Simonetta Gianfelici: conversazione a cuore aperto con la top model italiana

Una lunga chiacchierata con la top model Simonetta Gianfelici sul presente e sul futuro della moda, sul lavoro di modella e l'importanza della rappresentazione oggi



Incontro Simonetta Gianfelici il giorno prima dell'inizio delle sfilate milanesi. Fuori si respira un'aria frizzante che sembra anticipare il caos e la frenesia dei giorni a venire e per la nostra chiacchierata, quasi d'istinto, pensando ai ritratti che conosco a memoria della mia ospite, scelgo il Giacomo Café sotto Palazzo Reale, dove al momento è in corso la mostra del fotografo George Hoyningen-Huene.

Gianfelici ha una storia artistica e lavorativa che non può lasciare indifferenti, modella dall'età di 17 anni collabora con i più grandi fotografi degli anni 80 e 90 (tra i quali Helmut Newton), diventa musa di designer come Thierry Mugler, per poi dedicarsi allo scouting di giovani designer fondando il concorso Who's On Next e ancora al teatro, alla fotografia e a progetti umanitari di moda etica.

Ma è la sua storia presente e il suo futuro che mi affascinano ancora di più, la sua voglia di raccontarsi e di tornare sulle passerelle con il chiaro obiettivo di lanciare un messaggio e trasmettere dei valori, di non essere solo un'immagine, ma rappresentare un movimento di diversità e inclusività.

Sentirla parlare delle sue esperienze e di quello che ancora potrà fare è un privilegio che siamo felici di condividere con voi in questa lunga conversazione.

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Giacca SALVATORE VIGNOLA

Cosa avresti fatto se non avessi lavorato nel mondo della moda?
Avevo una passione per la grafica e per l'architettura. Venivo dal liceo artistico e avevo studiato scenografia, ma già lavoravo - ho cominciato a 17 anni - quindi è stato abbastanza complesso terminare gli studi. Quando ho pensato di proseguirli mi sono iscritta a Storia Dell'Arte e sono sicura che sarei rimasta in un ambito creativo e artistico.

Da modella, come è cambiato secondo te il mondo della moda adesso per chi fa il tuo lavoro?
Sicuramente ora siamo molto più esposte. Da un lato lo trovo interessante perché abbiamo anche una voce e quindi possiamo comunicare. La sola estetica risulta in qualche modo insufficiente se non si ha anche la capacità di comunicare i propri valori e la propria personalità.

Prima il solo essere una modella era già un'espressione di personalità e di stile. E quindi da un lato non posso dire che anche in quel momento non ci fosse comunque un modo di esprimere se stesse. Non posso dire di non aver utilizzato per esempio il mio essere modella come una forma di comunicazione che andava oltre l'estetica. Ma oggi lo faccio in maniera molto più consapevole e sapendo anche con quale forza posso comunicare il mio messaggio.

Si può decidere in qualche modo, essere di riferimento, e sento anche una certa responsabilità. Credo che forse le giovanissime modelle non abbiano questa sensazione, non necessariamente penso siano così consapevoli del ruolo che hanno e di come possano utilizzarlo per portare avanti anche dei valori. Ora spesso viene chiesto anche di avere following sui Social Network e da un certo punto di vista non credo sia sbagliato, il problema è come te li conquisti, se dando un'idea di una vita perfetta oppure cercando maggiore empatia o un'immagine più sincera, più onesta, più diretta, più coinvolgente che rappresenti di più l'interlocutore invisibile che si nasconde dietro i social, perché non sappiamo spesso chi c'è a guardarci e seguirci.

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Giacca e gonna SALVATORE VIGNOLA, scarpe MARNI

Ti scrivono tante persone?
Mi scrivono, sì. Ricevo moltissimi apprezzamenti da persone che non mi conoscono. Facendo una statistica, una fascia che comprende più donne che uomini, e questo mi fa molto piacere, e con una età che va dai trentacinque ai sessantacinque anni e quindi un range abbastanza ampio.

Oltre a Instagram guardi anche altri social network?
Instagram mi piace per le immagini ma c'è poco spazio per i testi

A te piace anche scrivere?
A me piace molto scrivere. Ho sempre tenuto diari anche quando ho lavorato in passato perché c'era sempre qualcosa che succedeva che andava oltre la quotidianità. Scrivevo del lavoro, degli aspetti professionali che mi facevano entrare in relazione con le altre persone. Scrivevo del coinvolgimento creativo con fotografi e designer e dei tanti viaggi che mi hanno aperto la mente.

C'è stato un momento in cui hai detto no basta io questo lavoro non lo voglio più fare, non lo farò mai più?
No, devo dire che una scelta così drastica non l'ho mai avuta perché ho sempre amato il mio lavoro, ho tuttora una grande passione per quello che faccio.

Qual è la cosa che ti emoziona di più?
Abbracciare la visione di un creativo, essere parte attiva nel lavoro artistico portando il mio contributo.

