Ecco cosa dice la psicologia di quelle persone che considerano il proprio animale domestico come un figlio
Secondo le stime più recenti, in Italia vivono oltre 60 milioni di animali da compagnia.In molte famiglie il cane o il gatto non sono più «l’animale», ma un membro del nucleo al pari degli umani. Dormono sul letto, ricevono regali di Natale, hanno una ciotola personalizzata. In parecchi casi vengono descritti apertamente come «i miei figli», spesso con più tenerezza che ironia.
Magari parlate con lui come con un neonato, gli cantate la ninna nanna, festeggiate il compleanno con torta (per cani) e foto su WhatsApp di famiglia. Vi capita di organizzare impegni di lavoro e vacanze pensando prima al suo benessere e poi al vostro. Questo non è solo un modo affettuoso di dire: per la psicologia la scelta di vivere l'animale domestico come un figlio racconta molto di voi.
Perché cane e gatto sono diventati “figli simbolici”
Negli ultimi decenni sono cambiate le forme di famiglia, e con loro il posto degli animali in casa. Diversi studi sociologici, mostrano che l’aumento di single, coppie senza figli e famiglie non tradizionali apre spazio a legami inter‑specie. Il cane o il gatto non svolgono più solo un ruolo pratico, ma riempiono funzioni affettive vere e proprie.
In Italia il quadro è chiarissimo: quasi una famiglia su due convive con almeno un animale domestico, e la cosiddetta umanizzazione del pet è in crescita. Secondo i dati riportati da Wikipedia sugli animali da compagnia, molti proprietari fanno dormire il cane o il gatto sul letto, comprano regali e preparano pasti speciali. Tutti segnali concreti di un passaggio dall’idea di «animale» a quella di membro della famiglia.
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Cosa dice la psicologia sul legame con il pet “come un figlio”
La psicologia parla di attaccamento, lo stesso concetto usato per descrivere il legame tra genitori e bambini. Secondo diverse ricerche, il cane vede nel proprietario una base sicura da cui esplorare il mondo e un rifugio quando ha paura. Si osservano anche segnali di stress da separazione molto simili a quelli dei piccoli umani quando la figura di riferimento si allontana.
C’è poi la parte più “chimica”: uno studio pubblicato sulla rivista Science ha mostrato che, quando cane e umano si guardano negli occhi, in entrambi aumentano i livelli di ossitocina, l’ormone legato all’amore e alle cure genitoriali.
Altri studi di neuroimaging indicano attivazioni cerebrali paragonabili quando alcune madri vedono la foto del proprio bambino o quella del cane. Il cervello registra il pet come qualcuno da proteggere, non come semplice presenza decorativa.
Il profilo psicologico di chi vede l'animale domestico come un figlio
Gli psicologi che studiano queste famiglie inter‑specie descrivono un identikit abbastanza ricorrente. Non si tratta di etichette rigide, ma di tendenze che tornano spesso in chi parla del cane o del gatto come di un figlio.
- Antropomorfismo. Tendenza a dare al pet pensieri, intenzioni e frasi umane: «è geloso», «mi fa i dispetti». Di solito è un modo per avvicinarsi a lui, non un segno di confusione mentale.
- Forte bisogno di prendersi cura. Nutrire, accompagnare dal veterinario, proteggere dal freddo o dalla paura dà senso alle giornate. La relazione con il pet diventa un vero progetto di cura, che sostiene l’autostima.
- Empatia elevata. Molte persone colgono al volo i cambiamenti nel linguaggio del corpo del cane o del gatto, distinguono un abbaio di gioco da uno di allarme, modulano la voce per rassicurarlo.
- Amore per le routine. Passeggiate agli stessi orari, rito della pappa, coccole serali sul divano. Le abitudini tranquillizzano l’animale, ma danno anche a voi una struttura quotidiana rassicurante.
- Avversione al conflitto. Con gli umani discutete, temete litigi o abbandoni. Con il cane o il gatto il legame appare più semplice, prevedibile, con molte meno pressioni rispetto alle relazioni umane.
- Grande percettività. Vi accorgete subito se il pet mangia meno, dorme di più, ha uno sguardo diverso. Questa attenzione è una risorsa, ma può trasformarsi in ansia se ogni cambiamento vi manda in allarme.
- Lealtà molto forte. Date un valore altissimo alla fedeltà e all’affidabilità. L’attaccamento con il cane o il gatto, percepito come incondizionato, diventa un ancoraggio emotivo particolarmente rassicurante.
Quando amare il pet “come un figlio” fa bene, e quando può diventare un problema
Le ricerche sul benessere psicologico mostrano che convivere con un cane o un gatto riduce lo stress, sostiene l’umore, aiuta persino i bambini a sviluppare empatia. Per chi vive solo, per le coppie senza figli o con figli ormai grandi, prendersi cura di un animale può dare scopo, routine e compagnia quotidiana.
La maggior parte degli psicologi concorda: considerare il proprio animale domestico come un figlio è sano finché si ricordano due cose fondamentali. Prima di tutto resta un animale, con bisogni specifici di movimento, socialità e regole. Inoltre non può sostituire completamente le relazioni con altre persone.
Diventa però un campanello d’allarme se il pet è l’unico rifugio emotivo, se rinunciate quasi sempre alle persone per stare con lui o se il suo benessere fisico passa in secondo piano rispetto al bisogno di coccolarlo.
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