Rileggete sempre i messaggi su WhatsApp? Secondo la psicologia potrebbe essere un segnale di ansia sociale
Uno studio randomizzato pubblicato nel 2020 ha seguito per un mese 94 persone con forte ansia sociale. Ai partecipanti è stato chiesto, tra le altre cose, di ridurre i controlli ossessivi sui messaggi che inviavano. Risultato: meno controlli, meno ansia. Nel frattempo, probabilmente anche voi, prima di aprire questo articolo, avete riletto almeno una chat due o tre volte, cambiando una parola o un’emoji. Secondo la psicologia, questo gesto apparentemente innocuo può nascondere un tratto psicologico preciso, e non sempre rassicurante.
La scena è questa: smartphone in mano, scrivete, cancellate, riscrivete, aggiungete il punto esclamativo, poi vi sembra troppo, lo togliete. Rileggete il messaggio ancora una volta, forse due. Intanto l’altro vede “sta scrivendo…” da minuti. Non è solo questione di buona educazione digitale. La vera domanda è quanta tensione vi attraversa in quei secondi, e quanto bisogno di controllare ogni possibile reazione di chi leggerà.
Quando rileggere i messaggi è solo cura (e quando diventa un problema)
Quasi tutti rileggono i messaggi prima di inviarli: un controllo veloce di ortografia, di tono, di autocorrect impazziti. È sano, vi tutela da fraintendimenti e figuracce superflue. La psicologia inizia a preoccuparsi quando questo "rileggere i messaggi prima di inviarli" occupa molto tempo, vi irrigidisce le spalle, rallenta le risposte e vi fa rimuginare per ore su una frase.
Un conto è rileggere una volta il messaggio al vostro capo prima di chiedere un aumento. Altro è riscrivere dieci volte “Ci vediamo domani?” all’amica, temendo che suoni invadente, bisognosa, fredda, passivo-aggressiva. Se ogni chat diventa un piccolo esame, se rimandate l’invio per paura, il sospetto degli psicologi è chiaro: dietro c’è un’ansia sociale più forte della media.
Cosa dice la psicologia: i “comportamenti di sicurezza” nell’ansia sociale
Nell’ansia sociale il timore centrale è essere giudicati male, fare una figuraccia, sembrare inadeguati. Per proteggersi, molte persone mettono in atto quelli che gli psicologi chiamano “comportamenti di sicurezza”: parlare a bassa voce, evitare lo sguardo, prepararsi il discorso in testa. Nel mondo digitale, questi stessi meccanismi diventano riletture infinite, limature di parole, caccia maniacale all’emoji dal tono perfetto.
Uno studio randomizzato del 2020 su 94 adulti con ansia sociale elevata ha provato a ridurre proprio questi comportamenti. Per un mese, una parte dei partecipanti riceveva promemoria via messaggio per smettere di controllare tutto: meno riletture, meno modifiche, invio più rapido. Dopo poche settimane, chi limitava i controlli mostrava un calo maggiore dei sintomi di ansia sociale rispetto al gruppo di confronto.
Il messaggio che arriva dalla ricerca è abbastanza controintuitivo: il sollievo che provate quando rileggete dieci volte il testo è reale, ma dura poco e ha un costo. Più vi affidate a questi rituali di controllo, più convincete il cervello che parlare (anche per iscritto) spontaneamente sia pericoloso. Il risultato è che l’ansia torna, spesso più forte di prima.
Il tratto inquietante dietro la rilettura: bisogno di controllo e paura del giudizio
Secondo molti studi e l’esperienza di chi lavora con l’ansia sociale, chi rilegge i messaggi prima di inviarli, specialmente se lo fa quasi sempre, condivide spesso un tratto preciso: un forte bisogno di controllare l’immagine che dà di sé. Ogni messaggio pesa più di quanto dovrebbe, come se contenesse un giudizio definitivo sul vostro valore.
Questo schema raramente si ferma alle chat: può estendersi alle mail di lavoro, alle storie che pubblicate, perfino alle conversazioni dal vivo. Nei casi più estremi, alcuni centri clinici lo inquadrano in un Disturbo Ossessivo-Compulsivo: controlli ripetuti, rilettura compulsiva, molto tempo speso a cercare rassicurazioni, vita sociale che si restringe.
I campanelli d’allarme? L’ansia sale tanto da sentire il battito accelerato ogni volta che aprite WhatsApp. Rimandate spesso l’invio per paura di sembrare ridicole o pesanti, dopo aver scritto tornate più volte sulla chat a controllare se avete “sbagliato qualcosa”. E intanto le risposte arrivano tardi, le conversazioni si raffreddano, voi vi sentite sempre più insicure.
La buona notizia è che questo tratto si può ammorbidire. Le terapie cognitivo-comportamentali usano spesso piccoli esercizi per ridurre i comportamenti di sicurezza. Potete provarne alcuni anche da sole: per un messaggio normale, datevi un tempo massimo di due minuti tra scrittura e invio. Concedetevi una sola rilettura veloce; dopo aver premuto invio, evitate di riaprire la chat per un po’.
All’inizio l’ansia potrebbe aumentare, perché togliete al cervello il suo rituale rassicurante. Tuttavia diversi studimostrano che, insistendo per qualche settimana, succede l’opposto di ciò che temete. Scoprite che nessuno vi giudica per un refuso, le relazioni restano salde, e vi sentite un po’ più libere di essere spontanee.
Se però la paura resta ingestibile, se i tempi di risposta creano problemi concreti al lavoro o nella vita affettiva, è il caso di parlarne con uno psicologo o una psicologa. Un percorso mirato sull’ansia sociale o sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo non cancella la vostra sensibilità, ma vi aiuta a non trasformare ogni messaggio in una prova di sopravvivenza emotiva.
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