Guinevere: la musica come cura e salvezza
Guinevere è un nome che porta con sé memorie di un passato letterario cavalleresco. Immagini di boschi attraversati da una nebbia sottile ed echi di storie sussurrate. È un nome carico di sentimenti e che svela l’identità e la poetica di Ginevra Battaglia, cantautrice originaria di Milano e che ora - per sua ammissione - appartiene un po’ a tutti i posti. Compresi quelli dove vorrebbe andare a vivere presto, come il Nord-Europa, dove la sua musica, che unisce la sua voce pulita a sonorità folk, pianoforte e melodie introspettive, troverebbe terreno fertile.
L’abbiamo incontrata in Svizzera, ospitati dal comfort caldo del Six Senses Crans-Montana, che ha fatto da cornice e balsamo per la stanchezza accumulata durante l’inverno grazie agli spazi arredati in modo impeccabile, alla grande Spa con piscina riscaldata e ai prodotti a chilometro zero.
Tra uno scatto e l’altro del nostro esclusivo servizio moda realizzato da Sara Reverberi, e nel lungo tragitto in treno tra Crans-Montana e Milano, abbiamo parlato del suo primo album To All The Lost Souls, di cosa significhi salire su un palco e cantare per un pubblico, del potere curativo e salvifico della musica, della difficoltà di rendere il mestiere di artista un lavoro sostenibile a tutti gli effetti, di sostegno e amore.
Leggete tutta l'intervista e scoprite il servizio fotografico.
Abito DKNY, camicia WOOLRICH BLACK LABEL, scarpe CASADEI
Scarpe CASADEI, abito DKNY
Ciao Ginevra, vuoi presentarti alle nostre lettrici e ai nostri lettori?
Sono Ginevra Battaglia in arte Guineviere e potrei definirmi come “un'artista multidisciplinare”. Ho appena scoperto questo termine, benché sia notissimo, e credo mi descriva bene. Nello specifico sono soprattutto una cantante e cantautrice. Non saprei definire il genere di musica che faccio, non mi piace chiudermi in una scatoletta e, da persona che vive dentro il processo creativo, è molto difficile guardarsi e descriversi da fuori. Le persone dicono che mi esprimo nel “new folk rock” con qualche accenno di pop e qualche accenno di classica.
Dicevo artista multidisciplinare perché tocco altre arti. Faccio fotografie analogiche e in realtà sono partita dal teatro, una cosa che mi aiuta tanto quando sono sul palco, in tour, e poi dipingo, scolpisco, faccio quadri utilizzando tecniche miste. Qualsiasi cosa che preveda l’uso delle mie mani è qualcosa a cui potenzialmente sono interessata e che esploro.
Maglione WOOLRICH BLACK LABEL, pantaloni AVANT TOI, gonna con spacco DKNY
Come hai iniziato a cantare? C’è stato un momento in cui hai capito che questa era la tua strada?
Ho sempre cantato e avuto la passione della musica, fin da quando ero piccola sentivo che era qualcosa che volevo esplorare però allo stesso tempo sentivo che questo interesse era legato ad una parte molto intima e vulnerabile di me e che mi sarebbe servito il coraggio giusto per poterla tirare fuori. Paradossalmente è successo in un momento dolorosissimo della mia vita. Intorno al 2019-2020 sono entrata in depressione e ho avuto una serie di esperienze che mi hanno segnata. Ero molto più vulnerabile di quanto non fossi mai stata prima e ad un certo punto ho sognato che un mio caro amico che qualche mese prima si era tolto la vita, mi stesse cantando una canzone e mi suggerisse di scriverla, dicendomi che sarebbe stata molto importante per me e per le persone che la avrebbero poi ascoltata. E così ho fatto. Mi sono svegliata nel cuore della notte, ho scritto questo brano e qualcosa ha cliccato dentro di me in quel momento. Mi sono resa conto che scrivere musica mi tirava su dal letto, un'impresa impossibile al momento, e che quindi c'era qualcosa che dovevo indagare e scoprire di me stessa.
E fino a quel momento lì non ci avevi mai pensato?
In realtà pensandoci mi sono capitate delle cose che mi hanno mostrato che quella era la strada. Per esempio, quando ero in Australia subito dopo il liceo, zaino in spalla, il mio fidanzato dell'epoca insieme ad altri amici mi hanno sentita cantare e mi hanno detto che secondo loro ero bravissima, e mi hanno proposto di suonare in giro per strada con una chitarra e fare un po’ di busking per vedere cosa succedeva.
Ho notato che la cosa funzionava e le persone si fermavano ad ascoltare. Una volta, mentre aspettavo in un negozio che venisse sviluppato il rullino che avevo portato, ho iniziato a cantare e suonare e ho scoperto che il signore che lavorava lì gestiva anche una radio che andava in onda nazionalmente ed era molto famosa e importante in Australia. Mi ha invitata a fare due brani live e una piccola intervista. Questo è stato sicuramente un po' un segno all'interno del mio percorso.
Che anno era più o meno?
Era il 2017. Un'altra volta facevo autostop sempre in Australia e mi ha dato un passaggio un produttore australiano che sentendo le mie cose mi dice “quando avrai bisogno chiamami!”, come nei film. Ma io ho perso il suo indirizzo (ride - ndr).
Diciamo che c’erano dei puntini che piano piano si connettevano. Conoscendomi credo sia stato meglio così, prendere le cose più lentamente. Come persona sono talmente curiosa, soprattutto per ciò che riguarda l'arte e la creatività, che non abbandonarmi alla musica subito mi ha concesso di esplorare tantissime altre cose che mi hanno dato delle competenze che ora integro nel progetto. Ad esempio l'estetica di quello che faccio per me è molto chiara, quando si lavora su un video musicale so come voglio la fotografia, oppure grazie al teatro, so gestire un palco, tenere le redini come se stessi galoppando un cavallo, mi sento di poterlo fare perché gli anni di studio in accademia teatrale mi hanno aiutata.