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Abito GIUSEPPE BUCCINNÀ, stivali cuissardes CASADEI

Ti piace di più stare sul set o vedere poi la foto alla fine?
Devo dire che la mia esperienza è stata un po' a 360 gradi. Ad un certo punto della mia vita ho lasciato il lavoro di modella, perché mi sono resa conto che ero in un'età "di mezzo" e non mi sentivo più rappresentata in maniera coerente dall'industria in cui mi trovavo e avevo bisogno anche di fare nuove esperienze. Ho fatto tante altre cose sempre legate all'ambiente moda. Ho cominciato a occuparmi di scouting di giovani talenti, ho fatto anche la redattrice per un periodo. Alcune cose sono anche accadute in maniera fortuita, ma il mio carattere mi ha sempre spinta a fare tante esperienze, a provare cose che non avevo e non ho ancora fatto, ad affrontare sfide come il teatro, o un contest che ho praticamente creato e seguito per tanti anni. Tutte queste cose mi hanno fatto capire che potevo dare qualcosa indietro di quella che era stata la mia lunga esperienza, di quella che era stata la mia formazione poliedrica e che tutto questo avrei potuto metterlo a disposizione degli altri.

Il punto più alto penso di averlo raggiunto quando ho cominciato a collaborare con le Nazioni Unite e sono andata a lavorare in Africa per sostenere un programma di sviluppo di moda etica, e da quel momento mi sono appassionata anche al tema della sostenibilità e a tutti i valori che ad esso sono connessi. Oggi dobbiamo essere in grado di comunicarli.

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Top con cappuccio e gonna MARCO VINCI, stivali OVYÉ

E invece, sempre nel campo lavorativo, c'è qualcosa di cui faresti o avresti fatto a meno?
Farei a meno dell'arroganza, ma questo lo dico in generale, non solo sul lavoro. C'è questo atteggiamento spesso che si rintraccia meno all'estero, e forse arroganza non è neanche la parola giusta. Direi più presunzione a volte, una mancanza di umiltà, di onestà intellettuale. Ho sempre pensato che i veri talenti non abbiano bisogno di autocelebrarsi, autocroclamarsi. Questo aspetto così autoreferenziale lo trovo un po' anacronistico.

Io sono marchigiana, da noi si dice: "chi si loda si imbroda".
Ecco esatto. Mi piace chi si lascia scoprire, con gentilezza, senza essere aggressivo. Questo bisogno sempre di dimostrare che si fanno cose e si sanno fare cose, la vedo come una mancanza di gratitudine, perché in fondo facciamo un lavoro bellissimo che ci consente di esprimerci.

Poi, per carità, come in ogni campo ci sono tanti aspetti che possono essere pesanti. In certi momenti della mia vita detestavo partire, fare le valigie, costantemente. Ma allo stesso tempo era la cosa più bella del mondo, una grande opportunità. In questo lavoro ci sono tante contraddizioni che possono essere difficili da gestire. Come la routine, che può essere disturbante, la ripetizione di gesti che non ti porta a una soddisfazione immediata. Però il lavoro è fatto di costanza, applicazione, impegno, dedizione.

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Top MARCO VINCE, trench ACT N°1

Ho visto il programma Le ragazze su Rai 3 di cui sei stata protagonista in una puntata e mi è piaciuta tantissimo la tua sincerità e la voglia di raccontarti, a livello lavorativo, ma anche nella tua vita privata. Mentre di solito le celebrities, le top model non amano parlarne.
Personalmente io sono molto discreta, molto riservata. Per il programma pensavo che saremmo partiti dalla mia esperienza di modella per arrivare a tracciare un quadro del momento storico degli anni Ottanta e invece è diventata poi una cosa molto intima, molto personale. Ma come tutte le cose che ci fanno paura poi alla fine un po' sono quelle ci salvano anche.

Oggi prestare la mia immagine e tornare sulle passerelle a sessanta anni non può essere qualcosa di semplicemente estetico, deve consentire a una fascia di donne che hanno la mia età, che poi sono delle consumatrici attive, di essere rappresentate. E per sentirsi rappresentati c'è bisogno, secondo me, anche di una maggiore sincerità, di una maggiore autenticità.

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Abito e capospalla ROMEO GIGLI, scarpe CASADEI

Hai raccontato anche la tua storia con Patrizia, tua moglie, che hai conosciuto a 17 anni per poi ritrovarvi molto più avanti.
Ho un amico che ha rimesso in ordine tutta la corrispondenza che abbiamo avuto per 15 anni.

Come ti spieghi il vostro rapporto e i casi della vita?
Non so se c'è una spiegazione. Io so che ero molto, molto giovane e non sapevo che cosa sarei diventata, non sapevo neanche ancora che avrei fatto questo lavoro, però sapevo quello che non volevo essere e cercavo di costruire una relazione che non fosse vincolata da nessuno schema. Non volevo riprodurre l'imprinting che avevo avuto da una famiglia tradizionale. Volevo essere in grado di scegliere. E queste scelte alla fine, per quanto complesse, lunghe e faticose mi hanno portato non solo a innamorarmi di una donna, ma anche a scegliere di vivere questa storia a pieno.

Ho dovuto superare molti ostacoli. E, per quanto possa sembrare strano per l'idea che abbiamo della moda negli anni 80, devo dire che non mi sono sentita compresa o libera, perché non c'erano tante persone che facevano davvero coming out. Oggi, per fortuna, c'è una maggiore inclusività, ma soprattutto in questo momento è importante, secondo me, far parte di un movimento che celebra la diversità in tutti i sensi. Anche perché la chiusura è sempre dietro l'angolo. E questo riguarda sia il campo dell'amore, ma anche il fatto di considerare quella che già rientra nella terza età come un momento non meno eccitante, fatto comunque di scoperte, di novità, di vita.

