Dio li fa poi li accoppia — e non è il film con Johnny Dorelli

Dio li fa poi li accoppia — e non è il film con Johnny DorelliDio li fa poi li accoppia — e non è il film con Johnny Dorelli
C’era una volta uno stilista per cui andavo letteralmente pazza. Era giovane, bello. Era una promessa della moda italiana. La fashion week di Milano era solo un pretesto per vederlo, per fare due chiacchiere con lui e portare a casa la cartella stampa su cui avrei lavorato giorno e notte per scrivere un pezzo meraviglioso, dedicato alla sua collezione. Nell’ottobre del 2014, io e Giaco eravamo a Parigi. Non succedeva spesso, ma era la seconda volta che si assentava dal lavoro per accompagnarmi alla sfilata di Chanel, regalandomi, allo stesso tempo, un weekend in una delle città più romantiche del mondo. 
Alloggiavamo in un albergo del centro vicino a Rue Cambon, la via simbolo di Coco, e Matteo aveva disegnato due abiti per me. Un completo viola — pantaloni e blusa — in stile Saint Laurent, e un tubino con la crinolina — corpetto in pizzo, gonna in tweed — da abbinare a quattro paia di suole rosse, gentilmente offerte dalla maison Christian Louboutin. 
Quello era il periodo felice in cui Loubi metteva a disposizione le sue scarpe per le mie fashion week: a volte non mi sembra vero che ho preferito diventare una scrittrice. 
Anzi, a pensarci bene, credo che lo decisi proprio quella sera. Mi lanciai e scrissi un articolo che riassumeva la mia esperienza a Parigi, protestai sul fatto che non ci fosse il bidet in bagno e aggiunsi — senza usare alcun nesso logico — che era giunto il momento di tornare su quel libro che avevo lasciato in un cassetto.
Uno dei primi commenti che ricevetti su quel post, era di Valeria, una ragazza che non mi aveva mai scritto prima. A colpirla non era stata la mia dichiarazione artistica, ma la faccenda del bidet. Mi disse che probabilmente i parigini non avrebbero gradito. 
Non stavo dicendo una bugia e poi non potevo tagliare la parte del bidet: era la più divertente del pezzo. Temporeggiai, risposi che ci avrei pensato. Aggiunse che mi seguiva da un po’, che aveva letto i miei articoli dedicati al giovane stilista che
le erano piaciuti, e mi confessò di conoscerlo da quando era piccola, i loro genitori erano amici. Ma tu pensa il mondo quanto è piccolo, pensai. 
E così, succede che ci sono persone che entrano nella tua vita per caso, a volte per una coincidenza, a volte per un bidet: così ho conosciuto Ringhio. 

Valeria aveva vissuto a Londra per un po’, divideva l’appartamento con Nick, il primo batterista dei Jamiroquai, colui che oggi definisce come un fratello. Dipingeva, più di quanto non lo faccia oggi, e aveva organizzato un paio di mostre con le sue opere: una alla Brick Lane Gallery, l’altra nella White Gallery, erano le più quotate della città. Furono quegli anni a suggerirle che non poteva privarsi dell’arte. Tornò in Italia e comunicò ai genitori che non aveva intenzione di frequentare giurisprudenza e che si sarebbe trasferita a Viterbo per prendere una laurea in Beni Culturali. 
Organizzò una mostra anche nella sua nuova città, mi invitò, ma non potei andare. Decisi ugualmente di dedicarle un articolo sul blog. 
Valeria aveva iniziato a dipingere per uscire da un momento duro della sua vita. 
Desiderava esprimere la sua arte in modo che anche il padre, non vedente, potesse recepirla. Le tele con le braccia di cartapesta furono il mezzo materico con cui sottolineare che nonostante le tante difficoltà, cercare di rendere la vita meravigliosa è un’esigenza. 

