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Sara Serraiocco: «La mia voglia di abbracci»

foto di Marina Speich Marina Speich — 23 Aprile 2026
Serraiocco
La scelta di interpretare personaggi femminili forti e intensi. Le coccole e i baci che dà a sua figlia e che valgono più di mille parole. Il bisogno di una vita semplice in cui contano le amicizie vere. Sara Serraiocco, che vedremo anche nel film di Mel Gibson su Gesù, parla di quanto non sia a suo agio nel mondo digitale. Perché, spiega, sono i gesti autentici a fare la differenza

Un cannoncino alla crema e una tazza di caffè: è la prima immagine che ricordo di Sara Serraiocco sul set del nostro servizio moda. Davanti ai dolci, invece di rinunciare, assaggia. Forse è proprio questa sua “normalità” ad aver conquistato Mel Gibson, che l’ha scelta per un colossal come The Resurrection of the Christ, sequel di La Passione di Cristo, che uscirà nel 2027 in due parti. Il regista l’ha voluta senza neanche farle un provino: «Mi è arrivata una telefonata: “Mel Gibson ti vuole conoscere”. Ci siamo incontrati e lui mi ha detto: “Vorrei che tu partecipassi al mio film”. È andata così. Una delle sorprese che riserva a volte il mio lavoro. Non mi aspettavo di recitare in un progetto così importante. Questo film è stata un’esperienza di vita per me», racconta Sara, che ha da poco finito le riprese.

Dopo il nostro servizio fotografico, prima di prendere il treno che la riporterà a Roma da sua figlia Maria, Sara si strucca completamente: fuori dal set è più a suo agio nella sua versione semplice, anonima. La rivedremo sul grande schermo quest’estate nel film Il cileno, diretto da Sergio Castro San Martín, un piccolo film indipendente: racconta la storia di due ragazzi che scappano dal loro Paese dopo il golpe di Pinochet e arrivano in Italia. Sara interpreta una professoressa universitaria politicamente impegnata.

MEL GIBSON HA DEFINITO IL FILM THE RESURRECTION OF THE CHRIST “UN’OPERA MONUMENTALE”. GIRATO SOPRATTUTTO A ROMA, DI QUESTA ESPERIENZA CHE COSA PORTA DENTRO DI SÉ?
«Gibson ha un grande carisma, crea energia sul set e coinvolge tutti gli attori, celebri o meno, allo stesso modo: è inclusivo. Ti fa capire che è un film molto importante per lui e coinvolge tutti nella realizzazione del progetto, con un rapporto di scambio. Sa che cosa vuole da chi recita, ma riesce anche a comprenderti, perché, oltre a essere un attore formidabile, ha quella sensibilità che aiuta un regista a dirigere un attore e farlo sentire a casa».

CHE COSA LE PIACE DEL SUO LAVORO?
«È una continua crescita personale, ti metti sempre in discussione: inizi un progetto con delle idee e lo finisci con altre. È un lavoro che aiuta a essere elastici mentalmente, obbliga ad adattarsi, a vedere le cose da prospettive diverse, incontri nuove persone».

L’ABBIAMO SCOPERTA IN UN NUOVO RUOLO, DIVERSO DA QUELLO DI ATTRICE: HA PRODOTTO CIAO, VARSAVIA, IL CORTO DI DILETTA DI NICOLANTONIO, CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO (PREMIAZIONI IL 6 MAGGIO). CHE COSA HA SIGNIFICATO PER LEI PARTECIPARE A QUESTO PROGETTO?
«L’incontro con Diletta è stato un colpo di fortuna. Mi ha contattata e mi ha colpita la sua sensibilità e abilità visiva. Ho capito subito che era una regista con un grande potenziale. Il progetto rappresenta il mondo femminile e la sua complessità. La rappresentazione delle donne nel cinema è un tema importante: ci sono stati progressi negli ultimi anni, ma c’è ancora molto lavoro da fare per raggiungere una parità di genere nel settore. È importante che il cinema rifletta la complessità e la diversità del mondo reale e che le storie al femminile siano raccontate con la stessa frequenza e profondità di quelle al maschile».

