Back to 70s: i sandali estivi

Slanciano la figura, sono pratici e stilosi. Vi diamo delle buone ragioni per acquistarne un paio
Segni di riconoscimento: platform molto alto, tacco largo e nuance calde, spesso abbinate a decori laser e pattern. I sandali anni 70 sono una certezza in termini di comodità e di dettagli stilosi.
In occasione dell'estate 2017 gli abbinamenti con cui sceglierli sono tanti: un paio di shorts in denim e una camicia romantica, un abito in stile folk lungo e leggero, ma anche dei semplici jeans modello boyfriend.
Abbiamo selezionato i must have sui quali puntare.
Sandali PRADA In cavallino maculato, presentano fibbia importante dorata e tacco largo.
Credits: netaporter.com
Sandali ROBERT CLERGERIE Tacco e zeppa uniti, cinturino alla caviglia e lavorazione che ricorda il tie e dye.
Credits: netaporter.com
Mulet SAINT LAURENT Platform e tacco in legno, incrocio in pelle nera. Da abbinare anche a un paio di jeans.
Credits: mytheresa.com
Sandali MARC JACOBS Anni 70, color arancione caldo, con decori floreali.
Credits: mytheresa.com
Sandali CHLOÉ Tripla banda ondulata con nuance sfumate, tacco in legno.
Credits: mytheresa.com
Sandali AQUAZZURA In suede, color nero, hanno platform medio alto e tacco largo.
Credits: mytheresa.com
Sabot MANSUR GAVRIEL Rosa cipria, delicati, dalla forma Seventy.
Credits: netaporter.com
Sandali GIUSEPPE ZANOTTI DESIGN Decori scuri con dettagli dorati, in stoffa, si portano con abiti e jeans.
Credits: farfetch.com
Sandali SAM EDELMAN Ricami floreali nelle sfumature calde.
Credits: netaporter.com
Sandali DOLCE & GABBANA In velluto rosa pallido, alte, con banda incrociata e cinturino.
Credits: mytheresa.com
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Fjona Cakalli: «Vi racconto il futuro che ho visto al CES»

Benvenuti nell’era della Physical AI: al CES 2026 di Las Vegas è stato chiaro: la tecnologia non si limita più a connetterci ma, grazie all’Intelligenza Artificiale, impara e si adatta in tempo reale per offrirci esperienze profondamente personalizzate, trasformando il modo in cui viviamo e lavoriamo.
Insomma, siamo entrati nell’era della Physical AI, come ha spiegato al CES Jensen Huang, il CEO di NVIDIA.
In sintesi: l’Intelligenza Artificiale non solo “ragiona” sulle parole ma percepisce, analizza e “comprende” il mondo reale grazie ai sensori e permettendo a qualsiasi tipo di robottino (o di elettrodomestico) sia di eseguire degli ordini, sia di comprendere il mondo che ci circonda, di pianificare le proprie azioni nello spazio e di svolgerle in autonomia.
Si apre così una nuova era di oggetti di uso quotidiano che diventano davvero intelligenti (sulla loro utilità e efficienza sarà il tempo a dirci se avevamo ragione).
Un esempio? LEGO ha lanciato i suoi smart brick, mattoncini 2×4 che, pur mantenendo la compatibilità con i classici LEGO, integrano tecnologia digitale avanzata come microchip, sensori di movimento, altoparlanti e luci LED per rendere le costruzioni interattive e “vive”.
Il celebre piccolo mattoncino ora capisce il tipo di costruzione in cui è inserito, interagisce con gli altri mattoncini, aggiunge effetti sonori e luminosi (ad esempio la costruzione di un aereo riproduce il suono di un ‘vero’ aereo), il tutto grazie alla piattaforma LEGO Smart Play. Il gioco diventa esperienza immersiva, e anche un po’ magica.
Ecco alcune delle ultime novità tech scoperte al CES 2026
(Continua sotto la foto)
L'Intelligenza Artificiale diventa "indossabile" (e ha una memoria perfetta)
Il trend dell’anno è che l’AI ricorda tutto al posto nostro. Al CES è stato presentato Omi, un chip open source da indossare come una collana intelligente: ascolta la tua giornata, crea riassunti, promemoria e "action items" (come ricordarti di portare fuori il cane) senza che tu debba fare nulla.