Io mi sento come se avessi trent'anni, però ne ho sessanta.

Io ne ho quasi quarantacinque ma mi sento molto più rappresentata da te che da Kylie Jenner.
Mi auguro solo di trasmettere armonia sia fisica che emotiva, che deve esserci nel nostro essere, e di passare un messaggio. È importante che la nostra identità sia completa. A volte trovo che le ragazze giovani di oggi, che hanno tutti questi strumenti con cui modificano il loro aspetto, abbiano proprio difficoltà a volte a percepire se stesse. Ne conosco di giovani, anche giovanissime, che sono molto attive sui social, e sono quasi degli Hikikomori nella vita. Non hanno più il coraggio di esporsi, perché c'è una tale differenza e divergenza di immagini che hanno paura che gli altri li vedano diversamente.

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Capospalla SAPIO

La post-produzione e i filtri hanno alterato tanto la percezione della realtà.
Se c'è una cosa che mi chiedo è se la moda debba essere ancora un sogno. Una volta dicevamo che la moda doveva essere aspirazionale rispetto all'immagine. Oggi io spero che l'aspirazione sia quella di abbracciare dei valori, delle abitudini e riprendere il mondo con naturalezza.

Ti capita mai di vedere dei fotografi con cui ti piacerebbe lavorare?
Amo molto la fotografia - ho frequentato anche una scuola - ma non necessariamente la fotografia di moda. Spesso trovo che uno sguardo diverso, meno asservito alla moda, possa portare dei grandi risultati. A breve uscirà una campagna che ho scattato con un fotografo che non viene da questo ambiente, e le immagini sono straordinarie. Con un'attenzione alla luce, all'atmosfera, è proprio un'altra cosa. Nella frenesia odierna mi manca a volte la relazione col fotografo, che per me invece era un elemento molto importante. Ad ogni shooting si creava una relazione diversa. Adesso in questa rapidità c'è il rischio che questo rapporto venga un po' meno.

Invece a livello di designer c'è qualcuno a cui sei particolarmente legata, con cui ti piace lavorare o anche con cui ti piacerebbe lavorare?
Ce ne sono molti. Sicuramente una persona che stimo molto, indipendentemente da dove si trovi, è Alessandro Michele, perché secondo me porta una profondità e una stratificazione di intenti e di codici che è molto interessante leggere. Uno a cui sono estremamente legata è Antonio Marras e ho anche avuto la fortuna di lavorarci.

Mi piacciono molto alcuni giovani, come Francesco Murano, che ha debuttato alla Milano Fashion Week. Ma sai lui come Di Morabito, Marco Rambaldi, Marco De Vincenzo, arrivano tutti da Who's On Next, dove seguivo personalmente lo scouting per cui per me sono tutti importanti. Un altro designer che mi rappresenta molto, per non citare solo gli italiani, è Yohji Yamamoto, e sono molto curiosa di questa rinascita di Calvin Klein, perché sono legata a Helmut Lang, una certa Jil Sander, gli anni 90 minimali. Se penso alla mia immagine penso a Céline, a delle cose estremamente pulite.

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Gonna SALVATORE VIGNOLA, scarpe CASADEI

Cosa ti auguri per la moda oggi?
Secondo me la moda deve ritrovare lentezza e un approccio più sincero soprattutto rispetto alla sostenibilità. Queste sono ormai cose fondamentali. Credo davvero che chiedere a un creativo di uscire con sei collezioni più le varie collaborazioni sia disumano e si è visto dove ci ha portati. Sto leggendo Il Capitale nell'Antropocene al momento, per capire come questa smania di profitto abbia portato a far perdere di valore anche ciò che rappresentava la nostra eccellenza. Penso sia fondamentale oggi recuperare l'artigianato che rappresenta la cultura, il Genius Loci di un popolo, di un paese. E vorrei che le persone collaborassero di più assieme. Se sei un creativo hai bisogno di tantissime persone con cui lavorare, per cui trovo sia importante evitare l'individualismo.

C'è un consiglio che daresti a chi volesse intraprendere il lavoro di modello o modella?
Di affrontare le sfide con naturalezza, perché fanno parte della vita, di restare sempre curiosi, amare gli altri e sentirsi grati di quello che si ha. Di cercare di essere delle belle persone dentro, oltre che fuori. E soprattutto riconoscere il valore positivo della propria unicità perché non possiamo essere altro che quello che siamo.

Credits:

Photography by Arianna Angelini @arianna_angelini
Styling by Lorraine Betta @lorrainebetta

Stylist Assistant Viola Carsana @violacarsana
Makeup by Jo Gandola @mua.jo.gandola
Hair by Marica Abbascià @hair.marica

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Un excursus sul fare musica (e viverci) con Adele Altro aka Any Other

Cantantautrice, producer, chitarrista. Abbiamo portato Adele Altro nella natura ghiacciata di St. Moritz ospiti dell'hotel Grace La Magna per un esclusivo servizio e una lunga chiacchierata sulla musica

A poche settimane dall'uscita di Trovarsi Soli All'Improvviso, il nuovo album di Marco Giudici che ha coprodotto e nel quale suona e canta, Adele Altro si confessa in una lunga intervista nella quale cerca di tracciare un percorso dall'inizio della sua carriera da musicista autodidatta passando per i mesi difficili della pandemia fino all'uscita di stillness, stop: you have a right to remember con il suo progetto più noto, Any Other.

