La tennista Ana Ivanovic: "La vera gara è contro me stessa"

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Intervista esclusiva con la tennista Ana Ivanovic Global Ambassador Shiseido

«È davvero la donna più bella che abbia mai visto». A dirlo non è stato un fan qualsiasi, ma il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha incontrato la tennista Ana Ivanovic tempo fa in una visita d’affari a Belgrado. Ne è rimasto talmente folgorato che, con l’allora premier serbo, invece di discutere d’investimenti, per un quarto d’ora ha parlato solo di lei. L’atleta, 29 anni, global ambassador del marchio Shiseido, è indiscutibilmente una delle più attraenti sportive del mondo.

Ma è anche molto immediata e spontanea, come scopro nel nostro incontro a Verona. Il 2016 è stato un anno anomalo per Ana con poche soddisfazioni sul campo, a causa di alcuni problemi fisici al polso e al piede. Però le ha dato molte gioie in amore: quest’estate, a Venezia, ha sposato Bastian Schweinsteiger, calciatore tedesco, campione del mondo, ora nella squadra del Manchester United.

Per la tennista la stagione del riscatto sportivo ricomincerà fra poco: giocherà il 2 gennaio nel torneo internazionale Wta di Auckland, vinto tre anni fa. Fra poco partirà per la Nuova Zelanda e a Natale passerà forse qualche giorno in Serbia. «Sono sempre in viaggio, mi sento un po’ come una zingara», racconta. «Negli ultimi mesi non ho giocato spesso e sono stata molto a Manchester, accanto a mio marito».



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Nella sua carriera, chi le è stato più vicino della sua famiglia?

«Quando ho iniziato a giocare a tennis, mi seguiva sempre mio padre perché mia madre si dedicava a mio fratello Milos, che oggi ha 25 anni, ha studiato economia e lavora nell’azienda di famiglia. Poi, quando ho iniziato a viaggiare molto, è stata lei a stare con me: parla bene l’inglese. Per un certo periodo ha fatto l’avvocato, ma ha smesso quando il mio Paese è entrato in guerra: c’era molta inflazione, il suo stipendio perdeva continuamente valore e così ha deciso di occuparsi solo di noi». 

I suoi genitori hanno fatto molti sacrifici per lei? 

«Sì, ma anche mio fratello: mia madre viaggiava con me anche per diversi mesi, lui era un bambino, forse avrebbe avuto bisogno di averla più vicino». 

Farebbe come sua madre se, in futuro, suo figlio volesse seguire la sua stessa carriera?

«Sì, anche se mi auguro che non accada, perché quella del tennista è una vita difficile, senza un’infanzia normale». 

Durante la guerra in Serbia, negli Anni 90, lei era una bambina che giocava a tennis in inverno in una piscina vuota. Lo sport è stato un modo per superare questa fase difficile per il suo Paese?

«No. Il tennis sarebbe stata comunque l’isola in cui rifugiarmi. Da piccola ero molto timida, non mi sono mai sentita a mio agio all’asilo e a scuola. Ero una secchiona e nessuno aveva voglia di stare con me. Sono stata un’adolescente noiosa: le cose un po’ pazze non le ho fatte mai». 

Quest’anno, a causa degli infortuni, ha perso qualche posizione nella classifica mondiale. Per una grande tennista è possibile non pensare ai punteggi?

«Ogni tanto ci si può dimenticare della graduatoria, ma non delle sconfitte, spesso dolorose. La gente pensa che tu abbia perso solo una partita. Solo tu sai che il dolore ti ha tolto la fiducia in te stessa».


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È difficile imparare a superare le sconfitte?

«Per me sì: non sono mai andata in classe senza aver studiato. Solo con il tempo ho capito che nel tennis non hai tutto sotto controllo, il tuo avversario può essere in una forma strabiliante, non dipende da te. All’inizio per me perdere significava che mi ero lasciata andare, che ero stata debole. Solo quando ho iniziato ad accettare che potevo essere imperfetta tutto è diventato meno faticoso. Ma sono ancora molto severa con me stessa».  

Riesce a immaginare un mondo senza gare?

«No, competo in qualsiasi cosa, anche quando gioco a carte: se non vinco mi arrabbio».

