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GIUSEPPE VERDI CONQUISTA NEW YORK (CON IL SUO REQUIEM)
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Drammatica, ma non operistica: c’è una bella differenza se parliamo dell’armoniosa «Messa da Requiem» di Giuseppe Verdi. Il maestro di Busseto cominciò a lavorare a questa composizione nel 1873, partendo dal brano Libera me, composto cinque anni prima per commemorare la scomparsa di Gioacchino Rossini, che Verdi ammirava moltissimo. È con questa magnifica opera che, il 23 ottobre scorso, il maestro franco-canadese Yannick Nézet-Séguin ha aperto a New York la prima della Carnegie Hall con la sua Philadelphia Orchestra. L’esecuzione si è meritata una standing ovation durata più di dieci minuti.
Verdi diresse la prima della «Messa da Requiem» il 22 maggio del 1874, in occasione del primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, con il quale condivideva l’appassionato spirito risorgimentale. Come sede della prima esecuzione Verdi declinò l’offerta della chiesa milanese preferita da Manzoni, San Fedele, per scegliere San Marco, in zona Brera, dotata di un’acustica migliore.
La «Messa» è un’espressione profondamente personale del puro cordoglio e della gioia estatica che mancavano ad analoghe composizioni precedenti – «La Passione secondo San Matteo» di Bach e «Missa solemnis» di Beethoven – spogliata inoltre di ogni velleità teatrale e melodrammatica. I passaggi trascendenti, ispirati alla vita del maestro italiano, caratterizzano quest’opera sacra composta per quattro solisti, orchestra e coro.
Con passo sostenuto ma lasciando ampio respiro alla composizione, Nézet-Séguin ha saputo ben gestire la solennità e la drammaticità della partitura, dalle fiammate esplosive alle meditazioni più pacate. Dai feroci colpi di timpani del Dies irae al terribile finale di Libera me (cantato dalla soprano russa Marina Poplavskaya) per arrivare all’incantevole Sanctus, Nézet-Séguin ha sempre mantenuto saldamente il controllo dei superbi musicisti della Philadelphia Orchestra.
Dal punto di vista vocale c’è stato uno sconfinamento nell’espressione operistica, a tratti inadeguata di fronte alla solennità e grandiosità di Verdi. Il duetto del Lacrymosa, cantato dalla mezzosoprano britannica Christine Rice e dal basso russo Mikhail Petrenko, era ben assortito già prima che ai due solisti si unisse il tenore messicano Rolando Villazón, il quale ha dato moltissimo, riuscendo a sovrastare anche la potenza del Westminster Symphonic Choir.