Pebble ha lanciato un anello intelligente pensato per registrare e organizzare idee e ricordi vocali, risolvendo il problema di dover prendere il telefono ogni volta che ci viene in mente qualcosa.
Robot empatici (e un po' permalosi)
Dimenticate i vecchi assistenti vocali passivi. A Las Vegas abbiamo visto Niko, un animale domestico robotico capace di provare emozioni complesse: riconosce i volti dei proprietari, ignora gli sconosciuti e può persino mostrare gelosia se accarezzi un altro pet.
Per chi preferisce i classici, c'è Sweekar (in foto qui sopra), una reinvenzione del Tamagotchi per il 2026 che cresce da uovo ad adulto basandosi sull'interazione fisica e sul contesto reale.
Salute e benessere per umani e animali: è l’era del “Better Living”
Dalla medicina di precisione alla smart home che evolve in un hub di monitoraggio clinico e diagnostico, fino alle tecnologie per l'accessibilità e la salute mentale, il benessere diventa predittivo e decentralizzato.
E anche i nostri amici a quattro zampe entrano nell’era smart. AI Tails è una sorta di "Apple Watch per gatti" integrato direttamente nella ciotola: monitora cibo e acqua e, tramite analisi facciale, rileva segnali di stress o dolore.
Per gli esseri umani, Withings ha presentato la bilancia Body Scan 2, che traccia oltre 60 biomarcatori, inclusi dati metabolici, mentre per chi soffre di allergie alimentari c'è Allergen Alert, un dispositivo portatile che analizza campioni di cibo al ristorante per rilevare tracce di glutine, noci o altri allergeni.
Design e "Calm Tech"
Il CES 2026 segna una forte spinta verso la tecnologia che non sembra tecnologia.
La Mui Board (in foto qui sopra), ad esempio, è un controller per la smart home realizzato in vero legno con LED invisibili sottostanti, che monitora anche il sonno tramite onde millimetriche per non costringerti a indossare orologi a letto.
Sulla stessa linea, Lutron ha presentato tende smart in legno che seguono autonomamente il movimento del sole.
Molta attenzione anche alla privacy: il Wearphone è una maschera che copre la bocca per permetterti di parlare al telefono o con l'AI in pubblico senza che nessuno senta la tua voce, grazie all'isolamento vocale (qui il video).
I "mai più senza" per la smarthome
Il coltello ultrasonico
Si chiama C200 di Seattle Ultrasonics: sembra un normale coltello da chef, ma vibra 30.000 volte al secondo permettendo di tagliare qualsiasi alimento con il 50% di forza in meno. Immagina di tagliare una patata come se fosse burro. (video)
I quadri e-link
Sembrano dei quadri ma in realtà sono dei pannelli e-link che non hanno bisogno di cavi o di retroilluminazione e sono impostabili facilmente tramite app. Vuoi dare sfogo alla tua creatività? Nessun problema: fornisci un prompt e SwitchBot crea la tua opera d’arte.
L'armadio smart che stira e rinfresca gli abiti
Il nuovo Bespoke AI AirDresser di Samsung elimina velocemente pieghe, igienizza e profuma i capi. Riduce il 99,9% di virus e batteri e oltre il 99% dei cattivi odori. L’alleato perfetto per chi odia il ferro da stiro.
Il tamagotchi delle piante
Si chiama Senso il sensore smart che rende la cura delle piante un’esperienza divertente e interattiva: si anima in base alla salute della pianta, monitora umidità, luce e temperatura e, grazie all’AI, fornisce consigli e piccole “missioni” da completare. Anche chi ha il “pollice nero” avrà quindi una chance.
Reporter, content creator, divulgatrice e conduttrice TV, Fjona Cakalli nasce in Albania nel 1987 da due primi ballerini dell’Opera di Tirana. Appassionata di videogame fin dall’infanzia, fonda Games Princess nel 2011, il primo sito italiano dedicato ai videogiochi e gestito esclusivamente da ragazze. Nel 2013 dà vita a Techprincess.it e nel 2014 apre Driving Fjona, canale Youtube dedicato a un’altra sua grande passione: l’automotive.