Grazie al suo esempio e a Novak Djokovic, oggi il tennis è diventato molto popolare in Serbia. Siete amici?

«Sì, da prima che prendessimo una racchetta in mano. Suo zio era compagno di scuola di mio papà e ci siamo conosciuti a 4 anni in montagna in un parco giochi».

Ci ha parlato delle fatiche della sua vita da tennista. Ci racconti almeno un privilegio.

«Avere un massaggiatore personale che ogni giorno si prende cura di me».

Lei è bellissima. Qual è la sua beauty routine?

«Tutte le mattine mi lavo il viso e uso Ultimune Power Infusing Concentrate di Shiseido, un attivatore del sistema di difesa della pelle. Se gioco all’aperto metto anche una protezione solare».

Come si trucca?

«In modo quasi impercettibile: mascara, ogni tanto l’anti-occhiaie e, ovviamente, il rossetto».

Il suo posto preferito per fare shopping?

«New York: quando gioco lì torno a casa con tre valigie in più. Ma di solito sono un’appassionata di acquisti online. A Milano sono venuta solo una volta. La prossima, mi promette di accompagnarmi per negozi?»

Ph. Shiseido Press Office

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«Se non ci importa nulla dei martiri iraniani»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

Perché non ci importa nulla dell'Iran? Perché non riempiamo le piazze a favore della resistenza di un popolo che sfida con straordinario coraggio una teocrazia assassina? Perché non si manifesta nei licei e nelle università per le migliaia di giovani uccisi poiché volevano democrazia e diritti?

Le ragazze e i ragazzi iraniani sognano l’Occidente, i nostri valori, la nostra libertà. Desiderano sciogliersi i capelli, baciarsi, ascoltare musica. Ma non ci siamo commossi per loro come per altre tragedie della storia: Gaza, per esempio.

Mentre reprimeva i suoi cittadini e giustificava un agente che aveva sparato in faccia a una madre sorridente, Donald Trump incoraggiava i manifestanti iraniani a continuare le proteste. Prometteva persino di aiutarli.

Poi ha fatto marcia indietro, distratto da obiettivi più remunerativi: prendersi la Groenlandia e imporre ulteriori dazi ai Paesi europei che hanno truppe nella Terra dei Ghiacci, per esempio. In realtà il nuovo Imperatore del mondo non è mai stato molto preoccupato per le vite degli iraniani o la mancanza di democrazia tra gli ayatollah.

Forse noi non piangiamo i martiri di Teheran perché il regime islamista è avversario di Israele e dell’America, quindi il nemico del nemico diventa quasi amico? Siamo così intrisi di anti occidentalismo? O non ci impicciamo perché se la sbrighino tra loro, con la loro religione? Si liberino da soli, perché mai dovremmo manifestare contro gli ayatollah?

Perché certamente li farebbe sentire meno soli e abbandonati, dico io. Anche il velo imposto alle donne aveva scaldato poco i cuori. Per un certo femminismo, il velo è simbolo di appartenenza e di libera scelta, dimenticando che è prima di tutto strumento del potere maschile.

Ho appena visto il documentario An Eye for an Eye (Occhio per occhio) diretto dalla regista americana nata in Iran, Tanaz Eshaghian. È la storia di una donna che uccide il marito violento dopo anni di feroci abusi. Lei sconta una lunga condanna in carcere e, quando ne esce, deve raccogliere il denaro per risarcire i familiari del morto e non essere mandata al patibolo.

In Iran si applica infatti la legge della vendetta: un omicidio deve essere rimborsato con un’altra vita, fatto salvo il perdono da parte dei familiari dell’ucciso o un risarcimento economico. È un film molto bello, ma non ha neppure un distributore.

Davanti a una semplice espressione di solidarietà per il popolo iraniano, anche il Parlamento italiano si è spaccato. Il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Il Governo, dal canto suo, ha frenato sulla proposta tedesca d’inserire le guardie islamiche nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Ma il silenzio in questi frangenti è complicità. Di fronte alle violazioni dei diritti umani non esistono zone grigie. O si sta con gli eroi iraniani o con le squadracce governative che li trucidano. I cadaveri ammassati come sacchi della spazzatura sulle strade di Teheran sono un avvertimento scritto nel sangue per ridurre al silenzio un popolo giovane che sogna la libertà.

