Gabriele Colangelo guarda all'arte di Laurent Segretier e alle mille possibilità espressive del pixel: particella variabile che si fonda sulla mutevolezza e sul divenire, in un mondo saturo di immagini. Ecco allora che il disegno generalmente mascolino e militaresco dei capi si complica per la doppiatura in nylon trasparente, una specie di schermo sensoriale attraverso cui rileggere i singoli modelli. L'alternanza di scuro e opaco è poi funzionale all'idea di metamorfosi inarrestabile, con felici virtuosismi che puntanto tutto sul degradé materico e l'agugliatura: l'astrakan sfuma nel panno, il panno nell'organza. Con lampi improvvisi di tessuto tecnico, liquido come se fosse bagnato a pelo d'acqua, lucente più del vinile nella sua variante nera. Diafane le maglie a collo alto, disciplinato e svuotato di peso il visone- percorso da righe bicolore. Il cappotto? Si sfrangia all'orlo e nei profili, ammorbidendosi. E rievocando la grazia dell'indefinito.

© Riproduzione riservata