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Grazia

La cucina italiana appartiene al mondo

23 Giugno 2026
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L’ambasciatore Liborio Stellino, rappresentante permanente d’Italia presso L’UNESCO e Il Bie, Bureau International Des Expositions, spiega il perchè

«I see no objections... Adopted!». Le parole del collega indiano rimbombano nell’enorme tensostruttura allestita al Red Fort di New Delhi per ospitare la sessione del Comitato UNESCO chiamato ad arricchire di nuovi elementi la lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità. È il 10 dicembre 2025 e l’iter di candidatura della Cucina Italiana si sta concludendo con un finale esaltante: l’unanime acclamazione da parte dei 24 Paesi “elettori”, dalla Francia all’Etiopia, dalla Cina alla Spagna, dalla Germania all’India. 

È la prima volta nella storia dell’UNESCO che una cucina nazionale nella sua interezza, come pratica collettiva di un popolo, assurga al prestigiosissimo riconoscimento e l’emozione non può che sopraffarci.

Ci avvolgiamo in un grande tricolore fino a quel momento tenuto nascosto con una giusta dose di scaramanzia e ci abbracciamo tutti, colleghi della Farnesina e del Ministero della Cultura, rappresentanti delle comunità italiane proponenti e poi gli ambasciatori stranieri che, dopo il verdetto favorevole, accorrono verso di noi ad abbracciarci con un affetto che commuove. È un vero tripudio globale, un affollatissimo omaggio sincero e denso di suggestioni che riportano indietro la memoria a oltre due anni prima. 

È il marzo del 2023 e, giunto da poche settimane a Parigi, sto per recarmi alla sede dell’UNESCO per consegnare ufficialmente l’ambizioso dossier. Alla base della candidatura solide certezze: la sostenibilità, la biodiversità, la capacità di trasmissione intergenerazionale di saperi antichi, rivisitati a ogni generazione con lo stesso spirito e con rinnovato entusiasmo, tutti quei principi, valori e potenti “ingredienti” sociali e culturali che rendono unico e irriproducibile altrove quello straordinario rituale collettivo, quell’espressione di creatività che non ha eguali al mondo, quel variegato mosaico di diversità locali, non omogeneo e codificato, ma al contrario libero, aperto, contaminato, sempre sorridente e ospitale, quel trattato vivente di identità e di condivisione, di eredità e di me- moria che riassumiamo col termine di “cucina italiana”. 

Nei giorni che seguiranno, sperimento immediatamente intorno a me - e sarà una costante che crescerà fino all’epilogo favorevole di New Delhi - lo stesso fenomeno riscontrato per un’altra candidatura che stavo già promuovendo e che otterrà anch’essa esito positivo nel dicembre 2023, quella del canto lirico italiano. Ogni interlocutore a cui espongo le ragioni che in entrambi i casi giustificano l’iscrizione nella lista del patrimonio dell’umanità mi guarda sbigottito: «Ma perché, non ci stanno già?».

Nel genuino candore di fronte a ciò che viene avvertito quasi come un’ovvia evidenza sta forse la risposta più naturale al successo di questo percorso, quel segreto di cui è più in generale composto il soft power con cui l’Italia attrae e seduce il mondo nelle sue multiformi espressioni di proiezione esterna: il fatto di incarnare nei nostri “strumenti” immateriali istanze, esigenze, desideri universali, profondamente radicati nell’animo di tutti e che tutti al mondo percepiscono già come propri.

Del resto, lo scriveva già con parole ineccepibili nel 1964 Luigi Barzini, ne Gli Italiani: “Nel cuore di ciascuno, dovunque sia nato, qualunque siano i suoi gusti e i suoi studi, c’è sempre un piccolo angolo che è italiano”. 

di Liborio Stellino, Rappresentante Permanente d’Italia presso l’UNESCO e il BIE

Nella foto, l’ambasciatore Liborio Stellino, rappresentante permanente d’italia presso L’UNESCO e Il Bie, Bureau International Des Expositions, a Parigi. 

© Riproduzione riservata

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