Davanti all'accogliente e scenografico caminetto del Grace La Magna di St. Moritz, Adele ha esplorato la pressione di essere sempre presente e visibile data dai social media, ma anche le differenze di genere nella musica, la sua passione per il momento dei live e il suo impegno come producer, mentre scattando le foto del nostro servizio moda abbiamo scoperto come fosse cambiato il rapporto con la sua immagine e il suo corpo.

Lasciamo spazio alle parole di Adele e alle foto di Sara Reverberi con una notizia esclusiva sul futuro dell'artista veronese alla fine dell'intervista.

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Adele indossa cappello e sciarpa in lana AVANT TOI

Raccontaci tutto dall'inizio. Quando hai capito che volevi fare questo di lavoro e che la musica era importante per te?
L’ho capito abbastanza tardi, o comunque più tardi rispetto alla media dei miei amici e colleghi che fanno questo lavoro. Ho iniziato a suonare intorno ai 18 anni. Da che ero adolescente sono stata sempre appassionata di musica, però in qualche modo, forse anche per un problema di rappresentazione, non avevo mai considerato che potessi essere io la persona che creasse la musica. Mi ero sempre vista come una fruitrice, ma mai come una potenziale... soundmaker

Al liceo ho conosciuto la mia migliore amica Cecilia e lei aveva una chitarra. La prima volta che ci siamo viste ci siamo messe in camera sua, lei suonava, io cantavo. Facevamo le cover dei Cure, di Bob Dylan, cose così. E ci siamo dette che bella questa cosa. Non c'è mai stato un vero momento in cui ho detto: «La musica è il mio sogno, voglio fare questo». È semplicemente successo. A un certo punto mi sono ritrovata questa cosa tra le mani e funzionava come mezzo per comunicare con gli altri. Ovviamente ero un'adolescente disagiata (ride - ndr).

Da lì non l'ho più mollata, finché non è diventata il mio lavoro

E quindi cos'è successo poi? Finisci il liceo e? 
Io e Cecilia eravamo diventate un duo, che si chiamava LoveCats e nel 2013 ci siamo trasferite a Milano. 
Dopo un mese che vivevamo a Milano, abbiamo fatto una data un lunedì sera e così ho iniziato a conoscere altri musicisti e a scrivere canzoni per fare un disco e ho imparato a suonare la chitarra proprio perché volevo scrivere i miei pezzi. 

Da autoridatta, quindi? 
Sì, proprio andando su Google! 

A questo punto avevamo tanta carne al fuoco, stavamo registrando, imbastendo le registrazioni per un disco e Cecilia ha scelto di fare un altro percorso, e il duo si è sciolto. Era il 2014, e io mi sono ritrovata con questa manciata di canzoni che avevo scritto. E lì è nato Any Other

Il primo disco è uscito nel 2015 e ho fatto tantissime date live. All’inizio eravamo un trio, io, Erika Lonardi e Marco Giudici, il mio migliore amico con il quale collaboro ancora. Flash forward al 2016, mi scrive Niccolò Contessa de I Cani e mi chiede di aprire il loro concerto a Roma e qui conosciamo i ragazzi dell’etichetta 42 Records e qualche tempo dopo abbiamo iniziato a lavorare assieme.

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Adele indossa bustier, jeans e giacca con collo in pelliccia GAS, stivali SANTONI

E qui parti in tour con Colapesce che faceva parte di 42 Records. 
Sì ero nella sua band come chitarrista. 

Ti piaceva questa cosa? Nel senso, non essere tu a cantare.
Il lavoro di turnista mi ha sempre permesso di vedere come gli altri fanno le cose e quindi anche poi di portarmi a casa un pezzo del loro modo di lavorare. Suonare pezzi di altre persone ti obbliga a sbloccare delle zone di te stesso che magari non considereresti come musicista. 

Il primo disco che ho fatto con 42 Records si chiamava Two Geography, tecnicamente il mio secondo disco. Da lì è partito un tour in Italia, in Europa e siamo perfino arrivati in Asia orientale, appena prima del Covid. Siamo andati in Cina a novembre 2019, tra l'altro la prima data doveva essere a Wuhan e ce l'hanno cancellata guarda caso.

E durante il covid cosa hai fatto? 
Ero disperata perché a inizio 2020 doveva esserci il primo tour di Colapesce Dimartino e avevo anche scritto un concerto per sestetto, io chitarra e voce, Marco Giudici al pianoforte elettrico, e avremmo avuto anche flicorno soprano, sassofono tenore, viola e violoncello. Avevo il tour fissato nei teatri ed è saltato tutto. Era un momento del mio percorso lavorativo super importante. Alla fine tra aiuti statali e le due o tre cose che si sono riuscite a fare a distanza, non so come, ce l'ho fatta. 

L’anno dopo c'è stato il primo Sanremo di Colapesce Dimartino, poi è partito il tour e da lì è stato tutto più in discesa.