Borsa VIVIENNE WESTWOOD
Gilé in pelle conn cappuccio in tessuto tecnico MCM
Quando sei entrata in accademia teatrale?
Ho fatto tutto il liceo parallelamente all'accademia a Milano, e poi ho fatto dei seminari durante l'estate in Scozia, in Inghilterra, insomma ero lanciatissima. Poi sono andata in Inghilterra ad un corso estivo alla Guilford School of Acting, questa Accademia super prestigiosa, soprattutto di musical, ma anche di teatro. Lì ho incontrato dei compagni di corso che avevano davvero un fuoco dentro per la recitazione, e io mi sono accorta di non sentire quello stesso sentimento. Questo è stato il momento in cui ho pensato: dopo il liceo viaggerò, scoprirò chi sono, e poi il mio obiettivo sarà trovare nella vita quella cosa che mi fa vibrare davvero dentro, che mi accende l’anima. E l’ho trovata nella musica.
Mi dicevi che anche i tuoi genitori sono artisti. È una cosa bella no?
Sì ecco diciamo che ho vissuto anche i lati negativi. Gli artisti hanno un ego importante, quindi spesso non è semplice essere figli di persone che hanno un'opinione così forte sul mondo e sull'arte. Uno dei motivi per i quali, quando ero più piccola, ho allontanato un po' l'idea di fare musica era proprio un commento che mi aveva fatto il mio papà - probabilmente senza pensare che mi avrebbe ferito così tanto. Fin da piccola, guardavano i miei lavori, i miei disegni, le cose che io creavo, con serietà e un occhio critico. Un po' difficile emotivamente da gestire.
Però immagino che in casa si respirassero arte e cultura.
Quello sì, tantissimo. Avere a disposizione qualcuno che ti porta a teatro, oppure mio padre che mi faceva ascoltare i Beatles in macchina e mi diceva “senti quanto è importante qua il basso”, uno strumento a cui non fai mai troppo caso, però dà proprio la struttura e supporto al brano, oppure “senti qua la batteria come entra”, e mi insegnava a fare le seconde voci. Ho imparato ad armonizzare ascoltando i Beatles con mio padre e questo linguaggio è entrato nella mia vita e nel mio modo di pensare. Forse la cosa che mi hanno insegnato i miei genitori che più mi è rimasta è saper trasformare qualcosa che c'è in qualcos'altro. Quando faccio le mie sculture, i miei dipinti, trasformo sempre qualcosa che è un materiale che non si utilizzerebbe, lo riciclo e lo trasformo in qualcos'altro, oppure trasformo l'esperienza in una canzone, un'idea, un'emozione.
Abito ZIMMERMANN, scarpe CASADEI, jeans MICHAEL MICHAEL KORS, orecchini LEONARDOVALENTINI
Parliamo del tuo album, To All The Lost Souls, è il tuo esordio, giusto?
Sì. C’è stato un EP, però è il primo album. La cosa che trovo buffa è che questo disco, anche solo il titolo, l'ho concepito prima della mia primissima uscita, c'era già. Solo che ho deciso di prendere la decisione, che si è rivelata essere molto saggia, di misurarmi prima con qualcosa di più piccolo, anche perché realizzavo, con molta consapevolezza e umiltà, di non avere assolutamente le competenze per poter affrontare la creazione di un vero e proprio album, non solo lo spirito giusto, ma proprio anche la tecnica. Sapevo che non sarei riuscita ad esprimermi bene su che suoni volevo ottenere perché non avevo il linguaggio adatto per potermi confrontare con le figure che si occupavano della produzione. Con l'EP ho acquisito delle competenze e quando è arrivato il momento di pensare al prossimo lavoro, mi sono subito lanciata in questo disco, perché rappresenta un momento della mia vita molto circoscritto, che, fortunatamente direi, già si stava esaurendo nella misura in cui stavo meglio mentalmente. È un disco che parla di moltissime ferite e moltissime persone legate a quel periodo.
Avevi bisogno di esorcizzare il dolore e le ferite anche?
Tantissimo. Passarci attraverso un'altra volta, ma anche proprio lasciare andare questa parte di me.
È stato doloroso passarci attraverso tramite la musica?
Pensavo di aver già affrontato quei lutti, invece riviverli è stato molto molto forte. Ed è stato ancora più intenso il momento in cui poi è uscito l’album. Quella mezzanotte del 29 novembre quando l'ho ascoltato per la prima volta dall’inizio alla fine su Spotify. È un ascolto diverso, perché sai che è pubblico, che è fuori. Basta, non puoi più fare niente. E lì “riosservarmi” attraverso quelle canzoni e tutti i temi che ci sono dentro quelle canzoni è stato... non so, ho proprio sentito come se un pezzo di me si staccasse e arrivasse al mondo.
Cioè l’album non era più solo tuo ma poteva essere di altre persone.
In questo senso penso che la musica sia uno degli atti più generosi che un artista possa fare. Lasciare andare è una delle cose più difficili anche all'interno del processo creativo per me, ma alla fine il fatto stesso che la musica sia fatta per essere condivisa e abbandonata è vitale all'interno della crescita della persona, ma anche perché si lascia spazio per il nuovo.
Per te è difficile accettare che una canzone da te concepita con un certo senso, venga interpretata con un diverso significato da un’altra persona? Non perché non venga capita, ma semplicemente perché l’ascoltatore trasferisce la propria esperienza sulla tua musica?
La trovo una cosa bellissima. Mi piace pensare che la musica sia una specie di sostanza gelatinosa liquida che ovunque tu la metti si adatta alla forma che c’è. Quindi se tu hai una forma concava o convessa la mia musica entra in te e si modella. Penso sia una delle cose più belle dell'arte in generale.
Poncho e shorts in maglia ALANUI, top DKNY, stivali suede MICHAEL MICHAEL KORS, orecchini LEONARDOVALENTINI
Qual è stata la canzone più difficile da scrivere?