Moderatrice di numerosi talk in presenza e in streaming, ha condotto il programma Rai “Touch - Impronta Digitale”, un format con cui Fjona ha accompagnato gli spettatori in giro per il mondo attraverso i distretti dell’innovazione. Autrice della newsletter SuggeriPODCAST, Fjona da gennaio 2026 è autrice e voce del podcast Storytech prodotto da OnePodcast in cui racconta storie di tecnologia con il suo stile divulgativo chiaro e approfondito.
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Look natalizi: 6 outfit visti su Instagram da indossare durante le feste

Il periodo delle feste natalizie è sempre un vero tour de force: cene con le amiche, scambio di regali, occasioni mondane… e la domanda resta sempre la stessa: “cosa mi metto?”
Non esiste momento migliore di questo per entrare nello spirito festivo e sperimentare outfit “a tema”, che rendono il Natale speciale non solo per la magia che porta con sé, ma anche per i look che lo accompagnano e che ci divertiamo a creare.
Ogni occasione, poi, richiede la sua mise: quelle più informali, come lo shopping natalizio o gli aperitivi con cioccolate calde fumanti al bar, chiamano accenni di rosso, maglioni soffici e dettagli casual. Per le occasioni più formali, invece, è via libera a tessuti preziosi, decorazioni di perline e paillettes, e un tocco di scintillio che fa subito festa.
Ma come sappiamo quando indossare…cosa? Niente paura!
Esiste infatti un look perfetto per ogni momento delle feste, come una sorta di regola non scritta che alterna camice e pantaloni a lunghi abiti eleganti; l’unico passo che vi serve per scoprirla è dare un’occhiata a niente di meno che Instagram, tra outfit da copiare e ricreare, tendenze del momento e abbinamenti pronti a ispirarvi.
Ecco perché noi di Grazia.it, come regalo anticipato di Natale, abbiamo già selezionato per voi 6 delle occasioni più comuni delle feste e i rispettivi outfit da coordinare, per aiutarvi a scegliere il look perfetto per ogni appuntamento. Pronte?
Look di Natale secondo Instagram: per l’aperitivo con i colleghi dell'ufficio
Al posto del classico tailleur pantalone, perché non scegliere un’opzione più contemporanea, come un blazer abbinato a una gonna a matita? L’aperitivo con i colleghi pre vacanze è l’occasione perfetta per elevare il vostro office look e renderlo più festivo, magari optando per un raffinato rosso natalizio. In questo modo sarete perfettamente in tema, ma sempre eleganti e in linea con il contesto professionale.
Look di Natale secondo Instagram: per lo shopping natalizio last minute
Avete pochi minuti per prepararvi prima di uscire a fare i regali in compagnia? Niente paura: per creare un outfit Christmas friendly che sia casual e comodo per una lunga giornata di shopping non serve molto. Puntate su un paio di pantaloni confortevoli, un mocassino - la scarpa bassa è sempre la scelta migliore quando si deve camminare tanto - e un cappotto semplice. La vera nota natalizia del look sarà data dal maglione - rigorosamente rosso - reso ancora più suggestivo da una sciarpa in tartan nelle stesse tonalità.
Look di Natale per il pranzo pre-natalizio con le amiche
Per un pranzo con le amiche serve un look all’altezza delle foto che scatterete per ricordare il momento! L’ideale è puntare su un outfit semplice e raffinato (come una gonna a ruota, una camicia e un paio di ballerine) e giocare poi su un capo statement che renda immediatamente chiaro il mood festivo. Un esempio perfetto? Un cappotto rosso con motivo tartan, che richiama subito l’atmosfera del Natale classico anni ’80 e il gioco è fatto.