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Maglione e gonna in lana ZONA20, boots UGG, anello e bracciali ELOISE, calze GOLDEN POINT


Durante tutto questo tempo avevi meno tempo di scrivere per te?
In realtà alcuni pezzi di quello che sarebbe diventato stillness stop: you have a right to remember avevo iniziato addirittura a imbastirli prima dell'uscita del primo disco. Ma il mio percorso d'artista come Any Other è molto legato al live, quindi mettermi fretta in un momento di incertezza sul tour per la pandemia non aveva senso. E poi durante il Covid mi sono messa molto in discussione come musicista e come artista, perché venivo da anni in cui mi era successo solo due volte di stare a casa per più di due settimane. Ero sempre in tour. Sempre. 

E ti faceva anche piacere restare un po' a casa? O l'hai sofferta, cioè, a parte la paura economica ovviamente? 
All'inizio ho fatto molta fatica perché mi sono accorta che stavo sovrapponendo il mio valore come persona, al mio valore come artista. Non capivo più dove finivo io e dove cominciava la performance. Ho iniziato a chiedermi: se non suono chi sono? Che cosa ho da offrire agli altri se non suono? A posteriori sono contenta di questa crisi perché mi ha aiutato anche a ridimensionare il mio ruolo. Un grande aiuto in questo momento è stato iniziare a lavorare come produttrice in studio. Ho seguito dei progetti, personalizzazioni di film muti dal vivo, creato musica per podcast, ho iniziato a lavorare tanto anche sullo strumentale, quindi sulla composizione non per canzoni, che è una cosa che mi piace tantissimo. 

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Top e gonna con frange e stivali over-the-knee FABIANA FILIPPI, headpiece ROSANTICA, calze GOLDEN POINT

Poco dopo l’uscita di stillness stop: you have a right to remember e il tour che ne è seguito hai pubblicato il primo EP con pezzi anche in italiano.
Si chiama Per Te Che Non Ci Sarai Più, e sono quattro pezzi, due in italiano, uno in giapponese e uno in inglese. E l'abbiamo registrato in due giorni. È stato un po' come tornare al primo disco in qualche modo, cioè cercare di riappropriarsi di una dimensione più animalesca nell'approccio alla musica. Con stillness ero a quel livello in cui sei consapevole delle tue capacità ma anche dei tuoi limiti, sai tanto ma non abbastanza per liberarti delle tue conoscenze e consapevolezze, quindi ho fatto molta fatica a produrlo. Invece adesso mi sento in una zona in cui sono un po' più agile. 

Ti sei sentita più libera a scrivere in italiano? Tu che sei abituata a cantare in inglese comunque. 
Non so se più libera, però mi sono resa conto che la lingua è come se fosse una sorta di strumento. È un modo per dare una forma ad una materia informe. Questo per me è stato super interessante, perché mi ha messo nella condizione di rendermi conto anche che il registro che uso influenza il modo in cui io leggo la realtà

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Adele indossa uno slip dress di CALVIN KLEIN, cardigan in lana FABIANA FILIPPI, sandali SANTONI, calzini UNIQLO

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E il pezzo in giapponese? Tu parli giapponese?
Quando ero piccola mio padre era in fissa con alcuni autori, molto classici, sia di letteratura che del cinema asiatico. Quindi mi aveva introdotto a un po' di cose di cultura giapponese. Crescendo mi sono fissata con i videogiochi e poi sono andata a suonare in Giappone e ne sono rimasta affascinata. Così l'anno successivo mi sono iscritta a un corso del Comune di Milano di cui adesso sto frequentando il quinto anno. È stato super divertente. Da una parte è molto simile all'italiano perché ha una cadenza sillabica, ma a sua volta la divisione sillabica non è legata all'accento come nella nostra lingua. C’è un modo di sfruttare la metrica che è molto stimolante. 

Come ha reagito il tuo pubblico alle canzoni in italiano? 
Nei miei dieci anni da musicista, mi hanno sempre fatto la domanda «perché non scrivi in italiano?», ma in questo caso ho notato che è stata accolta semplicemente come una delle sfide che mi piace darmi quando faccio dei lavori nuovi. Che non vuol dire che da adesso in poi scriverò in italiano, però se ho voglia magari sì. 

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Trench coated MARBELL, stivali in gomma DR.MARTENS, borsa gioiello ROSANTICA

Secondo te effettivamente in Italia si può avere successo cantando in inglese o è impossibile, come tutti dicono? 
C’è proprio un limite. Mi rendo conto che la mia musica, come quella di altre colleghe - e uso il femminile apposta perché mi sembra che le cose più fighe le stiano facendo le ragazze in questo momento - probabilmente ponga un doppio limite al successo popolare. Il primo limite sono gli elementi inusuali da cui è composta. Non voglio dire che sia musica complessa perché alla fine è sempre pop (io la chiamo art pop), ma allo stesso tempo mi piace scrivere sfidando la forma canzone, mi piace arrangiare i pezzi in un certo modo, quindi so che magari non sono ecco, del tutto accessibili o comunque non necessariamente orecchiabili. Il secondo limite è la lingua. E negli ultimi anni abbiamo visto tanti artisti anche indipendenti avere un grande successo di pubblico passando da Sanremo, che è il Festival della Canzone Italiana. 

E secondo te è necessario passare da Sanremo per ‘esplodere’ in Italia?
Bè dipende da dove si vuole esplodere. Ci ho pensato tanto nell'ultimo paio d'anni, perché ho visto il percorso che hanno fatto invece artisti come ad esempio Daniela Pes, che adoro, o Io Sono Un Cane. Quindi forse un’alternativa c’è.