Wow, che bella domanda! A livello di testo penso Letters From A Body. Sapevo esattamente quello che volevo esprimere, ma volevo che il testo fosse diretto e con un livello sottile di poesia. M sono un po' arenata in un paio di punti, ma poi alla fine è venuto fuori tutto. Più difficile dal punto di vista emotivo invece direi Rough Skin, che ho co-scritto con Damon, il mio compagno, che ha composto una musica bellissima. È stato molto complesso perché nel momento in cui si lavora su un progetto creativo e si ha anche una relazione sentimentale si creano tutta una serie di dinamiche che è molto difficile gestire. In più il brano parla di un tema che mi è carissimo, la mia pelle, con cui ho sempre avuto un rapporto un po' conflittuale. Aprire questo tema ad un'altra persona, benché sia una persona che io amo moltissimo, è stato difficile. Sono usciti tanti scheletri dall'armadio.
Quando parli di pelle, intendi la pelle del viso?
Sì. Il testo è stato ispirato da un piccolo attacco di panico che ho avuto perché mi sembrava che una determinata persona mi stesse guardando in un modo strano. Era un momento in cui soffrivo molto di acne e quindi ero andata subito in paranoia. La pelle è il nostro primo rapporto con l'esterno. Le persone ti vedono e ti riconoscono attraverso la pelle.
E invece il pezzo che non vedi l'ora di cantare in concerto?
Be Like a Spider, she said. Il brano più divertente da suonare che io abbia mai scritto. Soprattutto quando sono con la mia band e poi The Equilibrist. Qui esce fuori tutta la mia parte più teatrale, più streghetta del palco, un po' musical anche se vogliamo.
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Parliamo proprio dei live. Come approcci il palco e cantare davanti a delle persone che ti ascoltano, che possono conoscere la tua musica ma anche no?
Con estrema serietà. In questi tre anni mi è capitato di suonare e cantare in palchi molto diversi, da palchi molto grossi, in alcune fortunate circostanze, o palchi molto piccoli. Mi è capitato di suonare anche davanti a persone che erano inserite in contesti che non c'entravano niente con la mia musica e quindi c'era poco ascolto, piuttosto che in contesti in cui c'era tutta l'attenzione su di me. Provo tantissima religiosità nei confronti del palco, lo vedo come una zattera nel bel mezzo del mare che devi tenere in equilibrio e per farlo devi avere una grande consapevolezza di chi hai dietro, davanti, alla tua destra o alla tua sinistra.
Per me è importante tenere il palco anche nelle situazioni in cui sento che le persone non ascoltano perché magari è una situazione molto confusionaria. Lì entra in gioco la mia serietà e il quantitativo di professionalità che voglio mettere in questo lavoro. Per esempio penso: “per me la sfida oggi è far stare zitte le prime cinquanta persone che vedo”. Credo che l'artista abbia una grandissima responsabilità, non solo di arrivare emotivamente il più possibile al pubblico che ha davanti, ma abbia la responsabilità di restituirti un'esperienza.
Top VIVIENNE WESTWOOD, gonna in pelle LEONARDOVALENTINI
Completo a fiori e orecchini VIVIENNE WESTWOOD, scarpe CASADEI
Tu hai iniziato relativamente da poco ad esibirti e sei giovane, però hai già un obiettivo? C'è un punto dove vorresti arrivare?
Ci penso spesso e credo la domanda sia anche: cosa significa per me avere successo? Ho scoperto con il tempo che la risposta a questa domanda cambia ogni volta che me la fanno. Penso che la cosa più importante sia continuare a fare arte e per continuare è necessario che il mio percorso diventi sostenibile psicologicamente, emotivamente, ma soprattutto economicamente. Nel momento in cui riuscirò a fare i dischi visionari che voglio fare, perché ho tantissimi sogni nel cassetto a livello proprio di prossimi dischi, con una certa tranquillità che mi lascia tempo anche per dedicarmi alla me individuo che non è artista, allora potrò dire: sono arrivata dove voglio arrivare.
Infatti in questi giorni abbiamo parlato anche un sacco di come sia difficile sostenersi come artista un po' a tutti i livelli, però ovviamente nell'industria musicale indipendente ancora di più ,e ancora di più per te che canti in inglese. Quindi prima di tutto ti chiedo: come mai hai deciso di non cantare in italiano al momento? Che è una domanda idiota che fanno spesso a chi canta in inglese lo so, però sono sinceramente curiosa.
Allora, perché canto in inglese? Non so se lo so, però sicuramente so che fin da piccola ho sempre proprio avuto una grandissima fissazione per questa lingua e anzi mi sono sempre sentita un po' strana per essere nata in Italia ed essere italiana. Un po' anche per il mio aspetto fisico, tutti mi scambiano per una irlandese o comunque nord-europea. E poi ho sempre avuto una predisposizione naturale per la lingua e da molto tempo mi capita anche di sognare in inglese, di scrivere sul mio diario un pensiero e scriverlo in inglese. Mi sono sempre posta l'obiettivo di imparare la lingua al meglio perché ho sempre avuto il sogno di poi trasferirmi all'estero. Quindi è proprio una cosa che mi viene estremamente naturale.
Ho provato anche a scrivere in italiano a volte per vedere se mi piaceva. E molto onestamente tutto ciò che di italiano esce da me è davvero mediocre, proprio di un bassissimo livello. Io stimo moltissimo chi riesce a scrivere in italiano e risultare credibile e fare della bella musica.
Io non ci riesco e non ho, devo dire, neanche molto interesse nel farlo perché proprio sento che non mi rappresenta.
E secondo te è necessario cantare in italiano per poter stare in Italia?
All'inizio ero piena di speranze perché mi dicevo “con me sarà diverso!”, però mano a mano che vado avanti vedo che - a meno che non si apra un canale miracolosamente - anche solo esportare la musica scritta in inglese dall'Italia all'estero è proprio una missione quasi impossibile. Soprattutto per il genere che faccio io non c'è moltissimo pubblico, e questo è un pensiero che ho sviluppato recentemente che mi ha proprio aperto gli occhi.
