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Compriamo sempre più biologico, ma c’è una beffa dietro l’etichetta

Compriamo sempre più biologico, ma c’è una beffa dietro l’etichetta

foto di Grazia.it Grazia.it — 5 Ottobre 2026
spesa bio
Mentre la spesa per il cibo bio vola, i campi certificati arretrano e cresce l’import dall’estero: un paradosso che riguarda anche quello che mettete nel piatto ogni giorno.

Nel 2025 le famiglie italiane hanno speso 4,4 miliardi di euro in prodotti biologici, secondo i dati Ismea. Un balzo del 9,2% in un solo anno, che porta il bio a circa il 4% della spesa alimentare domestica. Nello stesso periodo, però, i terreni coltivati secondo il metodo biologico sono scesi a 2,38 milioni di ettari, con un calo del 5,4%.

Tradotto: il vostro carrello chiede sempre più bio, ma i campi che lo producono si stanno riducendo. A frenare sono soprattutto le nuove aziende che volevano convertire i terreni: le superfici “in conversione” crollano del 24,4%. Se questo è il vivaio del bio di domani, il segnale non è proprio rassicurante.

Il paradosso del bio in cinque numeri

Il quadro che emerge dal rapporto «Bio in Cifre» 2026, realizzato da Ismea per il Masaf, è chiaro. Nel 2024 la superficie biologica italiana aveva superato i 2,5 milioni di ettari, circa il 20% della Superficie agricola utilizzata. Nel 2025 si scende a 2,38 milioni e la quota scivola intorno al 19,4%.

Nello stesso decennio, gli ettari bio erano comunque cresciuti di oltre il 30%. Il problema non è una crisi improvvisa, ma un cambio di fase: si rallenta proprio quando bisognerebbe accelerare per centrare l’obiettivo europeo del 25% di terreni bio entro il 2030, fissato dalle strategie Farm to Fork e Biodiversità.

La geografia complica ancora di più il quadro. Il Mezzogiorno concentra circa il 58% delle superfici biologiche, il Centro il 23%, il Nord il 19%. Però è il Nord a correre di più, mentre al Sud alcune realtà frenano. Intanto, sul fronte degli acquisti, la 

Perché gli agricoltori frenano il biologico

La prima parola da tenere a mente è redditività. Secondo le elaborazioni di Ismea, i costi di produzione nel biologico sono arrivati a pesare fino al 20% in più rispetto al convenzionale. In frutticoltura, racconta il produttore cuneese Graziano Giacosa, diverse aziende sono tornate indietro. Troppo rischio, margini troppo bassi, premi di prezzo spesso solo sulla carta.

Si aggiunge la burocrazia. Le organizzazioni agricole stimano oneri amministrativi sensibilmente superiori rispetto all’agricoltura convenzionale: controlli, carte, rinnovi di certificazione. Per chi ha pochi ettari, significa giornate sottratte al lavoro nei campi per stare dietro alle scartoffie. E se nel frattempo un evento climatico estremo distrugge il raccolto, il cuscinetto economico è minimo.

Sul fondo c’è poi l’incertezza della PAC, la Politica agricola comune. Gli eco-schemi che premiano il bio cambiano, i budget dopo il 2027 non sono scolpiti nella pietra. Molti agricoltori preferiscono non impegnarsi in una conversione pluriennale senza sapere se gli aiuti resteranno sufficienti. Il risultato è la frenata delle superfici in conversione, cioè proprio di chi stava provando a fare il salto.

Bio italiano o bio estero: cosa arriva davvero nel carrello

Se i campi italiani rallentano ma i vostri acquisti aumentano, chi colma il vuoto? Ancora Ismea segnala un incremento delle importazioni di prodotti biologici di circa il 25%. In pratica, una quota crescente del bio sugli scaffali arriva da fuori confine.

Il paradosso si allarga: l’Italia resta tra i primi esportatori di prodotti biologici di qualità, in particolare vino, olio, pasta, per un valore stimato di diversi miliardi, mentre sul mercato interno cresce la dipendenza da materie prime e trasformati esteri a più basso valore aggiunto. Il made in Italy bio rischia di diventare un lusso da esportazione, più che un pilastro della vostra dispensa quotidiana.

Qui entrano in gioco le etichette. Accanto alla fogliolina verde dell’Unione europea sta arrivando il Marchio Biologico Italiano, introdotto dal Masaf. Può essere utilizzato quando la materia prima agricola è interamente italiana, con le diciture «Agricoltura Italia» o «Acquacoltura Italia». Per voi significa uno strumento in più per capire se state sostenendo davvero i campi bio del Paese o solo acquistando un generico bio europeo trasformato in Italia.

In questo quadro i prezzi restano più alti che in altri Paesi. Reinhard Verdorfer, direttore di Bioland Südtirol, ricorda che in Germania il biologico vale il 7-8% dei consumi alimentari, da noi ci si ferma intorno al 3-4%. Dove il bio è più diffuso su tutta la filiera, spiegano gli operatori, si riescono a fare economie di scala e a contenere i listini. In Italia spesso si lavora ancora a macchia di leopardo.

I modelli che funzionano (e come potete sostenerli)

Uno degli esempi più citati è proprio Bioland in Alto Adige. Non è solo un marchio: è un sistema in cui l’azienda deve essere al cento per cento biologica, con regole più severe rispetto alla certificazione europea. La forza sta nella rete territoriale, nelle filiere corte, nella capacità di raccontare al consumatore perché quella mela o quel latte costano qualcosa in più.

Stessa logica per Latteria Vipiteno: una cooperativa nata nell’Ottocento che oggi raccoglie il latte di circa 500 famiglie, il 20% delle quali lavora in regime biologico. Parliamo di allevatori con una decina di mucche, che ricevono un prezzo più alto rispetto alla pianura in cambio di qualità e cura del territorio. Molti degli yogurt che trovate al supermercato arrivano da qui, anche se portano marchi diversi.

In molte regioni italiane stanno nascendo biodistretti, gruppi di produttori bio che collaborano con ristoranti, mense scolastiche, piccoli negozi. Non fanno rumore, ma sono questi esperimenti dal basso che possono trasformare il paradosso in opportunità. Da consumatrici e consumatori avete più potere di quanto sembri: scegliere un mercato contadino, leggere bene l’origine in etichetta, preferire un marchio che indica chiaramente «Agricoltura Italia» significa dare ossigeno a chi in campo continua a credere nel biologico. Se vogliamo più ettari bio nel Paese, non basta riempire il carrello: conta come, e da chi, compriamo.

© Riproduzione riservata

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