Look di Natale per il brindisi e il panettone con i vicini di casa
Dal pigiama da casa al pigiama outwear per un brindisi a pochi metri dalla porta di casa. Per il tradizionale augurio con i vicini, la scelta ideale - per fare bella figura restando super comode - è proprio il pigiama pensato per essere indossato anche fuori. Meglio ancora se in tessuti come satin o raso, che regalano un effetto chic immediato, e magari impreziosito da perline o paillettes per entrare pienamente nello spirito delle feste.
Look di Natale per il “Christmas & Chic” party
Quale capo evoca il Natale meglio di un lungo abito rosso?Probabilmente nessuno. Soprattutto se si tratta di un vestito dal taglio classico e intramontabile, ideale da tirare fuori anno dopo anno, lasciandogli il tempo di creare - e acquisire - la sua storia, dal fascino principesco e lievemente fiabesco perfettamente in linea con le feste.
A questo proposito, un modello senza spalline, con gonna ampia a ruota, ci sembra l’opzione ideale per lasciare tutti a bocca aperta.
Look di Natale per il cenone da gran soirée (e magari per far rosicare la ex del vostro fidanzato)
Per una cena come si deve, l’arma segreta non è un singolo capo, ma il gioco perfetto tra gli elementi dell’outfit: ognuno strepitoso da solo, ma insieme capaci di sussurrare un deciso “wow”.
Immaginate un lingerie dress impreziosito da delicate piume applicate e dal tessuto lucente e ipnotico e sopra, un cappotto animalier con il collo in pelliccia che completi il tutto. Un mix che dice “sono pronta a festeggiare e a farmi notare!”, divertente e audace, senza rinunciare a un tocco di glamour da vera star della serata.
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London Fashion Week Fall/Winter 2026: il recap delle sfilate tra memoria, ribellione e nuovi inizi

Dal 19 al 23 febbraio 2026, la British Fashion Council ha acceso i riflettori su una nuova edizione della London Fashion Week, la seconda sotto la guida della CEO Laura Weir.
A posteriori, ciò che resta di questa settimana dedicata alle collezioni Autunno-Inverno 2026 è la sensazione di una città che continua a ridefinire la propria identità sottolineando l'importanza di un equilibrio tra heritage e sperimentazione.
Tra grandi nomi e nuove energie, passerelle spettacolari e presentazioni immersive, Londra per noi ha riaffermato la sua vocazione culturale più che puramente commerciale: stiamo parlando infatti di una piattaforma dove la moda si intreccia con arte e narrazione sociale.
Quest'anno il calendario è stato segnato da assenze importanti ma anche da ritorni strategici segnando una stagione diversa dalle precedenti.
Vediamo insieme tutte le novità portate sulle passerelle della London Fashion Week per la stagione Autunno/Inverno 2026!
Paul Costelloe
Credits: Getty Images
Fedele al suo linguaggio fatto di sartorialità solida e femminilità misurata, Paul Costelloe ha confermato il suo ruolo di colonna portante della settimana londinese.
Le sue silhouette, strutturate ma non rigide, hanno portato in passerella una visione classica aggiornata con sensibilità moderna.
Cappotti avvolgenti, abiti midi dalla costruzione impeccabile e un uso del colore calibrato che restituisce profondità ma non risultando eccessivo. In una fashion week attraversata da sperimentazioni e contrasti, la sua proposta resta un punto fermo, rassicurante.
Patrick McDowell
Credits: Getty Images
Per l’autunno inverno 2026, McDowell ha costruito “The Gaze”, una riflessione sulla sensualità e sullo sguardo, ispirata al fotografo americano George Platt Lynes.
La performance del danzatore Jonathan Luke Baker, semi-nudo su una roccia, ha reso esplicita la centralità del corpo come oggetto e soggetto dello sguardo pubblico.
La collezione, tuttavia, è stata sorprendentemente misurata: linee allungate, tailoring preciso, abiti da sera corsettati in stampe floreali sfumate, e una palette in bianco e nero dalle vibrazioni morbide e ovattate. McDowell evita costruzioni monumentali e punta su “abiti veri”, pronti per il mercato, segnando un momento di maturità commerciale senza rinunciare però alla sua poetica.