In Italia abbiamo Napoli, abbiamo la Sicilia, abbiamo Roma. Siamo abituati a dei colori e delle sonorità diverse, le mie forse appartengono più al Nord Europa.
Dici che è molto difficile esportare la musica dall’Italia, ma Internet, il digitale, i social, secondo te possono aiutare? Sono un mezzo, uno strumento che utilizzi, che ti piace, o anche solo per piacere li usi, oppure no?
Mi metti molto in difficoltà (ride - ndr) perché per lavoro e per bisogno passo un sacco di tempo sui social network e alla fine non riesco ad elaborare un post fatto bene in meno di venti minuti, mezz'ora. Poi mi dico, cavolo, pensa se domani ci fosse un blackout totale nel mondo e tutto il lavoro di questi anni per farsi un profilo social, che è anche un po’ il tuo portfolio, andasse tutto perso. Allora lì forse ci renderemmo conto del fatto che è tutto intangibile, che non esiste.
Quindi cerco di usarli il meno possibile, ma sicuramente se si vuole portare avanti un progetto che abbia un certo tipo di visibilità sono necessari. Non mi piacciono, ma li uso un po' a modo mio, seguendo le mie regole e quello che piace a me.
Abito e sabot SPORTMAX
Parliamo di moda. Abbiamo fatto servizio fotografico e tu eri molto coinvolta, avevi anche delle bellissime idee! Com'è il tuo rapporto con lo stile e anche con la moda che porti sul palco?
Negli ultimi anni ho scoperto che mi piace tantissimo la moda come mezzo di espressione. Vestirmi in un certo modo sul palco mi dà un'energia piuttosto che un'altra. Può essere l’armatura che mi porto, che mi dà forza e allo stesso tempo mi protegge, ma anche mi aiuta ad accentuare un qualcosa che voglio sottolineare e comunicare. Il mio stile cambia di data in data. Alcune volte voglio mostrare il mio lato più soft, delicato, altre volte in cui invece sento il bisogno di contrastare questa mia inclinazione e vado nella direzione opposta.
Negli ultimi anni ho avuto il piacere di collaborare con degli artisti e designer indipendenti, con cui abbiamo disegnato abiti, creato con materiali riciclati, che è una cosa che mi piace moltissimo portare avanti. La moda non sono solo vestiti, ma è anche una forma d'arte. E mi piace moltissimo quando l'abito non è solo abito, ma porta un messaggio, racconta una storia o si trasforma in qualcos'altro, perché allora lì riesco a vedere un percorso, una luce.
E ti piacerebbe anche creare i tuoi stessi abiti?
Sì, ho iniziato da quando ho aperto il concerto di Bon Iver e mi mancava un abito da indossare, però era un concerto importante e volevo qualcosa che mi rappresentasse completamente. E quindi a 24 ore dal concerto ho trasformato un abito che avevo nell'armadio, l'ho stretto, l'ho accorciato, ci ho aggiunto delle cose. E lì mi sono resa conto che il costume-making mi entusiasmava tantissimo. Ho proprio pensato: potrei fare anche questo.
A volte penso che sarei dovuta nascere meno creativa. Mi piace scattare in analogico, mi piace cantare e scrivere, mi piace tantissimo fare le sculture, mi piace fare i costumi.
Quando ero a liceo e mostravo tutti questi interessi nei confronti delle varie discipline artistiche, mi hanno sempre fatto sentire molto inconcludente. Del tipo: apri tante porte, ma non entri da nessuna parte. Fortunatamente ho avuto sempre un'innata fiducia nei confronti del mio istinto, e quindi ho seguito quell'apertura di porte, anzi, ne ho aperte ancora di più. E poi, anni più tardi, mi sono resa conto che tutte queste piccole porte che avevo aperto confluivano in una grande porta che sono io come artista. Quindi meno male che ho fatto tutto questo percorso che mi ha fornito degli strumenti che tengo in tasca e che spontaneamente escono fuori. È come se stessi tessendo una grande coperta, tutti questi fili colorati alla fine fanno una grande coperta colorata.
Denim LEVI'S e borsa MICHAEL MICHAEL KORS
Anche la copertina dell'album è una performance, giusto?
La copertina è un'idea che è nata insieme al titolo. Mentre stavo scrivendo tutti i brani, prima di far uscire l'EP, mi sono chiesta cosa volessi che rimanesse alle persone dopo tutto l'ascolto di questo disco. E mi sono risposta che voglio che rimanga un barlume di speranza e che la soluzione di tutto, o l'unica cosa che veramente è importante è l'amore, e sostenersi a vicenda.
Quindi mi sono subito immaginata questa "palla" di esseri umani che si abbracciano. E all'inizio me la immaginavo al centro di un cielo terso, e poi alla fine si è trasformata in un'immagine più semplice, anche se giungere a quella sintesi è stato molto lungo. E ci tenevo a scattarla io e ci tenevo anche a non essere dentro l'immagine, per la prima volta.
Forse proprio per mettere in questo tuo lavoro anche un’altra tua parte artistica?
Sì, perché in concomitanza con la scrittura di questo disco, l'unica altra forma di esorcizzazione di quel dolore era la fotografia analogica. Mi sono ritrovata con un archivio di scatti che raccontavano quello che stavo attraversando e che è finito in un libretto nel vinile. E poi è un disco talmente autobiografico che almeno in copertina volevo mettere al centro gli altri, che fossero loro la rappresentazione di quel concetto.
Grazie all'aiuto di Susanna Beltrami, che è una persona meravigliosa, un'ex ballerina che ha creato l'Accademia Susanna Beltrami a Milano, ai suoi dieci studenti, e Arianna Balestieri, che mi ha aiutato a dirigere i movimenti di quel giorno, e insieme a Daniele Frediani che mi ha sostenuto tecnicamente, mi sono appesa a quattro metri con una fune nel soffitto di questa scuola di danza. Soffro di vertigini, quindi è stata una prova immensa.
