Vittoria Puccini: «Io mi metto in gioco con tutta me stessa»
Per me lavorare con Carlo Verdone era un sogno. Ci siamo sfiorati in passato. Stavolta non me lo sono fatta scappare». Lo racconta l'attrice Vittoria Puccini, 44 anni, quando ci incontriamo per l'uscita su Paramount+ del film Scuola di seduzione, scritto e diretto dall'attore romano in cui è protagonista insieme con lui. Nel cast ci sono anche Lino Guanciale, Beatrice Arnera, Euridice Axen e l'attrice che l'anno scorso ha sfiorato l'Oscar con Emilia Pérez, Karla Sofía Gascón. Ma non è l'unico film a cui Vittoria ha lavorato nei mesi scorsi. Il 7 maggio esce anche Illusione, noir di Francesca Archibugi con Jasmine Trinca, Michele Riondino e Filippo Timi. «Con lei avevo già lavorato in Romanzo familiare, la serie di Rai Uno. Anche in questo caso non volevo perdere una storia così intensa e lavorare con un cast che mi piaceva».
CHE COSA CONTA OGGI, QUANDO SCEGLIE DI GIRARE UN FILM?
«Con Francesca non c'è mai tensione, mai nervosismo. Ha un modo molto dolce e profondo di farti arrivare alle cose. Carlo, oltre a essere una persona straordinaria, crea serenità e sicurezza sul set. Due elementi che più cresco e più diventano importanti».
CHE COSA LE È PIACIUTO DI VERDONE?
«Quasi mi dimenticavo di essere in scena. Sa esattamente quello che vuole, perché gira solo quando ha il ciak giusto. Nelle indicazioni che dà agli attori è molto preciso e diretto, è facile lavorare con lui».
QUESTO NUMERO DI GRAZIA PARLA MOLTO DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE. NON TEME LA SUA INFLUENZA NEL CINEMA?
«No, il cinema è un lavoro di squadra. Non basta un algoritmo. È solo l'intuizione umana e la creatività che fanno funzionare tutto. Ogni anello è fondamentale per costruire una catena resistente. E perché il risultato sia ottimale, bisogna che tutti lavorino in armonia».
C'È UN ASPETTO DI LEI SU CUI LAVORA OGNI GIORNO PER VIVERE MEGLIO?
«La leggerezza, non assorbire troppo le negatività che mi circondano, ma avere un passo più leggero. E un atteggiamento positivo nei confronti della vita. Su dieci cose fatte, noto sempre l'unica che è andata meno bene».
COME SI MIGLIORA?
«Il mio compagno (Fabrizio Lucci, direttore della fotografia, ndr) mi sta insegnando a dare valore alle altre nove! Lui, per natura, è uno a cui succedono dieci cose belle e una brutta, e si dimentica di quella brutta. Non è superficiale, osserva l’errore, ma non fa in modo che la mente si concentri solo su quello».
OLTRE AI TANTI RUOLI AL CINEMA, HA AVUTO UNA VITA RICCA, A COMINCIARE DALLA RELAZIONE CON L’EX COMPAGNO, L’ATTORE ALESSANDRO PREZIOSI, CON CUI HA AVUTO ELENA, OGGI VENTENNE. COME MANTIENE TUTTO INSIEME?
«Odio litigare. Non solo in amore, ma anche nei rapporti di amicizia. Cerco di capire l’altro, non vado allo scontro. Credo nel dialogo e nella sincerità. Provo fino a che non perdo fiducia».
E SE LA PERDE?
«Allora è difficile che possa riconquistarla. E rompo».
UN CONSIGLIO RICEVUTO CHE SEGUE ANCORA OGGI?
«Sul primo set, Tutto l ’amore che c’è, di Sergio Rubini. Mi disse che la qualità più importante di un attore deve essere la generosità, darsi senza tregua».
UN SUO MANTRA?
«Il regista è come un bravo personal trainer, ti spinge ad andare oltre: seguilo».
UN ESEMPIO?
«Quando girai 18 regali. Durante una scena drammatica pensavo di essere arrivata al massimo dell’emotività. Dopo cinque ciak di disperazione, il regista Francesco Amato mi dice: “Sento che possiamo andare oltre”. Ricordo di aver pensato: “Ma dove vado?”. E, invece, è venuta fuori la scena più vera. Lui l’aveva capito, io mi sarei fermata».
CHE MADRE È CON ELENA?
«Lei ha curiosità nei confronti della vita, è empatica e non ha pregiudizi. Vorrei che si godesse la sua età, sebbene abbia tante preoccupazioni per il mondo in cui viviamo. E anche io per il suo futuro. Ma le responsabilità e i problemi, quelli grossi, arriveranno dopo».
QUAL È STATO IL MOMENTO CHE LE HA CAMBIATO LA VITA E PERMESSO DI DIVENTARE QUELLA CHE È OGGI?
«Mi ero iscritta a Giurisprudenza, stavo preparando il primo esame, ma avevo voglia di fare altre esperienze e da Firenze mi sono trasferita a Milano, a casa dei miei zii. Mi prese un’agenzia di moda, poi è arrivato il provino con Sergio Rubini. Da lì è partito tutto».
CHE COSA HA COMPRESO?
«Che devi essere nel posto giusto al momento giusto».
QUALI SONO LE SUE DOTI?
«Determinazione, voglia di crescere, mettermi in discussione, non dare niente per scontato».
C’È UN NO CHE L’HA FERITA?
«Ci sono stati provini per cui sono arrivata fino in fondo e non sono stata presa. Devi essere solido».
TRA GLI ZII DI MILANO C’ERA IL DESIGNER ANDREA BRANZI, MANCATO NEL 2025. HA VISTO LA MOSTRA ALLA TRIENNALE DI MILANO ANDREA BRANZI BY TOYO ITO?
«Non sono potuta essere all’inaugurazione, ma sono andata dopo con sua moglie Nicoletta Morozzi (sorella della madre di Vittoria, ndr) che ha contribuito a tante sue opere, e con sua figlia Lorenza Branzi, una guida d’eccezione».
CHE COSA AMAVA DI SUO ZIO, UNO DEI FONDATORI DEL GRUPPO ARCHIZOOM, CHE HA SEGNATO LA STORIA DEL DESIGN IN ITALIA?
«Mi affascinava il suo pensiero, non solo sul design ma sull’idea delle città e della vita. Sono cresciuta con quel movimento di architetti, spesso c’era anche mia madre che faceva da modella per le installazioni. Ho ancora quelle vecchie fotografie appese ai muri. Tra i miei primi ricordi c’è un divano SuperOnda (di Archizoom, ndr)».
C’È UN CONSIGLIO DELLO ZIO CHE LE TORNA SPESSO IN TESTA?
«Coltivare la propria creatività, soprattutto la libertà del pensiero, senza paura di andare controcorrente. Sparigliare le carte e le regole. Vale sempre, oggi forse di più».
© FOTO di ELLEN VON UNWERTH
STYLING di SAMANTA PARDINI
Nella foto di apertura: L’attrice Vittoria Puccini, 44 anni, indossa una blusa in doppio jersey su gonna midi con zip; sandali (tutto Fendi). Anello e bracciale Tubogas Croco in argento in bagno d’oro (tutto Giovanni Raspini). Quadro Parole in circolo, IKIGAI, Cinzia Stucchi; tappeto People 1 (Qeeboo).
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