La conobbi fisicamente l’anno successivo, in occasione di una calamità naturale. Dopo un terremoto di magnitudo 6.1 che colpì l’Emilia Romagna nel 2012 — per essere esatti. 
Valeria, all’epoca, era già la fidanzata di Furio, e siccome Furio aveva avuto esperienze di restauri importanti all’Aquila, il comune di Sassuolo aveva richiesto i suoi servigi per una perizia al Palazzo Ducale, appartenuto alla famiglia d'Este. 
Ci eravamo dati appuntamento in un bar di Piazza Piccola, quello sotto il campanile, alle quattro in punto. La scuola delle bimbe era a pochi metri da lì, sarei stata puntuale. O quasi. 
I rintocchi dell’orologio — più in lontananza del dovuto — mi ricordavano che ero in ritardo. Presi Emma e Carola per mano, mi inventai una gara, un gelato come premio e di corsa raggiungemmo il bar. 
C’era solo una ragazza seduta a uno dei tavolini, con una tela 100x80 tra le mani: Valeria. Aveva viaggiato in treno con quell’oggetto voluminoso perché desiderava che avessi uno dei suoi quadri. Mi commossi. Gli presentai le bimbe, lei mi presentò Furio, e al momento dei saluti, mi dispiacqui di aver passato così poco tempo con lei. Allora non sapevo che le nostre strade sarebbero diventate una sola. E nemmeno avrei immaginato che un paio di mesi più tardi, chiacchierando al telefono, potesse uscire una proposta d’affari che si sarebbe concretizzata. 
Valeria si trasformò in Ringhio il giorno in cui cominciò a lavorare con me. 

Amiche, colleghe, compagne di sventura legatissime. Ma anche nei migliori rapporti può succedere di litigare. E mica solo una volta. 
La lite più furiosa di tutte risale a un anno fa, durante la mia gita in Giappone con Antonino. Seppure nutra un amore smisurato per il mio amico stilista, la lontananza da casa, il fuso orario e la mancanza di ore sonno mi avevano resa un tantino intrattabile. 
Un giorno, chiamai Valeria per parlare di alcune cose di lavoro, ma il suo tono di voce mi sembrava distaccato, non era quello affettuoso a cui ero abituata. Eravamo alle solite, pensai, ce l’ha con me e non vuole dirmelo. Non ricordavo di aver detto o fatto qualcosa che l’avesse offesa, così partii in quarta. 
“Dove ho sbagliato stavolta?” sbottai. 
“Ma che stai dicendo amo?” 
La lite ebbe inizio più o meno o così e andò avanti per un po’. Lei urlava, io pure. 
Ma dopo tre minuti di grida isteriche, mi accorsi che le frasi che tutte e due stavamo ripetendo erano le stesse: “non interrompermi! Mi fai finire il discorso?”
Ebbi un’intuizione: le mie e le sue parole arrivavano in differita e il ritardo rendeva tutto confuso e incomprensibile. 
“Stop!” urlai. “Vale, aspetta, ascoltami: le parole arrivano in differita: dobbiamo aspettare dieci secondi tra una battuta e l’altra o non ci capiremo mai.”
La risata che ne seguì, invece, arrivò in tempo reale: facemmo la pace. 

E in fondo, cosa sarebbe la mia vita senza Ringhio? 
Una volta, per esempio, durante il periodo primaverile, mi sentivo un po’ spossata. Ne parlai con lei, che oltre a essere una tuttologa con il pollice verde, è anche un’appassionata di omeopatia. 
“Amo, sai cosa ti devi prendere?”
“No, dimmi...” 
“La rodiola”
“La robiola? Fa bene?”
“RO-DIO-LA.” disse calcando la d. “La rodiola è una radice che veniva data ai soldati romani durante le battaglie.”
In effetti, la vita di tutti i giorni non era poi così diversa. 
“Rinvigorisce corpo e mente e riduce la stanchezza.”
Mi convinse, la provai, ma dopo una settimana, mi chiesi in quale momento della battigia, i soldati assumessero la rodiola. Sicuramente dopo, a conflitto finito, creava sonnolenza: smisi di prenderla. 
E se i suoi consigli in materia omeopatica lasciavano un po’ a desiderare, quelli di make-up, invece, restano tuttora infallibili. 
Lei ha un debole per tutto ciò che si può applicare sul viso: creme, maschere, fondotinta, polveri, ombretti, mascara, matite, rossetti, blush e illuminanti. 
Lei non è solo un’esperta, è pure una pittrice e quando assiste alle mie sedute di trucco, si mette le mani nei capelli. 
A volte credo di non essere degna di quel profilo autore da beauty reporter su Glamour. 
Ringhio mi corregge, mi insegna a sfumare l’ombretto, a disegnare le sopracciglia allungando la coda, mi consiglia il rossetto in base alla consistenza e ai pigmenti che lo compongono. E a volte, ricorrendo pure alla saliva, elimina gli eccessi di blush che ho lasciato sugli zigomi. 
Seppure grazie al suo prezioso contributo — col tempo — abbia decisamente migliorato la mia tecnica, una volta le chiesi: “Perché una volta non mi trucchi tu?” 
“Mi piacerebbe moltissimo.” 
Fu lei a informarmi che quel momento era giunto, lo fece per telefono.
“Amo sei seduta?”
“Sono sulla scala a scrivere.”
“Ho ricevuto una mail da Yamamay, mi chiedono se vuoi fare una foto che sarà condivisa sui loro profili social...”