E il rapporto con la tua immagine come lo vivi?
Lo sto scoprendo, perché nel 2025 essere cantautrice e musicista vuol dire occuparsi anche della propria immagine. Non che prima, negli anni 90, non se ne interessassero, ma sicuramente si era meno esposte e un po’ più spontanee.
All'inizio mi facevo molti più problemi, adesso invece sono molto più tranquilla in generale. Per ora sento il bisogno di esplorare diverse anime, diversi stili. Anche a seconda del disco e della musica che faccio. Ogni disco ha un'anima molto ben definita e si passa attraverso anche un po’ le fasi, i colori di ciascun disco. Questa è una cosa che a me piace molto.
Occhiali da sole MICHAEL MICHAEL KORS, top VIVIENNE WESTWOOD
Mi viene subito in mente PJ Harvey - parlo sempre di lei lo so, perdonami - che all'inizio soprattutto nei primi 4-5 album è veramente chiaro che stia passando delle fasi ben precise sia musicali che di stile. Questa per me è una cosa molto bella, perché dà la possibilità a un artista di poter cambiare. Non è vero che bisogna sempre fare la stessa musica, no? Sei sempre tu, però crei e cerchi qualcos'altro e lo stesso succede con il tuo stile.
Certo. Adesso stiamo facendo passi da gigante in questo senso, ma c'è ancora un piccolo pregiudizio nei confronti del cambiamento di stile da parte degli artisti, che secondo me è deleterio e anche contro natura perché non puoi pretendere che un artista o una persona sia esattamente quella cosa lì per tutta la vita.
Dove ti vedremo in concerto?
Qui sotto trovate le date confermate ad oggi, ma ne aggiungeremo sicuramente delle altre:
22.06 | Grizzana Morandi / La Tre Giorni Festival
04.07 | Aquileia (UD) / Parco Archeologico
10.07 | Ravenna / Nell'arena delle balle di paglia
26.07 | Brescia / Diluvio Festival
01.08 | Castelbuono (PA) / Musaic-on
03.08 | Ortigia (SR) - La Barca
E cosa ti auguri quindi per questa estate?
Mi auguro di divertirmi tantissimo e di far divertire anche voi.
Credits:
Foto e Art Direction: Sara Reverberi
Mua/Hair: Loren Conceicao
Creative e Art Direction: Sara Moschini
Location: Six Senses Crans-Montana
© Riproduzione riservata
Claudia Potycki: come ho portato la storia della moda sui Social
«Io i social li odiavo, per anni non li ho avuti e poi poco prima della pandemia ho iniziato a postare su Tik Tok, ma solo perché lì ancora non c'era nessuno che mi conoscesse!»
Esordisce così durante una pausa del nostro shooting moda, Claudia Potycki, content creator veronese con un passato da modella, studiosa di moda e appassionata di cultura giapponese.
«All'inizio i video duravano massimo 15 secondi, c'era chi faceva cosplay, chi faceva i balletti, i primi parrucchieri. Poi nel 2020-21 è scoppiato tutto. Hanno aumentato la durata dei video e hanno messo il green screen che è stata una grande rivoluzione per il mezzo. Tempo dopo ho iniziato anche a postare su Instagram, un po' spinta dal mio fidanzato visto che per me quello era un momento di transizione lavorativa, e la cosa ha funzionato e sono iniziate le collaborazioni. Ma non mi sono mai posta obiettivi di crescita, è stato tutto spontaneo e organico, e non lo faccio neanche ora».
Giacca e top THE NOUR, gonna archivio Claudia Potycki
Questo atteggiamento ha permesso a Claudia di creare una community di followers appassionati come lei e di tenere alla larga haters e troll, le infauste creature che popolano i commenti dei social e che hanno un sacco (troppo) tempo libero.
«Paradossalmente i commenti più brutti mi sono arrivati proprio da professionisti della moda, gente anche importante che mi ha scritto delle vere e proprie cattiverie, tra l'altro con il loro profilo personale, nome e cognome. Io accetto tutte le critiche costruttive e le opinioni diverse, ma se arriva l'insulto del leone da tastiera senza senso non lo accetto. Per fortuna succede davvero raramente».
Tuta ART259DESIGN, stivali e accessori archivio Claudia Potycki
Questo è un momento in cui i cosiddetti "fashion commentators" stanno crescendo sempre di più, in cui non è più importante solo l'immagine ma anche avere delle opinioni, saper raccontare la moda e quello che si vede con un punto di vista diverso e possibilmente più approfondito.
«Siamo ancora in pochi in Italia, ma sono molto contenta che ci siano diverse persone che iniziano a parlare di moda sui social perché così tutti si stanno accorgendo di noi e questo sta diventando un vero e proprio lavoro!», ci dice Claudia.
Giacca ART259DESIGN, bermuda, scarpe mary-jane e accessori archivio Claudia Potycki
Creare un video social che riesca a raccontare una collezione, un trend o un fenomeno della moda non è un lavoro semplice e immediato. La ricerca e le fonti sono fondamentali, così come la velocità di esposizione e il saper catturare l'attenzione di chi ascolta in fretta, senza mai farla calare.
«I video più impegnativi sono quelli che riguardano la storia della moda. Cerco sempre di andare alle fonti originali quindi all'intervista del designer, meglio ancora se è in video, perché in questo modo riesco ad avere una sua testimonianza diretta. Cerco di non leggere articoli scritti da altri, ma di elaborare la mia storia in base a quello che ha detto la persona interessata. A volte non è possibile e allora mi affido ai libri, alle biblioteche. La parte più faticosa è cercare un aneddoto particolare con cui iniziare il video per catturare l'attenzione di chi guarda. I video di "opinione" sono più veloci da creare perché so esattamente cosa dire. Prima scrivo tutto e poi registro e aggiungo le immagini. Nel caso delle sfilate aspetto che escano tutte le foto e più informazioni possibile per potermi fare un'idea più precisa e completa».