Natasha Zinko
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"L’assurdo stratificato" è il cuore pulsante della proposta di Natasha Zinko. L’activewear in pile viene compresso in corsetti improvvisati, tank top rimpiccioliti diventano strutture costrittive, generando un trompe-l’œil che destabilizza le proporzioni.
La collaborazione con Havaianas produce le ironiche “Pancake Flops”: due infradito sovrapposte e unite da lacci in pelle a evocare una zeppa fai-da-te. Un gesto secondo noi nostalgico e sovversivo insieme.
Il tema della pelliccia, riletto in chiave etica, attraversa la collezione come memoria generazionale: faux-fur grigio con applicazioni tridimensionali, stivali realizzati con New Rock abitati da piccoli animali in finta pelliccia, in bilico tra trofeo e mascotte. A chiudere, l’apparizione di Melanie Brown, icona pop che incarna perfettamente lo spirito teatrale della sfilata.
Richard Quinn
Credits: Getty Images
Richard Quinn continua la sua personale battaglia contro l’effimero costruendo un “archivio del futuro”. La sua cifra floreale si fa più affilata e strutturale ma non solo decorativa.
La collezione AI 2026 è infatti un inno alla permanenza: tessuti sontuosi, silhouette che celebrano la presenza femminile, abiti pensati per momenti cruciali della vita.
Quinn eleva il prêt-à-porter attraverso codici couture, restituendo alla moda una dimensione cerimoniale anche nel quotidiano.
Simone Rocha
Credits: Getty Images
All’Alexandra Palace, Simone Rocha ha intrecciato mito celtico, adolescenza anni ’90 e suggestioni letterarie in una collezione che esplora la giovinezza come condizione mentale.
Segna la stagione il debutto davvero interessante della collaborazione con Adidas: le iconiche tre strisce rosse scorrono su abiti romantici, giacche sportive a trapezio e ibridi tra sneaker e ballerine.
Rocha lavora per contrasti, accostando shearling massicci a cristalli delicati, cappotti militari a gonne in tulle, abiti vaporosi a dettagli atletici.
Emilia Wickstead
Credits: Getty Images
La musa di stagione è Fano Messan, modella e attrice francese degli anni Venti costretta a fingersi uomo per diventare scultrice. Una figura che permette a Wickstead di indagare il confine tra uniformità e liberazione.
Cosa ne nasce? Un tailoring languido, quasi androgino, tra check maschili, denim robusto e giacche in pelle dalla costruzione smock.
La sfilata, intima e priva di fronzoli nella boutique di Sloane Street, evolve poi verso abiti più scenografici in lamé argento e pizzi lavanda, dalle qualità scultoree.
Erdem
Credits: Getty Images
Vent’anni di carriera e nessuna nostalgia. Erdem celebra l’anniversario del brand con “Impossible Conversations”, una collezione-mashup che mette in dialogo le muse del suo universo creativo.
In passerella alla Tate Britain, tra panchine ravvicinate e atmosfere sospese, convivono crinoline in pizzo, colonne ricamate fino all’eccesso, blazer maschili e jeans boyish abbinati a bra top. È un dialogo tra epoche e identità nonché tra romanticismo e irriverenza.
Erdem dimostra che la coerenza non è immobilità, al contrario, dimostra come questa sia capacità di rielaborare il proprio archivio con nuova energia.
FIORUCCI
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Con “MEMORIE”, Fiorucci presenta un progetto che non è una sfilata ma una riflessione immersiva sul concetto di ricordo come proiezione futura. Curata da Francesca Murri, la presentazione immagina una festa intima ambientata in uno spazio sospeso tra passato e futuro, dove l’identità del brand viene riletta con nuove chiavi creative.
Silhouette raffinate ma attraversate da dettagli incredibili come, gorgiere scolpite, borchie, maschere espressive che definiscono la collezione.
Pizzi, mesh e crêpe convivono con velluto, lattice e denim lavorato al laser; l’iconografia storica di Fiorucci torna con angeli, labbra grafiche e una palette vibrante punteggiata da stampe inedite.
Arricchisce il progetto la collaborazione con Francesco Casarotto di Agglomerati, che realizza maschere artigianali pensate come estensione dei personaggi della collezione.