CONTINUA...

Illustrazione di Valeria Terranova


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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare

No other choice (6)
Lee Byung Hun, tra i protagonisti della serie di culto coreana, è al cinema nel film No Other Choice - Non c’è altra scelta, una commedia ironica e amara su un uomo alla ricerca di riscatto. A qualsiasi costo

«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.

Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.

Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.

No other choice (4)

La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.

Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».

Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».

No other choice

Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».

No other choice (2)

Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».

No other choice (5)

 Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».

No other choice (3)

Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».

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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli

Silvia Grilli
Il nuovo numero di Grazia è ora in edicola. Ecco l'editoriale della Direttrice Silvia Grilli

La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.

Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.

Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.

È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».

Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.

Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.

Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.

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Grazia è in edicola con Maya Hawke

Maya-Hawke
Ecco cosa vi aspetta nel nuovo numero di Grazia, da oggi in edicola e su app

Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.

Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.

Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.

Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.

Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.

E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.

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Jodie Foster: "Faccio film per capire chi sono"

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Jodie Foster festeggia al cinema 60 anni da star. Nel thriller Vita privata, da oggi nelle sale, è una psicanalista tormentata. Ma a noi racconta come, grazie alla sua carriera, ha capito che le donne over 50 hanno tutte le carte per vincere

Come trascorre il giorno del suo compleanno una diva planetaria come Jodie Foster, sotto i riflettori dall’età di tre anni? «Lavorando», mi risponde accomodata sulla poltrona, mentre sorseggia un cappuccino. Neanche a farlo apposta la incontro proprio il giorno in cui compie 63 anni e mi confida che finita l’intervista andrà con gli amici a festeggiare. Sessant’anni di carriera tondi, fresca del Golden Globe vinto a gennaio per la sua performance nella serie True Detective: Night Country, la regista e attrice torna al cinema con il nuovo film di Rebecca Zlotowski Vita Privata. Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dall’11 dicembre al cinema, la vede calarsi nei panni della nevrotica psichiatra Lilian Steiner, ossessionata da un caso molto delicato.

Che rapporto ha con il passare del tempo?

«Buono. Mi sento più felice che mai in vita mia».

Davvero?

«Parlo di una gioia profonda, non di quello che mi accade giorno per giorno. Le cose della vita, belle e brutte, capitano. Ma vivo un momento in cui il lavoro sta andando sempre meglio e ho superato l’ansia delle domande: “Sarò in grado di farcela con le mie forze?”, “Avrò una famiglia?”. Tutte questioni archiviate, per fortuna non devo più preoccuparmene. Da giovane passavo tanto tempo a pensare a me stessa, dopo una certa età mi sono concentrata sulle storie degli altri, è più facile e divertente».

Anche in Vita privata ascolta le storie degli altri.

«La mia Lilian non è una psichiatra risolta, anzi, è parecchio nevrotica. Non riesce a comprendere come sia possibile che la sua paziente in cura da nove anni (Virginie Efira, ndr) si sia potuta uccidere. Non ci crede, non ammette la possibilità che lei, in quanto psichiatra, sia stata così sorda».

Ritiene che come società abbiamo perso il potere di ascoltare?