Maglione THE NOUR, gonna ART259DESIGN, scarpe e accessori archivio Claudia Potycki
«Uno dei momenti più belli per me è quando un brand di nicchia scopre i miei video e mi chiedono di condividere i contenuti. Ad esempio ho parlato di Kids Love Gaite un brand giapponese che fa scarpe, e Shintaro Yamamoto, il fondatore, mi ha scritto, ha ripubblicato il video, mi ha lasciato un commento, ha iniziato a seguirmi, è stato carinissimo! Io di solito non taggo nessuno perché non faccio i video per essere "trovata" dai brand ma quando capita in modo spontaneo è bellissimo».
Camicia ART259DESIGN, gonna, stivali e accessori archivio Claudia Potycki
Se i brand non lasciano tanti commenti sui video, gli user che capitano sul profilo di Claudia e i suoi followers si scatenano in due momenti particolari: la sfilata di Prada e quella di Rick Owens.
«Ormai lo so, sono i miei appuntamenti fissi. Non so cosa sia nello specifico che provochi tutte queste reazioni forti quando si parla di questi due brand. Forse nel caso di Prada il fatto che sia un brand molto conosciuto del lusso e il fatto che le persone che non sono abituate a vedere le sfilate rimangono ancora sorprese nel veder sfilare abiti decostruiti, o qualche tipo di stampa, per non parlare di quando ci sono capi che sembrano rovinati o sporchi, ovviamente di proposito perché c'è una riflessione filosofica dietro che non è immediatamente chiara. Per Rick Owens il casting, il make-up e poi tutto lo styling lascia sempre le persone a bocca aperta.
Personalmente sono due brand che amo e mi sembra stranissimo che ancora oggi degli abiti o degli accostamenti possano scandalizzare qualcuno. Ma effettivamente è così. E mi rendo conto da questi commenti che ancora per molti è difficile distinguere tra un capo singolo e lo styling che ne viene fatto. Io cerco di spiegare anche le scelte che un designer o un brand può fare in una determinata situazione, ma a volte la conversazione si blocca su giudizi sterili e in quel caso c'è poco da fare».
Cappotto ZONA20, scarpe e accessori archivio Claudia Potycki
Secondo Claudia molti creator si stanno spostando dalle piattaforme di social tradizionali al format della newsletter proprio per evitare di ricevere commenti sterili o di finire in flussi lontani dal proprio mondo e dei propri followers che conoscono il tone of voice del creator e i temi trattati.
«La newsletter richiede uno sforzo in chi scrive ma anche in chi legge per cui elimina automaticamente il commento becero tipo "che schifo", che non porta da nessuna parte e non apre alcuna conversazione. Ho anche notato che prima, parlo di quando ho iniziato io a fare video, le persone non si permettevano di commentare in questo modo, c'era una specie di rispetto verso una collezione e verso chi parlava. Ora non importa più e questo credo porterà i creator a spostarsi in nuovi luoghi».
Total look THE NOUR, guanti in pelle e stivali archivio Claudia Potycki
E quali sono i video che Claudia preferisce creare?
«Quelli che produco totalmente io come i video di viaggio con i consigli sui luoghi e negozi da visitare ad esempio sul Giappone. Sono video che in un certo senso non possono essere copiati, è una selezione mia, per cui unica e mi stimola tantissimo oppure anche quando parlo degli abiti che cucio io. Il fatto che siano mie creazioni in tutto e per tutto mi fa sentire più motivata ad andare avanti. Magari non sono necessariamente i video che vanno meglio, perché non seguono il trend del momento (che copro anch'io a volte ovvio!) ma mi danno la spinta per raccontare cose sempre nuove e credo che sul lungo termine ripaghino la fatica nel produrli senza avere un successo immediato».
Ci lasciamo parlando di un progetto futuro che però purtroppo, come direbbero le influencer brave, non possiamo rivelare. Possiamo solo assicurarvi che sarà qualcosa che farà molto felici sia gli amanti della moda che chi segue Claudia da tempo.
Credits:
Foto: Claudia Ferri
Video: Daria Krasnova
Styling: Silvia Fanella
Mua/Hair: Silvia Sidoli
Social Media: Giulia Biava
Assistant: Emma Modolo
Creative Director: Sara Moschini
© Riproduzione riservata
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La Collection Privée è una linea di fragranze che rappresenta un vero parco giochi creativo. Permette all'artista profumiere di instaurare un dialogo con la Maison, con la sua storia, i suoi valori e il suo heritage. È uno spazio libero, non vincolato da logiche commerciali, dove si lavora sulla vera arte della profumeria, sul know‑how e sulla narrazione della famiglia Dior.
Come inizi un nuovo progetto creativo?
Ogni volta che inizio un nuovo progetto, chiedo al dipartimento archivi di mostrarmi la documentazione disponibile: cosa esiste, quali storie possiamo raccontare, quali elementi del patrimonio Dior possono ispirare una nuova fragranza. La domanda di partenza è sempre: “Cosa abbiamo da dire su questo tema?” Per la Cuir Saddle mi sono chiesto: “Cosa abbiamo da dire di nuovo sul cuoio, sulla pelle?” Per un nuovo progetto sulle candele, mi sto ponendo le stesse domande.
Quali elementi della storia Dior ti hanno ispirato per Cuir Saddle?
Abbiamo iniziato studiando quando Christian Dior introdusse la prima borsa in pelle e come la Maison usò questo materiale nel tempo. La mia attenzione è stata catturata dalla Saddle Bag, soprattutto dopo che Kim Jones ne ha creato una versione maschile, rendendola un oggetto desiderabile da tutti. Mi affascina perché è ergonomica, organica, come se facesse quasi parte del corpo. Questa idea della pelle che “si fonde” con chi la indossa è diventata la base della mia ispirazione.