Mithridate
Credits: Getty Images
A un anno dal suo arrivo alla direzione creativa, Daniel Fletcher consolida la propria visione per Mithridate con una collezione Autunno-Inverno 2026 che intreccia heritage cinese e immaginario britannico. Nella maestosa cornice della Tate Britain, un grande glicine scenografico evocava il primo esemplare cinese portato da Guangzhou a Londra nell’Ottocento, ancora oggi fiorito a Chiswick: metafora di un’identità che mette radici e prospera altrove.
La collezione si sviluppa come uno studio di personaggi lungo il Tamigi: banchieri urbani, intellettuali bohémien, habitué della notte e pescatori della domenica convivono in un guardaroba coerente e ricco di dettagli.
Peacoat e duffle coat aggiornati richiamano suggestioni marinare e countryside, tweed e maglie Aran dialogano con gonne stampate e applicazioni materiche. La sera si accende con mini abiti a due pezzi e jacquard di seta ricamati che riprendono il motivo del glicine, mentre accessori strutturati e gioielli ispirati ai cinturini degli orologi rafforzano l’anima metropolitana del brand.
Toga
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Per l’Autunno-Inverno 2026, Toga, guidato da Yasuko Furuta, esplora un’estetica fluida che nasce dalla manipolazione (quasi scultorea) del tessuto.
Cotone, seta e lana si confrontano con inserti sintetici in un dialogo di materia che riflette la contemporaneità, sospesa tra naturale e artificiale. Le silhouette risultano mobili, cangianti, pensate per adattarsi a un presente quasi instabile.
L’abito non è armatura, ma diventa un organismo vivo: una seconda pelle che assorbe contrasti e li trasforma in energia estetica.
Julien Macdonald
Credits: Getty Images
Dopo tre anni di assenza, Julien Macdonald torna alla London Fashion Week scegliendo una cornice spettacolare: The Shard, l’iconico grattacielo firmato da Renzo Piano. A oltre 70 piani d’altezza, con lo skyline londinese sullo sfondo, le modelle hanno sfilato in una cascata di bagliori ispirati ai tramonti estivi che si riflettono sulla torre.
La collezione segna una nuova direzione strategica: resortwear pensato per climi caldi, silhouette sensuali, costumi audaci e abiti laminati color oro rosa, gialli vibranti e turchesi tropicali.
Frange flapper, spacchi profondi e mantelle impalpabili restituiscono il glamour teatrale che è cifra del designer, ma con un’attenzione rinnovata al ready-to-wear e a una fascia di prezzo più accessibile. In una Londra insolitamente grigia e piovosa, il suo ritorno è stato un’esplosione di luce e ottimismo.
Burberry
Credits: Courtesy of Press Office
A chiudere la settimana, Burberry ha trasformato la pioggia londinese in un vera scenografia. Sotto la direzione creativa di Daniel Lee, il brand ha ricreato all’Old Billingsgate un paesaggio urbano invernale, completo di una suggestiva replica del Tower Bridge illuminato e di passerella punteggiata da pozzanghere nere simulate.
Proprio il trench - capo simbolo nato come uniforme militare britannica - è stato rielaborato in chiave più femminile: colle arricciate, frange scintillanti come scie di pioggia, versioni in faux fur e nuove proporzioni hanno ampliato il vocabolario di un’icona senza tradirne l’identità.
Tra ospiti del calibro di Skepta e Kate Moss, la sfilata ha ribadito la centralità di Burberry nel raccontare l’immaginario britannico moderno.
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Grazia.it talks with: Alberto Affinito, founder di art259design

Mettere la materia al centro e costruirle intorno un universo coerente, fatto di proporzioni, materia e spazio. È l’idea, semplice ma rivoluzionaria, alla base del brand art259design, marchio nato 15 anni fa dall’intuizione di Alberto Affinito.
Nato a Potenza, città della Basilicata che ancora oggi è al centro del cuore del marchio, studi romani in Architettura, Affinito racconta attraverso le sue due collezioni all’anno, un cosmo dall’estetica onirica ma intimamente legata al corpo e alla materia.