L’arco della storia è lungo, ma tende verso la giustizia. Ricorderà chiaramente questo eccidio. Il punto non sarà se il mondo sapeva. Il mondo sapeva, ma aveva scelto di non vedere.

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Grazia è in edicola con lo speciale Milano Cortina 2026

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Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

La neve, il ghiaccio, il battito del cuore prima della gara. I Giochi olimpici invernali arrivano a casa nostra e Grazia ve li racconta.

Abbiamo parlato con chi sogna l'oro: la sciatrice Sofia Goggia, la campionessa di biathlon Dorothea Wierer, i pattinatori Sara Conti e Niccolò Macii. In più vi faremo conoscere tutti gli atleti e i talenti che inseguiranno l'oro.

Da Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini alla pop star Dua Lipa: vi sveliamo tutti i divi che saranno protagonisti. Inoltre racconteremo come Milano e Cortina e le altre città toccate dalle Olimpiadi cambieranno grazie alle opere realizzate per i Giochi.

La cucina italiana, celebrata come patrimonio Unesco, vivrà ai Giochi con i maestri del gusto, da Davide Oldani a Fabio Pompanin e Graziano Prest.

Anche nelle pagine dedicate alla moda, gli accessori e tessuti tecnici sono i protagonisti di uno stile in sintonia con l’energia dei Giochi invernali. E, nelle pagine dedicate alla bellezza, accendiamo i riflettori sui benefìci della montagna e dell’attività fisica praticata a basse temperature.

Nelle pagine di attualità vi portiamo a Minneapolis per raccontare la nuova guerra civile americana. Lì, dove è stata uccisa Renee Good, gli agenti antimmigrazione continuano a fare arresti indiscriminati con le armi spianate mentre la gente si nasconde.

In primo piano c'è anche l'Iran, dove si teme che siano oltre 16 mila i ragazzi uccisi nelle proteste contro il regime islamista. Grazia vi porta nelle storie di alcuni di loro per raccontare quell’amore per la libertà che l’Occidente deve proteggere.

Fenomeno Timothée Chalamet: con il film Marty Supreme, ora nelle sale, l’attore potrebbe vincere l’Oscar. A Grazia chi ha già visto il film racconta perché il divo ci conquisterà nel ruolo di un campione di ping pong che ci invita a non arrenderci mai.

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Jessie Buckley e Paul Mescal: "In Hamnet siamo i coniugi Shakespeare"

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Jessie Buckley è una forza della natura. A 36 anni l’attrice irlandese ha appena vinto un Golden Globe per la sua interpretazione intensa in Hamnet - Nel nome del figlio, film che a sua volta ha trionfato come miglior dramma ai Golden Globe. Diretto dalla regista Premio Oscar Chloé Zhao, prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes e al cinema dal 5 febbraio, racconta la passione di una coppia diversa dalle altre, quella di William Shakespeare e di sua moglie Agnes (Anne Hathaway), straziata dalla morte del figlio Hamnet. Un dolore profondo, da cui nascerà il capolavoro Amleto: «La nostra è una versione diversa da quelle accademiche che studiavamo a scuola», racconta Paul Mescal che interpreta il Bardo. 

«Vedendo il mio Shakespeare direte: ‘Somiglia alle persone creative che conosco’». Buckley si dice entusiasta di aver dato voce «a una delle tante donne la cui voce e la cui storia sono state messe da parte». Poi sottolinea: «A volte come donna forte sei etichettata come dura, ribelle, o provocatoria, questa storia invece racconta come la feroce tenerezza femminile possa davvero trasformare la cultura, il linguaggio, le relazioni. Non si tratta di essere mascoline, o di stare sulla difensiva. La forza di una donna viene dalla sua tenerezza».

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«F*cking b*tch. Brutta stronza, ubbidisci o muori»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

L’agente anti-immigrazione Jonathan Ross ha ucciso a sangue freddo con tre colpi di pistola alla testa la cittadina americana Renee Good a Minneapolis.

Dopo averla finita, le ha urlato «brutta stronza», come abbiamo visto in un video diffuso dall'amministrazione Trump, che voleva dimostrare che il miliziano avesse sparato per legittima difesa a una terrorista interna.