Come hai tradotto questa ispirazione nella fragranza?
Volevo creare un profumo cuoiato che fosse vicino all'odore della pelle stessa, quasi come un’estensione naturale. Non un classico “profumo di cuoio”, ma qualcosa di liscio, pulito, fluido. Ho cercato la sensazione tattile della pelle lavorata: quando la tocchi, diventa morbida come un tessuto materico, quasi come se fosse seta spessa. La conoscenza delle tecniche di lavorazione della pelle italiana e dei suoi procedimenti di trasformazione mi ha in qualche modo guidato.
Come descriveresti la costruzione olfattiva?
È una costruzione astratta. Uso un fiore bianco come base, come se fosse una “vernice bianca” da cui partire. Poi aggiungo una goccia di cuoio, che si scioglie nella composizione e diventa un semplice suggerimento, non una nota dominante. Non volevo la classica nota di cuoio “antiquata”, quella che ricorda i guanti, le selle o le giacche pesanti. Volevo qualcosa di più moderno, morbido e sfumato.
Hai citato la tradizione italiana nella lavorazione della pelle. Che ruolo ha avuto in questo progetto?
La tecnica della lavorazione della pelle è arrivata in Francia dall’Italia, soprattutto attraverso l’arte dei guanti. È un sapere antico, molto radicato nella cultura europea. Oggi, per esempio, nei giardini di Versailles lavorano diversi giardinieri italiani, e stiamo collaborando con loro per un progetto Dior. Questo dialogo culturale continuo mi ispira molto.
Qual è la fase del processo creativo che ti entusiasma di più quando crei un profumo?
La ricerca, forse. Anche se è una fase stressante, perché finché non trovo una storia so che non avrò un buon profumo. Una bella storia può portare a qualcosa di buono; non è garantito, ma senza una storia non c’è nulla da dire, almeno per me. Quando senti di avere una storia forte, tutto diventa più semplice.
Per questo profumo, la storia era molto chiara ed è stato facile definirla, ma creare la fragranza ha richiesto molto tempo. La pelle è un tema complicato: può risultare antiquato, molto vecchia scuola, oppure può diventare troppo creativo, troppo selvaggio, troppo dirompente. Trovare l’equilibrio giusto — un odore di pelle contemporaneo e che si diffonda bene — è stato davvero complesso.
All’inizio avevamo due possibilità di racconto: uno prevedeva un nome legato al colore, qualcosa come “Cuir + colore”, ma non mi sembrava abbastanza distintivo o solido. Siamo tornati a scavare nella storia e da lì è nato il nome Cuir Saddle proprio quando ho visto la borsa e l’idea che mi evocava ovvero la sensazione di una sorta di bozzolo. A quel punto è arrivata l’emozione: e si inizia a creare il profumo, cercando quali ingredienti mescolare per raggiungere ciò che hai in mente.
La seconda fase emozionante è quando senti di avere un buon profumo. Sai che c’è ancora molto lavoro da fare, ma quando lo metti sulla pelle e ti “dice” qualcosa, capisci che sei sulla strada giusta. È una sensazione profonda, simile a quando si scrive: sai che con il tempo e la dedizione potrai arrivare al risultato.
Ph. Dior Press Office / Daniela Losini
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Colori da indossare, profumi da assaporare: Dior Addict Glow si rinnova e ci regala delizia

Dior Addict inaugura una nuova era dove make‑up e fragranze si fondono in un’unica esperienza sensoriale. La collezione Glow è spontanea e gourmand, trasforma i frutti e i fiori più iconici della Maison nei bouquet olfattivi di Rosy Glow, Peachy Glow e Purple Glow.
Ogni profumo dialoga con le tonalità zuccherate dei Lip Glow Oil, creando un universo coordinato in cui il colore delle labbra rispecchia la scia olfattiva. È un invito a giocare con la propria aura, a scegliere un mood, a indossare la bellezza come un gesto di piacere immediato. Un mondo pop, brillante e couture, dove il glow diventa uno stile di vita.
Rosy Glow
Rosy Glow interpreta la rosa damascena in una versione sorprendentemente gourmand. Sotto i suoi petali vellutati si rivela un cuore fruttato e scintillante di litchi, fresco e irresistibile come labbra rosa glassate di zucchero a velo.
La fragranza evoca la dolcezza di una torta alla rosa, arricchita da un accordo cremoso di dulce de leche profumato al litchi. Un profumo da assaporare con i sensi, luminoso e vellutato, che unisce l’eleganza floreale Dior a una golosità giocosa.
Peachy Glow
Peachy Glow nasce dall’incontro tra il gelsomino grandiflorum e la succosità della pesca. Il fiore bianco rivela una sfaccettatura fruttata dalla finitura vellutata, come la buccia di una pesca matura che sprigiona dolcezza al tatto.
La fragranza è un’infusione cremosa di fiori e panna montata alla vaniglia, avvolgente come un tessuto morbido sulla pelle. Il risultato è uno sciroppo fruttato e luminoso, che lascia una scia morbida, dolce ed estiva.
Purple Glow
Purple Glow reinterpreta l’iris toscano in una veste inedita e irriverente. Dietro la sua eleganza cipriata si nasconde un’anima di lampone: una polpa tenera, acidula e succosa che illumina la fragranza con un tocco viola vibrante.
L’iris, solitamente austero e sofisticato, si lascia sorprendere da una dolcezza quasi candita, trasformandosi in un profumo cremoso e seducente. Un equilibrio perfetto tra nobiltà floreale e gusto contemporaneo.
Nel mondo Dior Addict, make‑up e profumo parlano la stessa lingua
I Lip Glow Oil riprendono i colori, le sfumature e l’immaginario delle tre fragranze Rosy Glow, Peachy Glow e Purple Glow, creando un dialogo immediato tra labbra e sillage. Le tonalità brillanti e zuccherine dei gloss – dal rosa glassato al pesca succoso fino al viola lampone – rispecchiano fedelmente le note olfattive, trasformando ogni look in un’esperienza multisensoriale. È un gioco di rimandi, un codice cromatico condiviso che permette di scegliere la propria “aura” e indossarla sulle labbra e sulla pelle. Make‑up e fragranza diventano così un unico gesto di stile, coordinato e pop.