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Adele indossa pile e pantaloni NAPAPIJRI, occhiali da sole MOSCOT, stivali UGG

Vorrei tornare a quello che mi raccontavi del tuo lavoro. Quando pensiamo a un'artista (soprattutto se donna) è automatico pensare che sia una cantante, una frontwoman. Ma tu sei anche una chitarrista, un’autrice, una produttrice. Scrivi e conosci la musica. La rappresentazione femminile in queste professioni è minima e i nomi che mi vengono in mente lavorano quasi tutti all’estero.
Sì, sicuramente a 15 anni non avrei mai pensato di poter essere io una di quelle figure più “tecniche” che lavoravano dietro la produzione musicale. Con Marco Giudici gestiamo lo studio Cabin Essence e da circa un anno lavoro anche come fonica e assistente di Marco per la produzione di dischi. Mi sono impegnata molto per avere collaboratori, clienti e persone intorno a me che non mettessero un filtro di genere sulle cose. Quindi chi arriva a lavorare con noi sa cosa può aspettarsi.

Quando produci per altri a cosa stai attenta? 
Non avendo tutto l'investimento emotivo, il bagaglio, che provo quando lavoro sui miei pezzi, sono io la persona che guida l'artista e gli crea uno spazio dove può cadere sul morbido. Ho riflettuto tanto su che tipo di produttrice voglio essere, perché mi rendo conto che la mia cifra stilistica forte è negli arrangiamenti, nella scelta degli strumenti che devono stare assieme, il modo in cui scrivo le varie parti. Nei miei dischi tutto questo viene fuori all'ennesima potenza, mentre sui lavori per gli altri vorrei sviluppare di più un discorso sul suono e non soltanto sulla scrittura della musica. 

Forse ho una visione un po’ - passami il termine - 'fricchettona', ma credo che la musica in sé arrivi molto prima del pensiero sulla musica. Cerco di immaginare la canzone prima ancora che sia finita e capire se gli arrangiamenti che vorrei inserire sono frutto di un mio desiderio personale o se è la canzone a richiedermeli. Questo può portare anche a dover scartare degli elementi ai quali magari sei affezionato o che sono dei comfort però non è quello che la musica ti sta chiedendo in quel momento. È anche un discorso centrato sulla comunicazione e sull'ascolto e sull’accogliere quello che ti arriva.

Questa è una cosa che dice anche Nick Cave. Che la musica è un lavoro certosino quasi di ufficio ma poi le canzoni a loro volta “arrivano”.
Sì una volta che ti lasci prendere è davvero bello.


Adesso stai lavorando tanto in studio e però sei sempre un’artista da live. Qual è la cosa che ti piace di più del contatto con il pubblico?
Quando le persone alla fine dei concerti mi ringraziano e mi dicono che il concerto, o una canzone nelle specifico, le ha aiutate a sbloccare una cosa che avevano dentro e non sapevano neanche di dover tirare fuori. È quello che succede anche a me quando vado a sentire ad esempio i Big Thief e piango per un’ora e sono felice perché avevo bisogno di sfogarmi e loro hanno parlato al posto mio con le loro canzoni.

« Ti faccio un esempio: io e Marta Del Grandi facciamo musica molto diversa, ma magari perché cantiamo entrambe in inglese e facciamo canzoni particolari non ci mettono nella stessa line-up. A un artista maschio questa cosa non succede. »
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Cardigan, gonna e top stretch MARCO RAMBALDI. calze FALKE, collane e anello ELOISE (foto scattate al ristorante STUVETTA del GRACE LA MAGNA)

A te piace un sacco suonare con gli altri artisti. Quanto è importante la collaborazione nella musica e quanto può aiutare per sopravvivere in un mondo così competitivo? 
Questo è un mondo in cui quasi si suggerisce di rimanere isolati e di stare da soli. Perché sai, ci sono pochi soldi, quindi è meglio se li prendi tutti tu. È triste ma alla fine spesso si riduce a questo. 

E questo tipo di ragionamento “esclusivo” funziona anche il discorso che facevamo sul genere, no? 
Ne ho parlato anche tanto conte mie colleghe e per molte di noi è stranissimo non aver mai suonato agli stessi festival, e abbiamo capito che questo succede perché ci mettono tutte nella stessa categoria e automaticamente una viene esclusa. Ti faccio un esempio: io e Marta Del Grandi facciamo musica molto diversa, ma magari perché cantiamo entrambe in inglese e facciamo canzoni particolari non ci mettono nella stessa line-up. A un artista maschio questa cosa non succede.

Perché due artisti uomini con le chitarre e che fanno indie rock possono stare insieme nello stesso festival e noi semplicemente perché amiamo il jazz e cantiamo bene e conosciamo la teoria musicale non possiamo stare nella stessa line-up?

Tutto questo sistema genera molta ansia e porta le artiste anche a legare poco con le colleghe a livello amicale perché costituiscono una potenziale minaccia. Però io non ci voglio giocare a questo gioco. A costo di perdere delle possibilità. Ci sono cose che dovrò accettare perché comunque è lavoro e devo pagare l'affitto e mangiare, ma c'è qualcosa dentro di me e dentro anche tante persone come me, a cui non possiamo rinunciare e questa per me è una di quelle. Mi rifiuto di escludere la possibilità che pure noi artiste possiamo essere una palette di sfumature diverse. E non è accettabile che spesso i promoter o chi gestisce la musica ci metta costantemente in competizione, una contro l’altra. Perché io devo essere insicura per il successo di un'altra ragazza? Più siamo meglio è.

