Julia Ronnqvist Buzzetti: Forse non tutti sanno che...

“Forse non tutti sanno che…” è una rubrica della Settimana Enigmistica che mi ha sempre dato particolare godimento.
Questo celebre periodico nasce nel 1932 dall’ingegnere sardo Giorgio Sisini, ma viene stampato per la prima volta nel 1931. Nata legalmente in Via Enrico Nöe 43 a Milano, la redazione trova poi sede a Palazzo Vittoria in Cinque Giornate e la caratteristica più particolare sta proprio nella sua autosufficienza: dalla cartiera, alla tipografia, fino agli stabilimenti per la produzione di inchiostro. Un luogo illuminato che raccoglie in questa rubrica piccole narrazioni di cultura generale: può diventare uno spunto di conversazione o di riflessione, e in questa modalità vorrei proporvi alcuni momenti e figure della nostra storia italiana.
Rimaniamo su Milano con un sarto d’eccezione e collezionista appassionato. Ho scoperto la storia di Adriano Pallini (1897-1955) nel 2017 in università, un sarto teramano che a partire dagli anni Venti grazie al suo atelier in via dell'Orso a Milano, avviò una delle più importanti collezioni private di pittura e scultura del Novecento. Amico e sensibile confidente di artisti e intellettuali dell’epoca, accoglieva e vestiva figure come Giorgio de Chirico, Massimo Campigli, Piero Marussig, Arturo Martini, Mario Sironi, Achille Funi, Pompeo Borra e Lucio Fontana. Nel 1956 a seguito della sua prematura dipartita, amici e famigliari realizzarono un libro per ricordarlo, con brevi scritti e immagini delle opere, dando vita ad una preziosa edizione limitata di 250 volumi.
Riporto qui due dediche che rendono il lustro di questa raccolta ma anche l’animo elegante di quest’uomo.
Lucio Fontana per esempio si avvicinò a Pallini proprio per chiedere di poter far parte della sua selezione: «Quando, per la prima volta, molto giovane, avvicinai Pallini, per un cambio, più che la necessità dell'abito fu per l'ambizione di entrare nella sua collezione, mi accolse con gentilezza, e senza polemizzare, come se mi conoscesse da lungo tempo, e mancasse alla sua collezione proprio un mio lavoro, mi offerse la sua stima».
Massimo Campigli fu invece un grande amico e ce lo ricorda in questo modo: «Ad ogni mio arrivo a Milano la prima visita era per te, Adriano, amico di tutti i miei amici, di tutti il confidente, e di tutti sapevi parlare con animo benevolo e delicato. Volevi che anch'io andassi in giro come un signore, fin dai tempi di Via dell'Orso, quando i miei quadri non li voleva ancora nessuno. Non ti avrò mai dato una soddisfazione. I tuoi vestiti non li sapevo portare, sempre macchiato, con le tasche gonfie e con la cintola allentata. E tornavi a rivestirmi, con un sorriso rassegnato».
Amini Tappeti collabora con l'archivio Fede Cheti dal 2020
A partire dagli anni Trenta, Milano accolse Fede Cheti (1905 - 1979): savonese, imprenditrice nell’industria del tessuto e della moda. Cosmopolita, colta e dinamica, frequentava sia il mondo dell’arte, da Peggy Guggenheim a Carlo Cardazzo, che dell’architettura, lavorò a molteplici Triennali milanesi e arrivò ad esporre il suo lavoro in tutto il mondo. Si distinse per la lungimirante collaborazione con figure del calibro di Giò Ponti, Lucio Fontana, Giorgio de Chirico, Mario Sironi, Filippo de Pisis, dai quali acquistava i bozzetti dei disegni, diventandone così proprietaria. Per questo motivo sui suoi tappeti la firma è sempre del marchio “Fede Cheti” e mai degli artisti (ad eccezione di René Gruau, l’unico a cui concesse di mantenerla).
Ad oggi l’archivio Fede Cheti collabora con Amini Tappeti dal 2020 e riprende alcune delle fantasie più iconiche, tra cui le splendide grafiche di Gruau. La stilista milanese Biki in un’intervista di quei tempi la definisce: «una donna ribelle, insofferente, ansiosa di sapere, giramondo; con la fama nel destino».