Ed è forse il legame con l’architettura ad avergli lasciato quell’attaccamento speciale alla materia, al tessuto, capaci di guidare il processo creativo prima ancora che i tratti decisi di un bozzetto.
Toccare, tastare, modellare la stoffa giusta sul manichino e vederne l’effetto, lasciarsi guidare da una piega o dalla trama di un materiale, cambiare idea, ricominciare, tutto questo è Art259design, la sua “creatura”, il suo progetto.
Il risultato sono abiti “vissuti”, caratterizzati da volumi che dialogano con il corpo, che ridiventa protagonista e che dà una nuova dimensione al vestito.
Da questo approccio speciale e “materico” con il tessuto nasce poi anche la visione del brand basata su circolarità e riduzione dello scarto: non una strategia di marketing, ma un’evoluzione naturale di un metodo progettuale che considera il rispetto per la materia parte integrante dell’estetica.
Abbiamo intervistato Alberto Affinito per farci raccontare l’origine del brand e il suo rapporto con la moda.
Partiamo dal principio: qual è l’origine del nome art259design?
«L’idea era quella di mettere insieme, in un unico nome, le tre cose che sono di fondamentale ispirazione in ciò che faccio. Art sta per arte e artigianalità, 259 perché il progetto è nato il 25 settembre ma, soprattutto, perché adoro i numeri e nel mio processo creativo assumono un’importanza naturale, Design, infine, perché è l’altra mia grande fonte di ispirazione. Ho cercato di fondere un approccio di ricerca e di lavorazione manuale a una serialità traducendo tutto ciò in numeri, gli stessi numeri che non sono altro che i centimetri che compongono ogni capo realizzato».
Il tuo percorso formativo attraversa architettura e fashion design. Tra le due hai scelto come strada principale la moda ma in che modo questa doppia matrice continua a influenzare il tuo modo di pensare forme, volumi e corpo oggi?
«La scelta di virare da architettura a fashion design è stata dettata dalla necessità di trovare un settore più adatto a sfogare le mie idee. Facendo architettura ho capito quasi da subito che non sarei riuscito ad esprimere a pieno me stesso. Allo stesso tempo l’architettura e il design sono per me di ispirazione e sfogo in quanto una parte importante del mio lavoro consiste nella progettazione degli allestimenti dei nostri negozi e di spazi espositivi durante l’anno. Non potrei farne a meno.
È un’esternazione costante e fondamentale per trovare nuovi stimoli e per contestualizzare la collezione stessa, che senza il contenitore giusto non avrebbe lo stesso sapore. Trovo che lo spazio espositivo sia essenziale per esprimere i miei capi, assumendo un’importanza quasi paritaria rispetto alla collezione stessa. Nel posto sbagliato la collezione non è completa. Tutto deve essere coerente, solo in questo modo può esprimersi al massimo. Anche per questo abbiamo in questi anni avuto l’esigenza di ridurre la proposta di rivenditori, in quanto abbiamo notato che nel contesto sbagliato il brand non cresce e fa fatica. Al contrario, quando trova il suo ambiente naturale esprime il suo potenziale al massimo e di conseguenza performa anche in modo ottimale».
Nelle tue collezioni il tessuto è un elemento essenziale, quasi “vivo”. Cosa succede, emotivamente e progettualmente, nel momento in cui “ascolti” una materia?
«Ascolto e capisco il materiale per comprendere le sue possibilità e come vuole essere espresso al meglio. Comprare dei materiali dopo aver scelto cosa fare trovo sia una follia. Per quanto si possa, con presunzione, adattare un materiale a ciò che si ha in mente è sempre il tessuto stesso a decidere la chiave di lettura corretta e il modo migliore per esprimersi. Solo nel momento in cui tieni la materia prima tra le mani e passando ore ed ore al manichino si riesce a trovare l’interpretazione corretta. In realtà, io mi limito ad innamorarmi di alcuni materiali e passo giornate a fantasticare sulla collezione e a schizzare idee e a progettare, ma è solo quando arriva il tessuto che tutto viene messo in discussione ed è lui che sceglie ciò che vuole essere».