«Mostrare curiosità verso gli altri è tutto. Noi attori siamo allenati all’ascolto, per lavoro siamo chiamati a calarci nelle vite degli altri ed è una bella abitudine mettersi nei panni altrui, un esercizio che possiamo fare tutti. Ci aiuterebbe come società».

Dal titolo del film alla realtà, essendo conosciuta in tutto il mondo sin da piccola come ha fatto a proteggere la sua, di vita privata?

«Sforzandomi sempre molto. Lavorando sin da bambina sapevo di dovermi proteggere: volevo andare a Disneyland, ma senza le telecamere che mi seguissero. Volevo essere libera di andare al supermercato, o prenotare un volo senza che nessuno lo facesse al posto mio. Ci ho sempre tenuto a mantenere viva la mia indipendenza, tracciando una linea netta tra la mia vita pubblica e quella privata. Oggi sono contenta di aver seguito quell’impulso».

Nel film la sentiamo sfoggiare un francese fluente…

«Mi fa sentire più sicura di me, rispetto all’inglese. Sarà che devo la passione per il francese a mia madre, che me lo fece studiare». 

Come mai?

«Non aveva mai viaggiato fuori dagli Stati Uniti fino ai cinquant’anni, ma la cultura europea l’affascinava. Comprava di continuo riviste e libri su Parigi e Napoleone, addirittura dipinse le pareti di casa con i colori delle antiche pietre romane. Quando ero bambina fece il viaggio dei suoi sogni e andò in Francia, con un tour in bus di quelli turistici».

Che cosa le disse al ritorno?

«"Jodie, impara il francese e diventa una grande attrice francese". Era il suo modo di dirmi che sognava per me una vita più ampia di quella americana. Anche perché erano gli anni 70, al potere c’era Nixon, non era facile essere americani. A mia madre piaceva l’idea che potessi scegliere di essere libera di inventarmi una vita tutta mia».

Ha fatto lo stesso con i suoi figli?

«Dovrebbe chiederlo a loro (Charlie e Kit, 27 e 24 anni, ndr). Intanto uno di loro sa parlare benissimo il tedesco, le mie radici tedesche ne sono contente».

Che rapporto ha con la psichiatria?

«Sempre stata scettica, ma una volta mi sono fatta ipnotizzare».

Com’è andata?

«Mi ripetevo: "Ma perché pagare 90 dollari a un tipo quando potrei smettere di fumare gratis oggi stesso?", eppure ha funzionato. Non amo la psicanalisi, per quanto la trovi attraente da un punto di vista cinematografico: non mi piace Freud, in America nessuno lo stima più, era un grandissimo sessista. Trovo però importante che al cinema si parli di salute mentale».

E che si mostri come le donne over 50 abbiano desideri, diritto al piacere e una vita sessuale appagante, come la sua Lilian con l’ex marito interpretato da Daniel Auteuil: perché tutto questo al cinema si vede ancora poco?

«Dovremmo parlare per ore della rappresentazione del corpo femminile. Purtroppo i pregiudizi sulle donne dopo una certa età sopravvivono, non solo al cinema. Ma sono speranzosa: registe come Zlotowski dimostrano di voler raccontare le donne per quello che sono, con tutti i loro desideri. La mia Liliane non è solo una psichiatra, una madre e una nonna, ma una donna che si esprime anche attraverso il  corpo».

Con Auteuil avete avuto un intimacy coordinator?

«È una figura che ho scoperto sul set di True Detective. Ho detto: "Che lavoro pazzesco, dov’eri tu quando avevo 16 anni?". Ormai io e Auteil abbiamo superato i 60 e abbiamo risolto senza, ma sono contenta che questa figura esista, era importante che ci fosse».

Che cosa di lei non hanno mai capito finora?

«Non sono seria come credono. Non ho mai capito perché il pubblico mi affibbi quest’aura di serietà, io sono una persona leggera. Certo, se mi fanno domande serie rispondo in modo serio e amo fare lavori significativi, ma se sapeste com’è la mia giornata ideale cambiereste idea».


Com’è la sua giornata ideale?

«Sveglia presto, sci ai piedi, la sera una partita di calcio in tv e una cena gustosa. Altro che tormentata, sono una persona felice e ottimista verso il futuro».