I Flaconi Bonbon
Le tre fragranze sono racchiuse in flaconi traslucidi, ispirati ai colori fruttati: rosa tenue, malva acceso e pesca gustosa. Sembrano veri e propri bonbon da collezionare, con il tappo trasparente e il logo Dior Oblique argentato che aggiunge un tocco couture. Ogni flacone è pensato come un accessorio da portare sempre con sé, da estrarre dalla borsa con la stessa naturalezza di un lipstick.
Credits Ph.: Jeanne Lucas per Dior / Losini Daniela
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Tommy Hilfiger apre la stagione delle feste a Venezia
Con un evento esclusivo ricco di ospiti Tommy Hilfiger lancia i suoi look modern prep per le festività. Grazia era a Venezia per scoprire gli abbinamenti a cui ispirarsi e portarvi nella magia della città più bella del mondo
Come ti vestirai a Natale? È una delle domande che abbiamo chiesto agli ospiti dell’evento “A Hilfiger Holiday”, una brand experience che ha portato tanti amici italiani di Tommy Hilfiger a Venezia, per assaporare la dolce atmosfera delle feste in una delle città più eleganti al mondo.
Elisa Maino a Venezia
Simone Bredariol e Matteo Guerrieri a Murano
Ospiti per due giorni del boutique hotel Palazzina Grassi, dove lo stile contemporaneo si fonde con l’eleganza tradizionale veneziana, i talent invitati hanno potuto gustare una cena intima nel rinomato ristorante affacciato sul Canal Grande, partecipare a una sessione di soffiatura del vetro con il maestro artigiano Simone Cenedese nell’incantevole isola di Murano, pranzare al ristorante Quadrino in piazza San Marco per provare le nuove fragranze Tommy Her New York e Tommy New York e assistere a un DJ set del musicista milanese Vittorio Menozzi, ma soprattutto hanno provato e giocato con i nuovi capi della collezione Tommy Hilfiger Holiday 2025 interpretandoli ognuno con la propria personalità e adattandoli alle diverse occasioni.
Il maestro Simone Cenedese nella sua vetreria di Murano ha creato una speciale pallina di Natale con i colori iconici di Tommy Hilfiger
L’esuberante Vic Montanari, ad esempio, amante dei colori e degli abbinamenti inaspettati, ha alternato morbidi jeans e maglioni a losanghe con una longuette A line a pieghe e un collo alto natalizio dalla lavorazione grafica, Ryan Prevedel, epitome del ragazzo preppy, non si è lasciato sfuggire i jeans da indossare con i mocassini lucidi e la cravatta, tipici dell’heritage americana, e Elisa Maino il completo bianco, estremamente versatile. L’attrice Lavinia Guglielman ha optato per un look comodo con pantaloni dal taglio maschile adatti ai trasferimenti sull’acqua e alle attività pomeridiane per poi giocare con i contrasti di gonna in paillettes nera e camicia in cotone bianca della sera.
La digital creator Vic Montanari indossa un'alternativa al classico maglione natalizio
Ryan Prevedel in barca verso Murano
Elisa Maino in completo bianco Tommy Hilfiger
Lavinia Guglielman unisce look androgino con gonna nera in paiette
La coppia Paola Cossentino e Mees Truijens sembra uscita dal frame di un film della Nouvelle Vague. Lei, iperfemminile, con camicia morbida bianca e pantalone nero, e lui, in completo, mentre la giovane Dolma Lisa Dorjee riesce ad esprimere la sua parte più street con il maglione in lana abbinato ai jeans e a cambiare personalità la sera tirando fuori la dark lady ipercool che è in lei grazie all’abito stretch nero con le spalle scoperte.
Dolma Lisa Dorjee al pranzo al Quadrino in piazza San Marco dove ha potuto scoprire la fragranza Tommy Her New York
Il table set per il pranzo al Quadrino con i profumi Tommy Her New York e Tommy New York
Dolma Lisa Dorjee in abito nero lungo
Paola Cossentino e Mees Truijens elegantissimi alla cena a Palazzina Grassi
E ancora: Yusuf Panseri, Mattia Basso, Simone Bredariol e Matteo Guerrieri hanno avuto la possibilità di interpretare per i look daily la maglieria, punto forte della collezione Tommy Hilfiger Holiday 2025 caratterizzata dall’inconfondibile Tommy Crest, lo stemma che raffigura un leone con la spada circondato da una corona di alloro che ritroviamo anche su berretti e sciarpe, per poi trasformarsi in gentlemen con un twist per la sera.
Yusuf Panseri spezza il classico completo e opta per un mix bianco, crema, micro scacchi
Simone Bredariol nel suo look serale
Matteo Guerrieri sceglie il velluto e i pantaloni bianchi per la cena di Natale
Accanto all’esperienza di Venezia, il brand americano porta la storia e il calore delle festività 2025 anche nei negozi di Milano e Roma. Gli ospiti potranno infatti godere di un servizio gratuito di confezionamento regali per tutto dicembre, mentre in alcune giornate ci saranno delle divertenti “Santa’s Mailbox”, un carrello di cioccolato e serate di shopping speciali – momenti coinvolgenti pensati per accogliere i consumatori nella comunità del marchio. Qui il link per iscriversi a tutte le iniziative.
L’evento non poteva concludersi se non con uno speciale Secret Santa, dove i ragazzi e le ragazze hanno potuto scambiarsi i regali, ovviamente tutti pensati per loro da Tommy Hilfiger.
E voi? Siete pronti a vivere un Natale firmato Tommy Hilfiger?
Credits:
Video: Andrea Barbui
Foto: Tommaso Biondo
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