Chi parla sempre non è solo estroverso: dietro questo comportamento potrebbero nascondersi 3 paure
“Non sto zitta un secondo, lo so, fermatemi pure”. La collega che fa il monologo in riunione, l’amica che occupa tutta la cena, il partner che commenta ogni dettaglio della giornata. Capita a tutti di avere in mente una o più persone che parlano molto.
Gli psichiatri spiegano però che, oltre un certo limite, questa loquacità non è più solo temperamento. Diventa un modo rigido di stare in relazione, quasi un automatismo. Uno psichiatra e psicoanalista come Pierre Lévy-Soussan parla di vera e propria «allergia al silenzio»: il vuoto spaventa, allora lo si riempie con parole. Ma cosa, esattamente, si prova a coprire con quel rumore di fondo?
Quando parlare tanto è carattere (e quando è un segnale di disagio)
Ci sono persone spontaneamente vivaci, che amano raccontare e fare battute. In questo caso la comunicazione resta uno scambio: gli altri intervengono, si sentono considerati, non escono esausti dalla conversazione. È una loquacità tutto sommato sana.
Il campanello d’allarme arriva quando il discorso diventa un flusso unico, difficile da interrompere. Chi ascolta prova stanchezza o irritazione. Chi parla, a volte, racconta di sentirsi trascinato dalle proprie frasi, quasi non riuscisse a premere “stop”. Gli psichiatri descrivono situazioni in cui questo bisogno di parlare è continuo e disorganizzato: è la logorrea, che può comparire in alcuni disturbi psichiatrici e richiede una valutazione specialistica.
Senza arrivare a questi quadri, tante persone usano le parole come cuscinetto contro l’ansia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che i disturbi d’ansia sono tra i più diffusi al mondo. Non sempre si vedono con attacchi spettacolari; a volte assomigliano proprio a questo: non riuscire a tollerare il silenzio, il non detto, una pausa nello scambio.
Le tre paure che chi parla molto cerca di nascondere
La prima è il bisogno di riconoscimento. Alcune persone hanno vissuto un’infanzia povera di attenzioni o relazioni in cui venivano svalutate. Da adulte cercano, spesso senza accorgersene, di esistere agli occhi degli altri occupando spazio di parola: raccontano, spiegano, si giustificano. È una forma di “narcisismo conversazionale”: non tanto vanità, quanto fame di conferme. Anche l’oversharing sui social va in questa direzione.
La seconda è la paura del giudizio e dell’altro. Se penso, in profondità, di non valere abbastanza, lascio poco margine al vostro intervento. Monopolizzare la conversazione significa controllare l’incontro: niente domande scomode, nessuna critica, nessun silenzio in cui l’altra persona possa “sparire”. Alcune personalità teatrali seducono proprio così, con storie infinite e dettagliate. L’effetto collaterale è che l’interlocutore finisce intrappolato nel ruolo di spettatore o consolatore.
La terza è la fuga dal proprio mondo interno, da un’interiorità fragile. Parlando in continuazione ci si protegge da pensieri e emozioni che fanno paura: tristezza, rabbia, fantasie che non si sanno gestire. Lévy-Soussan ricorda che, da piccoli, abbiamo bisogno di adulti che ci aiutino a “metabolizzare” quello che viviamo, a dargli un senso. Se questo non è avvenuto, il mondo interno resta caotico, quasi minaccioso. Da grandi ci si aggrappa al fare e al dire, per non sentire.
A complicare il quadro c’è anche il cervello. Una ricerca condotta ad Harvard ha mostrato che parlare di sé attiva i circuiti della ricompensa, con rilascio di dopamina. In pratica, l’auto-racconto funziona come una piccola gratificazione chimica. Ecco perché, per alcune persone, è così difficile smettere di parlare di sé: le parole diventano una forma di auto-medicazione emotiva.
Se vi riconoscete: come fare pace con il silenzio (e con gli altri)
Il primo passo è l’osservazione. In quali situazioni parte il vostro “pilota automatico”? Con chi succede più spesso? A casa, al lavoro, in coppia? Uno psichiatra suggerirebbe di chiedersi: il tempo che occupo è proporzionato al contesto, o gli altri parlano molto meno di me? Potete anche domandare un feedback a una persona di cui vi fidate.
Provate poi un piccolo esercizio: prima di intervenire in una conversazione, contate mentalmente fino a tre. Invece di aggiungere un altro esempio vostro, fate una domanda aperta: “E per voi com’è stato?”, “Cosa ne pensate?”. È un modo semplice per allenare l’ascolto e ridurre il narcisismo conversazionale.
Altro esperimento utile è ritagliarvi ogni giorno un momento di silenzio protetto: una passeggiata senza cuffie, qualche minuto di respirazione, o scrivere su un quaderno quello che provate, senza parlare con nessuno. All’inizio l’assenza di rumore interno può spaventare; con il tempo diventa uno spazio in cui conoscersi meglio.
Se, nonostante questi tentativi, sentite che il bisogno di parlare vi domina, che le relazioni si logorano, o che l’ansia resta altissima, può essere il momento di confrontarvi con uno psicoterapeuta o uno psichiatra. Il loro lavoro non è “zittirvi”, ma aiutarvi a capire cosa chiedono, in realtà, tutte quelle parole.
E se dall’altra parte c’è qualcuno che vi travolge con il suo flusso? Gli esperti consigliano un mix di empatia e confini chiari. Potete interrompere con gentilezza: “Ti ascolto volentieri, ma ora avrei bisogno di raccontarti anche la mia parte”, oppure “Adesso devo staccare, riprendiamo un’altra volta”. Proteggere il proprio spazio non è egoismo: è un modo sano di rispettare se stessi e, paradossalmente, anche la fragilità nascosta dell’altro.
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