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Adele indossa un abito in pizzo ANIYE RECORDS

Assolutamente. E i social immagino non aiutino la situazione ansia. Come gestisci la FOMO da Instagram dove sembra sempre che tutti facciano cose e nel caso dei musicisti escano sempre pezzi nuovi, singoli, album e così via?
Penso che ci sia un problema di fondo a livello collettivo. Questa costante necessità di dover sempre apparire come vincenti in questa società non ci porta a confrontarci e a confidarci l'uno con l'altro. Tutte noi persone della musica viviamo la stessa identica esperienza: facciamo il nostro e siamo contenti mentre lo facciamo, la curva poi decresce e ci dobbiamo fermare perché è necessario anche per vivere la vita vera e fare esperienze e avere materiale sul quale poi creare nuovamente. Ma ammettere la necessità di fermarsi è un gesto da sfigati. E se non ci sei la domanda è subito: ma dove eri finita? Ma non sta lavorando lei? 

C’è questa corsa costante al successo e all'essere visti. Per fortuna all’inizio della mia carriera, me lo ricordo ancora, ho incontrato Enrico Gabrielli e gli ho detto : «Enrico io mi sento sempre nel momento sbagliato rispetto a tutto quello che succede intorno a me, mi sembra sempre di essere fuori tempo rispetto alle cose».  E lui mi ha detto: «Ti devi vedere come una formichina che piano piano un chicco alla volta mette da parte per l'inverno, senza l'ansia di dover raccattare tutto subito. Fai anche tu un pezzo alla volta e vedrai che questa cosa ti porterà piano piano avanti. Ci saranno un sacco di momenti in cui ti sentirai scoraggiata e penserai di essere un fallimento come artista, ma segui le tue regole interiori e le tue necessità». E davvero, sembrerà banale, ma da quel momento so che mi devo fidare del mio istinto e di quello che mi dice il mio corpo senza farmi troppo condizionare dal resto. 

Per combattere la FOMO poi è utilissimo confrontarsi e parlare con gli amici e i colleghi, avere uno specchio che ti fa rendere conto di quello che hai fatto nel momento in cui sei ferma e vedi gli altri che suonano e fanno cose. Quindi il mio consiglio è andare nella vita reale, parlare e vivere ti aiuta a staccarti dai pensieri intrusivi e dalla performance online.

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Adele indossa maglia con colletto AUTRY, gonna MARCO RAMBALDI, calzini GOLDEN POINT, anello ELOISE e occhiali da vista MOSCOT

Parliamo d'immagine. Oggi abbiamo scattato un servizio moda vero e proprio e prima ci hai detto che adori posare! Non me l’aspettavo. 
Il rapporto con la mia immagine sta cambiando tanto, forse anche perché ho superato i 30 anni e mi sento più in pace con il mio corpo, più sicura e in armonia, come se non ci fosse più qualcosa contro cui lottare, ma qualcosa insieme al quale lottare. Come persona non binaria per anni ho collaborato con questo collettivo di Brescia di Drag Queen e ho sempre frequentato ambienti queer. Per cui per me la performance, che passa attraverso anche il truccarsi e il vestirsi, aiuta a esprimere delle parti di te che non riesci a tirare fuori nel quotidiano.

Solitamente mi vesto da 'ragazzino', però allo stesso tempo mi piace anche giocare con il fatto di poter essere femme. Non ho un corpo androgino e so che questa parte di me non posso celarla allo sguardo altrui, ma ho capito come farla diventare mia.

Prendi tu il potere.
Esatto. E mi concentro su quello che mi interessa e ci gioco. Diventa una scelta attiva e proattiva. Anche sul palco è così: non perché devo, ma perché voglio.

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Adele indossa giacca e gonna a frange PORTS 1961, sandali a listelli GIUSEPPE ZANOTTI, calze GOLDEN POINT.

Ti volevo chiedere se hai delle icone di stile a cui ti ispiri o magari anche solo degli artisti a cui magari pensi quando sei sul palco, anche involontariamente.
C’era questo gruppo che si chiamava Yellow Magic Orchestra, la band di Sakamoto negli anni 80, e giocavano tanto con l'androginia, tanto colore rosso nelle loro copertine, un colore che a me fa impazzire. La loro iconografia mi ispira molto. E poi Saint Vincent che interpreta sempre un personaggio o anche Björk, tutte autrici, produttrici, tecniche della musica, che non hanno paura di confrontarsi con la loro immagine o di essere prese per superficiali perché curano i loro look.

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Gilé in pelliccia e guanti MACKAGE, coperta ALONPI

Lasciamoci con una breaking news per il futuro.
Sto mixando un disco perché ho una nuova band, si chiama A Nice Noise e io suono il basso e canto.

Proprio una band, come i Måneskin (ride).
Tu scherzi ma una volta mi hanno chiesto se fossi la bassista dei Måneskin. E io ho risposto: «Sì, mi avete scoperta».