In un sistema moda veloce e iper-produttivo, hai costruito un approccio fondato sullo zero waste e sulla circolarità. È stata una scelta etica, estetica o una conseguenza naturale del tuo modo di progettare?
«Entrambe le cose. Per lo zero scarto ci vorrà ancora tempo perché soltanto producendo internamente il 100% della collezione si potrà, un giorno, raggiungere quest’obbiettivo ma piano piano ci stiamo lavorando. È un processo che è stato messo in atto e che non intende arrestarsi. Le prime collezioni prevedevano una spesa destinata all’approvvigionamento dei tessuti praticamente nulla e questo mi ha portato in maniera naturale a sperimentare, approcciandomi a questo modo di lavorare. Quello che è nato da una necessità affiancato da una un’esigenza morale e di rispetto della materia, è diventato il mio alleato più fedele per gli innumerevoli spunti e ispirazioni che può fornire. Credo che dopo 15 anni non sia stato un paletto ma che ad oggi sia una delle forze più grandi del brand».
La collezione Primavera/Estate 2026 nasce da un incontro casuale e quasi silenzioso: una bambina di ritorno da una lezione di danza. Cosa ti ha colpito di quell’immagine e perché hai sentito il bisogno di trasformarla in un punto di partenza creativo?
«Perché ho sempre bisogno di un punto di partenza che non sempre viene portato fino in fondo con coerenza ma è semplicemente un inizio. Ho bisogno di emozionarmi e avere una storia da raccontare proprio per trovare la forza di poterla scrivere. Quella visione mi ha innescato evidentemente dei ricordi e delle sensazioni che in quel momento mi hanno ispirato e fatto venire delle idee nell’immediato»
Dopo oltre dieci anni di percorso e una crescita strutturata del brand, come sei cambiato tu come designer e come persona rispetto agli inizi di art259design?
«Domanda difficile… Ho iniziato a 25 anni, ero giovane, forse incosciente, e art259design un bambino. A oggi credo che sia io che il brand siamo cambiati tanto. Se penso che il primo anno di art259design era cominciato con una manciata di t-shirt ed ora proponiamo un total look di circa 60 capi, una prima linea di sola pelle nata 4 anni fa ed una seconda linea nata la scorsa stagione, credo che io e il brand siamo cresciuti seguendo la strada giusta, nonostante tutto. L’uno ha fatto crescere è cambiare l’altro, in un rapporto complementare. Io sono ciò che sono grazie e per colpa di art259design. Una vita e un progetto, più che un brand, si sono sovrapposti, nel bene e nel male, nei successi e nelle catastrofi».
Il riferimento alla danza nella collezione non è mai letterale, ma si traduce in studio del movimento, dell’habitus e della postura. Come hai lavorato su volumi, costruzioni e materiali per rendere visibile questa idea di corpo in movimento?
«Ho lavorato sulla scelta dei materiali e dei colori. Ho immaginato tessuti leggeri e gradazioni che nel mio immaginario mi riportassero alla danza, o meglio, che nella mia mente mi facessero pensare a delle ballerine. Per la prima volta ho spogliato molto la mia donna, solitamente molto austera, coprendola con tessuti leggeri e trasparenti che più che vestire accompagnassero il corpo. Soluzioni sartoriali e di manipolazione del tessuto hanno celato l’intimità del corpo permettendo a chi indossa i miei capi di provare un’assoluta libertà. La sfida, ma allo stesso tempo il gioco, principale è stata manipolare la georgette crêpes di seta in modo da poterle permettere di vestire nonostante l’estrema trasparenza del tessuto. Anche un velo impercettibile e quasi impalpabile può vestire creando trasparenze, certamente audaci, ma eleganti».
Ultima domanda: se Art259design fosse una canzone o una musica quale sarebbe?
«Art259design è cambiato tanto in questi 15 anni e con lui i miei gusti musicali, ma se devo pensare ad una colonna sonora che ha accompagnato dal primo momento la nascita del brand, la sua crescita e i tanti momenti bui, penso alla discografia di Thom Yorke e, nello specifico, a Lotus Flower dei RADIOHEAD, una delle mille canzoni preferite».
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