Ma lei non era una terrorista e quelle non sembrano le parole di un uomo che aveva paura per la sua vita, piuttosto di un maschio furioso perché quella donna aveva osato sfidarlo.

Nel filmato, girato dallo stesso Ross che in una mano tiene il cellulare e nell’altra la pistola, si vede l’auto di Good ferma in mezzo alla strada. Lei abbassa il finestrino e, sorridendo, dice all’agente mascherato: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te».

Qualche momento dopo la donna, che aveva ricevuto da un miliziano l’ordine di andarsene e da un altro quello di scendere, riparte sterzando a destra per evitare d’investire Ross, che le sta davanti armato. L’uomo grida, lascia cadere il cellulare e spara. Renee muore, l’auto va a sbattere contro un’altra macchina. L’assassino urla: «F*cking b*tch». Poi procede a passo spedito verso il suo automezzo, mentre i colleghi mascherati impediscono ai medici presenti sul posto di soccorrere la vittima. 

“Gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, le donne hanno paura che gli uomini le uccidano”, dice la scrittrice Margaret Atwood, autrice di un libro portentoso che racconta un’America in qualche modo simile agli Stati Uniti della presidenza di Donald Trump. 

Ho sperato anche questa volta che il grande Paese delle libertà non fosse diventato quest’America. Ho visto i vari video, girati da testimoni oculari, che mostrano da diverse angolazioni questa esecuzione pubblica su una strada di Minneapolis. Ho ascoltato le testimonianze, trasmesse dalle televisioni americane, di chi si trovava sulla scena dell’omicidio. Purtroppo, questo è un atto gravissimo.

La vittima era una madre di tre figli, e aveva appena accompagnato il più piccolo di 6 anni a scuola. Il 7 gennaio, quando è stata trucidata, si trovava con la moglie e il loro cane vicino a dove, sei anni fa, il poliziotto bianco Derek Chauvin aveva ucciso il cittadino afro-americano George Floyd, premendogli un ginocchio sul collo.

La brutalità e l’abuso di potere delle forze dell’ordine in America non è una novità. Nuovo è che questa volta si tratti di una donna bianca, che quella mattina stava facendo la volontaria per segnalare la presenza dei miliziani mandati da Trump a rastrellare la città a caccia di immigrati. Lei e sua moglie erano dotate di fischietti per avvisare gli abitanti della zona, non di armi. I miliziani avevano pistole. 

Ma la sua esecuzione dimostra che l’attivismo in America, come in Iran, ti costa la vita. Ormai, anche negli Stati Uniti quando un poliziotto o un governante ti dà un ordine devi obbedirgli se vuoi rimanere viva. Esistere è diventato un privilegio concesso dall’autorità e la morte la punizione alla disobbedienza. Ti stanno dicendo: piegati o muori. La relazione tra i cittadini e il potere è ridotta a sottomissione. 

Il video girato dall’assassino dimostra anche che si è trattato di un atto terminale di violenza misogina. Quella donna aveva ferito più la sua virilità che attaccato la sua incolumità. Quando ho visto il sorriso della vittima, mentre diceva all’uomo che l’avrebbe uccisa: «Va tutto bene, amico. Non sono arrabbiata con te», ho capito che Renee Good aveva paura.

Stava replicando tutto ciò che è stato insegnato alle donne. Si stava facendo piccola e mansueta per cercare di prevenire la violenza maschile. È rimasta calma, anche se circondata da agenti che le impartivano ordini contrastanti.

Ma non è bastato. Non era abbastanza spaventata, abbastanza sottomessa. Dopo, non era neppure abbastanza morta. Lo sparatore ha voluto anche infangarla urlando «brutta stronza!».

L’omicidio di Floyd affondava le radici nel razzismo, l’esecuzione pubblica di Renee Good le affonda nella misoginia.

Dopo la sua morte, in America il potere l’ha accusata. Hanno dichiarato che era una terrorista. È stata insultata perché era lesbica e aveva tre figli da due precedenti matrimoni, come se la sua vita non tradizionale giustificasse in qualche modo l’omicidio.

Il messaggio del potere è: guardate come sono strane queste persone. Meritano di essere giustiziate in mezzo alla strada in America.