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Credits:


Talent: Adele Altro, Any Other
Foto e Art Direction: Sara Reverberi
Creative Direction e styling: Sara Moschini
Location: Grace La Magna St. Moritz

  • IN ARRIVO

Tommy Hilfiger apre la stagione delle feste a Venezia 


Con un evento esclusivo ricco di ospiti Tommy Hilfiger lancia i suoi look modern prep per le festività. Grazia era a Venezia per scoprire gli abbinamenti a cui ispirarsi e portarvi nella magia della città più bella del mondo

Come ti vestirai a Natale? È una delle domande che abbiamo chiesto agli ospiti dell’evento “A Hilfiger Holiday”, una brand experience che ha portato tanti amici italiani di Tommy Hilfiger a Venezia, per assaporare la dolce atmosfera delle feste in una delle città più eleganti al mondo.

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Elisa Maino a Venezia

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Simone Bredariol e Matteo Guerrieri a Murano

Ospiti per due giorni del boutique hotel Palazzina Grassi, dove lo stile contemporaneo si fonde con l’eleganza tradizionale veneziana, i talent invitati hanno potuto gustare una cena intima nel rinomato ristorante affacciato sul Canal Grande, partecipare a una sessione di soffiatura del vetro con il maestro artigiano Simone Cenedese nell’incantevole isola di Murano, pranzare al ristorante Quadrino in piazza San Marco per provare le nuove fragranze Tommy Her New York e Tommy New York e assistere a un DJ set del musicista milanese Vittorio Menozzi, ma soprattutto hanno provato e giocato con i nuovi capi della collezione Tommy Hilfiger Holiday 2025 interpretandoli ognuno con la propria personalità e adattandoli alle diverse occasioni.

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Il maestro Simone Cenedese nella sua vetreria di Murano ha creato una speciale pallina di Natale con i colori iconici di Tommy Hilfiger

L’esuberante Vic Montanari, ad esempio, amante dei colori e degli abbinamenti inaspettati, ha alternato morbidi jeans e maglioni a losanghe con una longuette A line a pieghe e un collo alto natalizio dalla lavorazione grafica, Ryan Prevedel, epitome del ragazzo preppy, non si è lasciato sfuggire i jeans da indossare con i mocassini lucidi e la cravatta, tipici dell’heritage americana, e Elisa Maino il completo bianco, estremamente versatile. L’attrice Lavinia Guglielman ha optato per un look comodo con pantaloni dal taglio maschile adatti ai trasferimenti sull’acqua e alle attività pomeridiane per poi giocare con i contrasti di gonna in paillettes nera e camicia in cotone bianca della sera.

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La digital creator Vic Montanari indossa un'alternativa al classico maglione natalizio


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Ryan Prevedel in barca verso Murano



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Elisa Maino in completo bianco Tommy Hilfiger

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Lavinia Guglielman unisce look androgino con gonna nera in paiette

La coppia Paola Cossentino e Mees Truijens sembra uscita dal frame di un film della Nouvelle Vague. Lei, iperfemminile, con camicia morbida bianca e pantalone nero, e lui, in completo, mentre la giovane Dolma Lisa Dorjee riesce ad esprimere la sua parte più street con il maglione in lana abbinato ai jeans e a cambiare personalità la sera tirando fuori la dark lady ipercool che è in lei grazie all’abito stretch nero con le spalle scoperte. 

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Dolma Lisa Dorjee al pranzo al Quadrino in piazza San Marco dove ha potuto scoprire la fragranza Tommy Her New York


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Il table set per il pranzo al Quadrino con i profumi Tommy Her New York e Tommy New York

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Dolma Lisa Dorjee in abito nero lungo

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Paola Cossentino e Mees Truijens elegantissimi alla cena a Palazzina Grassi

E ancora: Yusuf Panseri, Mattia Basso, Simone Bredariol e Matteo Guerrieri hanno avuto la possibilità di interpretare per i look daily la maglieria, punto forte della collezione Tommy Hilfiger Holiday 2025 caratterizzata dall’inconfondibile Tommy Crest, lo stemma che raffigura un leone con la spada circondato da una corona di alloro che ritroviamo anche su berretti e sciarpe, per poi trasformarsi in gentlemen con un twist per la sera.

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Yusuf Panseri spezza il classico completo e opta per un mix bianco, crema, micro scacchi

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Simone Bredariol nel suo look serale

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Matteo Guerrieri sceglie il velluto e i pantaloni bianchi per la cena di Natale

Accanto all’esperienza di Venezia, il brand americano porta la storia e il calore delle festività 2025 anche nei negozi di Milano e Roma. Gli ospiti potranno infatti godere di un servizio gratuito di confezionamento regali per tutto dicembre, mentre in alcune giornate ci saranno delle divertenti “Santa’s Mailbox”, un carrello di cioccolato e serate di shopping speciali – momenti coinvolgenti pensati per accogliere i consumatori nella comunità del marchio. Qui il link per iscriversi a tutte le iniziative.

L’evento non poteva concludersi se non con uno speciale Secret Santa, dove i ragazzi e le ragazze hanno potuto scambiarsi i regali, ovviamente tutti pensati per loro da Tommy Hilfiger.

E voi? Siete pronti a vivere un Natale firmato Tommy Hilfiger?

Credits:

Video: Andrea Barbui
Foto: Tommaso Biondo