi portavano a i casting. Mi hanno, però, sostenuta facendomi frequentare i corsi di teatro. Volevano aspettare che crescessi un po’ e sono loro grata che mi abbiano educata così. A 13 anni ho iniziato a seguire i corsi di una scuola di recitazione più professionale e a 15, con il mio primo manager, ho partecipato a qualche progetto. La mia carriera è cominciata presto: a 17 anni il primo film, poi mi hanno preso per il ruolo di coprotagonista nella serie tv Élite».

Mi racconti della sua infanzia. Com’era da piccola?
«Una che non si è mai sentita bambina: volevo fare subito l’adulta. Sono sempre stata precoce, volevo truccarmi, vestirmi come mia madre, balla- re. E quando i miei non volevano che uscissi con i miei cugini, mi arrabbiavo. Non mi piaceva andare a scuola e facevo fatica a concentrarmi: la mia testa era piena di tante altre cose».

Ester Esposito x Disegual (5)

Se la sua infanzia avesse un sapore e un colore, quali sarebbero?
«La mia infanzia ha il sapore delle fragole, dolce ma anche un po’ acido. E ha il colore giallo, come i miei capelli biondi o il sole sul mare: a Viveiro, in Galizia, dove sono cresciuta, con i miei genitori stavamo in spiaggia fino al tramonto, nella sabbia dorata».

A che cosa non rinuncia quando torna lì, a Viveiro?
«Mangiare negli stessi ristoranti dove andavo da piccola, passeggiare sulla spiaggia con mia non- na, passare del tempo con il mio gruppo di amici di sempre. Poi sentire la forza del mare, che mi lega così tanto a mio padre: è stato lui che mi ha insegnato a fare immersioni».

Una nuova sf ida che vorrebbe affrontare?
«Immergermi con lo squalo bianco, dentro una gabbia, perché bisogna saperli trattare se ti immer- gi senza protezione. Insomma, sono una che ama le emozioni forti».

Lei è diventata famosa dopo Élite anche per serie come Bandidos Qualcuno deve morire. Quale ruolo l’ha cambiata anche a livello personale?
«A parte Élite, che ha lanciato la mia carriera cambiandomi la vita, il film da cui ho imparato di più e che mi ha trasformata anche dal punto di vista personale è El Talento di Polo Menárguez, che uscirà in settembre. Sono la protagonista: una ragazza che suona il violoncello. Per interpretarla ho dovuto imparare questo strumento. È una storia molto intensa, cupa e drammatica».

Ester Esposito x Disegual (3)

È una rivisitazione in chiave contemporanea dell’opera Signorina Else scritta da Arthur Schnitzler nel 1924. La protagonista riceve un’inaspettata tele- fonata dalla madre, che la pone di fronte a una scelta lacerante: salvare la famiglia o proteggere la propria integrità morale.
«È un dilemma universale, che ognuno di noi potrebbe affrontare. Anche per questo il film è molto potente: è sempre accaduto che le persone si trovassero di fronte a una scelta così. Per questo tutti possono identificarsi con la protagonista».

Lei è di ispirazione di molte ragazze: è una donna consapevole di sé e indipendente. Qual è la sua idea di empowerment femminile? Come lo vive nella sua vita quotidiana?
«Penso che l’empowerment sia collegato all’a- more e alla fiducia in sé. Dobbiamo potenziare noi stesse per combattere le disuguaglianze che esisto- no ancora tra i due sessi, il machismo e tutta la violenza che generazione dopo generazione è stata sistematicamente esercitata dagli uomini o dalla società contro le donne. Ognuna di noi deve connettersi con le proprie virtù, i propri punti di forza, abbracciarli. E prendersi cura di sé, trattarsi con affetto, sviluppando così il proprio potere, perché credo che tutti lo abbiamo, ma a volte non lo ve- diamo o non sappiamo come svilupparlo. Per que- sto ci sentiamo piccole e insicure. Credo quindi che l’empowerment femminile significhi imparare a conoscere e usare quel potere interiore che abbiamo».

Ester Esposito x Disegual (2)

Nella vita segue l’istinto? O quando deve prendere una decisione è molto razionale?
«Sono piuttosto razionale, ma sto cercando di connettermi di più con il mio istinto, perché tendo a pensare troppo. A volte va bene essere analitica, ma spesso è stressante e non sempre devi cercare una spiegazione per tutto. Quindi sto cercando di mettere un po’ da parte la mia testa, perché sono troppo mentale, facendomi guidare di più dagli impulsi, vivendo al momento».

Qual è la donna che l’ha più ispirata nella vita?
«Mia madre, perché è intelligente, saggia: imparo sempre tante cose da lei. È come se vedesse la vita nel modo migliore, è in grado di dare priorità e concentrarsi su ciò che conta davvero. Lei si gode ogni momento, apprezzando quello che ha, senza aver bisogno di altro. Non vive, insomma, nel passato o nel futuro, come mi capita a volte. Io penso sempre a quello che succederà domani e questo mi rende ansiosa e, a volte, m’impedisce di godermi il presente».

Ester Esposito x Disegual (6)

Essere libere di esprimersi, senza troppe etichette, è il messaggio della campagna Not a Doll di Desigual di cui è protagonista. Vi si rispecchia?
«Sì, mi identifico perfettamente con il marchio, che ha sempre avuto nel suo Dna la libertà, la freschezza e la ribellione. Questa campagna, in particolare, si rivolge alle donne per incoraggiarle a vestirsi con ciò che piace loro, facendole sentire bene, invece di pensare al giudizio degli altri».

Come riesce a mantenere l’equilibrio tra ciò che è e ciò che la gente si aspetta da lei?
«Cerco di togliermi questa pressione di dosso, perché alla fine so che non piacerai mai a tutti, né puoi pretendere che sia così. Quindi cerco di essere me stessa, nel modo più naturale possibile, grata per il sostegno e l’affetto che ricevo, senza esserne ossessionata. Il mio obiettivo non è mai stato quello di essere ciò che la gente si aspetta da me».

Testo di Marina Speich
foto di Jesús Leonardo

styling di Carolina Galiana

  • IN ARRIVO

Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

  • IN ARRIVO

«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

  • IN ARRIVO

Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

  • IN ARRIVO

Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

jodei-foster
Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».