Perché i piccioni camminano sull’asfalto rovente senza bruciarsi? Il segreto è nei loro 41 °C
Ad agosto il termometro segna 38 °C, voi uscite di casa con il cappellino, la borraccia e l’aria condizionata ancora addosso. In mezzo alla piazza, però, c’è sempre lui: il piccione che passeggia tranquillo sul marciapiede rovente, come se fosse primavera. Niente ombra, niente fontanella, zero fretta di andarsene.
Non è incosciente e nemmeno bionico. Semplicemente il suo corpo è progettato in modo diverso dal nostro: temperatura di base attorno ai 41 °C e una serie di “trucchi” per disperdere il calore che a noi mancano del tutto. Questo non lo rende invincibile, ma spiega perché i piccioni sembrano reggere il caldo meglio di noi.
41 °C: ciò che per noi è febbre, per il piccione è normalità
Per gli esseri umani, 37 °C è una temperatura normale. Quando il termometro interno supera i 40-41 °C, i medici parlano già di ipertermia grave, una condizione potenzialmente pericolosa. Per molti uccelli, invece, quei numeri sono la quotidianità.
Nel caso del piccione (Columba livia) la temperatura corporea oscilla in genere tra i 40 e i 42 °C, con una media intorno ai 41 °C. Uno studio pubblicato sul Journal of Applied Physiology nel 1987 ha misurato proprio questi valori, confrontandoli con la capacità dell’animale di resistere al caldo intenso.
Il trucco sta nel “gradiente” tra corpo e ambiente. Con 38 °C all’ombra, per noi l’aria è già più calda del corpo: invece di cedere calore, iniziamo ad assorbirlo. Per il piccione no. A 38 °C l’aria resta ancora più fredda dei suoi 41 °C interni. Finché questa differenza esiste, lui può continuare a disperdere calore in modo passivo, semplicemente scambiandolo con l’ambiente.
Non sudano, ma si raffreddano con la pelle
A noi il caldo toglie energie, ma abbiamo un’arma potente: il sudore. Le ghiandole sudoripare secernono acqua sulla pelle, l’evaporazione porta via calore e la temperatura corporea si abbassa. Gli uccelli, piccioni compresi, queste ghiandole non le hanno.
Come fanno allora? Sfruttano comunque l’evaporazione, ma in modo più “silenzioso”. Nei piccioni una parte dell’acqua corporea diffonde passivamente attraverso la pelle ed evapora: è la cosiddetta evaporazione cutanea. Quando l’acqua passa da liquido a vapore assorbe energia, cioè calore, e aiuta il corpo a raffreddarsi.
Studi di fisiologia comparata hanno mostrato che nei columbidi questa via può coprire una quota importante della dispersione di calore, soprattutto nei soggetti abituati a vivere in ambienti caldi. Non a caso, nelle ore più torride li vedete spesso con le ali leggermente staccate dal corpo, il dorso esposto e le piume un po’ sollevate: è una postura che aumenta la superficie disponibile per l’evaporazione.
Gola che vibra e respiro veloce: il piano B contro il caldo estremo
Quando la sola pelle non basta più, entra in gioco il raffreddamento respiratorio. Nei piccioni funziona in due modi principali. Il primo è il gular fluttering, o vibrazione golare: l’animale tiene il becco aperto e fa vibrare rapidissimamente i muscoli della gola. Più aria scorre sulle superfici umide, più acqua evapora, più calore viene disperso.
Il secondo è il panting, l’ansimare vero e proprio. In condizioni estreme la frequenza respiratoria può impennarsi fino a oltre 500 atti respiratori al minuto. È una sorta di ventilatore interno che spinge l’evaporazione nelle vie respiratorie al massimo.
Tutto questo, però, ha un costo. Muovere rapidamente i muscoli richiede molta energia e, soprattutto, porta a una grande perdita di acqua, con il rischio di disidratazione. Gli scambi di gas nel sangue (ossigeno e anidride carbonica) si alterano e l’organismo deve lavorare di più per restare in equilibrio. Per questo i piccioni usano queste strategie respiratorie come “piano B”, non come soluzione continua.
Piccioni “acclimatati”: quando il caldo diventa routine
Non tutti i piccioni tollerano il caldo allo stesso modo. Gli individui che vivono stabilmente in ambienti torridi o in città molto calde sviluppano una vera acclimatazione. Secondo gli studi pubblicati sul Journal of Applied Physiology e su altre riviste di fisiologia, questi soggetti diventano talmente efficienti nell’evaporazione cutanea da ridurre drasticamente il ricorso a gular fluttering e panting.
In laboratorio, piccioni acclimatati sono riusciti a mantenere la temperatura interna intorno ai 41 °C anche con aria vicina ai 50-60 °C. Ci sono riusciti soprattutto aumentando al massimo l’evaporazione dalla pelle e tenendo bassa la produzione di calore metabolico. Gli autori di questi lavori li hanno descritti come «un modello fisiologico ideale per lo studio della sopravvivenza al caldo».
Attenzione però: si parla di camere termiche controllate, non di una piazza italiana senza una goccia d’acqua. Sono esperimenti che servono a capire fin dove può arrivare il loro sistema di termoregolazione, non quello che capita davvero ogni giorno ai piccioni del vostro quartiere.
Quindi i piccioni non soffrono mai il caldo?
La risposta, ovviamente, è no. Anche loro possono andare incontro a stress termico e disidratazione, soprattutto durante ondate di caldo prolungate, se non trovano acqua o se sono già debilitati da malattie e carenza di cibo.
Un piccione in difficoltà per il caldo appare apatico, respira a becco aperto anche all’ombra, tiene le ali molto distanziate dal corpo e fa fatica a volare. In questi casi la cosa migliore è evitare interventi improvvisati e, se possibile, contattare un centro di recupero per fauna selvatica della vostra zona. Un gesto semplice ma utilissimo, invece, è lasciare piccole ciotole d’acqua su balconi e cortili: non serviranno solo ai piccioni, ma a molti altri uccelli urbani.
Sapere che quei 41 °C interni sono la loro normalità aiuta a guardarli con occhi diversi. La prossima volta che li vedete camminare sul marciapiede bollente, saprete che dietro quell’aria indifferente c’è un lavoro di termoregolazionesofisticato quanto invisibile.
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