CHE COSA RACCONTA CIAO, VARSAVIA?
«Diana (interpretata da Carlotta Gamba) è una modella che soffre di bulimia e cerca nell’approvazione degli altri un modo per accettare se stessa. In una società che ci spinge a standard di bellezza omologati e irraggiungibili, l’educazione può passare anche attraverso il cinema. La nostra intenzione è mostrare il corto nelle scuole. Siamo felici di poter raccontare questa storia e contribuire a dare voce a esperienze ed emozioni che spesso rimangono silenziose». 

LEI HA UNA FIGLIA ANCORA PICCOLA. QUESTI TEMI LA PREOCCUPANO? COME POTRÀ PROTEGGERLA DA UN MONDO DOVE L’AUTOSTIMA È MISURATA DALLA FORMA FISICA E DALLA VISIBILITÀ SUI SOCIAL? 
«Spero di poterle dare tutti gli strumenti per essere felice e vivere una vita sana. Ma non è facile essere genitori oggi».

HA INIZIATO LA CARRIERA DI ATTRICE UN PO’ PER CASO: ERA UNA BALLERINA, SI È FATTA MALE ALLA CAVIGLIA E A 19 ANNI SI È ISCRITTA AL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA.
«Non mi sono mai chiesta che cosa avrei fatto se non fossi diventata attrice. Ho iniziato così presto che non ho mai avuto un piano B. Il mio primo approccio con l’arte è stata la danza, che ho anche insegnato. Poi l’arte si è spostata dal corpo alle parole. Ma è stato mol- to formativo: ancora oggi costruisco i personaggi senza tralasciare il corpo».

SUA FIGLIA MARIA HA QUASI 4 ANNI. LE MAMME SI SENTONO SEMPRE IN DIFETTO DI TEMPO, PAZIENZA, COCCOLE NEI CONFRONTI DEI LORO FIGLI. CAPITA ANCHE A LEI?
«Mi sento perennemente in difetto perché il mio lavoro mi porta spesso lontano da lei per tante ore: non riesco a dare a mia figlia tutte le attenzioni che vorrei. Conciliare tutto è complicato: non c’è soluzione. Convivo con i sensi di colpa».

IL MOMENTO DI MAGGIORE TENEREZZA PASSATO INSIEME CON MARIA?
«Ci abbracciamo tutto il tempo, ho bisogno del contatto fisico. Lei lo ha capito, sa che è più divertente farmi il solletico che offrirmi una bambola. A Maria piace giocare anche da sola». 

QUAL È IL SUO RAPPORTO CON LA SOLITUDINE?
«La solitudine ormai è una conquista. Quando hai una bambina piccola è quasi un premio». 

QUAL È LA PRIMA CASA CHE HA AMATO?
«Quella in cui vivo a Roma. L’ho comprata quando ero più giovane, ma non riesco a staccarmene. Vorrei comprarmene una più grande, ma ho un bellissimo rapporto con tutti i vicini del palazzo. Ci sentiamo tutti i giorni, usciamo insieme, prendiamo aperitivi in terrazza, cucinano per me. Insomma, è un luogo speciale».

IL SUO PORTO SICURO?
«La casa dei miei genitori a Pescara, perché so che lì trovo sempre l’amore. E quando sono lì c’è solo un’attività possibile: stare dietro a Maria».

LA METAFORA PER RACCONTARE LA SUA IDEA DELLA FAMIGLIA?
«La famiglia può essere tutto e niente, un porto sicuro o una gabbia, una scelta di vita o no. Ma l’importante per me è che in famiglia ci sia amore».

C’È QUALCOSA CHE LA SPAVENTA DI SE STESSA?
«Rischiare di perdere il controllo, soprattutto adesso che devo pensare a un’altra persona. Non me lo posso più permettere».

NELLA VITA CAPITA SPESSO DI FARE SCELTE SBAGLIATE. CHE RAPPORTO HA CON L’ERRORE? SI PERDONA I PASSI FALSI OPPURE È SEVERA CON SE STESSA?
«Vivo sempre con senso di colpa. Sbagliare aiuta a imparare, a evitare di ritrovare un ostacolo, ma faccio fatica ad accettarlo, forse perché viviamo in una società che non tollera e non perdona facilmente gli errori».

© FOTO di ELLEN VON UNWERTH
STYLING di SELIN BURSALIOGLU

Nella foto di apertura: Sara Serraiocco, 35 anni, indossa un abito a lavorazione crochet in perline (MICHAEL Michael Kors). Tappeto Moon Basalt (MOOOI, design Marcel Wanders).

© Riproduzione riservata

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