Sfogliando il sito di Amini, vi imbatterete in un altro grande creativo italiano, Bruno Munari (1907-1998) e il titolo del suo tappeto lo definisce alla perfezione “Viaggio nella fantasia”. Se dovessi però dire quale degli oggetti preferisco di Munari è sicuramente l’ironica sedia per visite brevissime realizzata nel 1945 per Zanotta. La descrizione recita: «Quando gli ospiti sono senza sorriso. Se la vita corre veloce, se il tempo accelera l’esistenza, se la frenesia ruba il tempo. Allora il sedile sarà inclinato, la seduta più corta, lo schienale più alto: la sedia sarà per visite brevissime».
“Intervista impossibile” su Vogue di giugno 1936 - Stalin vs Schiaparelli
Tra la fine del 1935, inizio 1936, Elsa Schiaparelli (1890-1973), si trovava in viaggio per la Russia di Stalin sulla tratta Transiberiana. Nutrita a vodka e caviale - tornerà magrissima - la stilista e sarta italiana attiva su Parigi era stata scelta per definire le vesti della “donna media sovietica”. Presentò un modello elegante, assolutamente in linea con il suo gusto ma adattato alle necessità sovietiche: versatilità e lunga tenuta. Un abito nero, con colletto alto, consono per ogni occasione, dall’utilizzo sia diurno che serale. Era pensato insieme ad un cappotto rosso a bottoni neri e un copricapo di lana lavorato a maglia con chiusura a zip. La ricezione però non portò ai risultati sperati, non convinse, forse per la semplicità, forse per le tasche, che si dice fossero troppo grandi e che questo poteva attirare l’attenzione dei ladri sui mezzi pubblici, ma potrebbe anche essere perché non pronti a realizzare un abito di quella tipologia. In ogni caso, questa soluzione non venne mai prodotta in serie, anche se le voci si diffusero: Schiaparelli disegna l’abito che vestirà 40 milioni di russe.
Una bellissima vignetta di Miguel Covarrubias “Stalin vs Schiaparelli”, ci ricorda questo momento, per un articolo della serie “Intervista impossibile” su Vogue di giugno 1936. Andate a leggervela!
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Sennait Ghebreab: la mia vita a Londra tra talento, opportunità e coraggio

"La fortuna non esiste. Esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione."
Questa frase, presa in prestito da Seneca, mi accompagna da anni. Mi chiamo Sennait Ghebreab, sono nata a Milano da madre eritrea, e da 16 anni chiamo Londra "casa". Ma per capire davvero il mio percorso bisogna partire dall’inizio, dalla mia vita cominciata a Milano, dove sono nata e cresciuta.
Le mie origini: due culture, due mondi
Sennait con sua madre in Liguria
Crescere in una casa dove ci sono due culture, si mangiano due cucine e si onorano due tradizioni ti insegna presto ad abbracciare la complessità.
Mia madre è arrivata in Italia dall’Eritrea, portando con sé non solo i suoi valori, ma anche la forza di ricominciare e le sue mille regole, su tantissime cose. È lei ad avermi insegnato a non temere il cambiamento, a vivere con disciplina e a credere nelle mie ambizioni. Da piccola spesso mi piaceva coricarmi leggendo l’Atlante. Mi piaceva immaginare viaggi, persone, mercati colorati e luoghi lontani. Ho sempre avuto una grande memoria visiva e sono sempre stata affascinata dalle forme dei paesi e continenti sulle mappe.
Anche oggi spesso mi piace andare a Notting Hill Market o a London Bridge Arcade a vedere i
banchetti, che vendono vecchie mappe di Londra o del mondo.
Quando ero piccola Londra la conoscevo da Mary Poppins, dalle notizie sulla famiglia reale e dal detto “Big Ben ha detto stop” (me lo diceva spesso un’amica di mamma quando mi veniva a prendere a scuola e passavo il pomeriggio da lei: era il suo modo unico di dire “Sennait adesso basta”).
Londra era solo una mappa tra tante. Ma un giorno sarebbe diventata la mia.
L’arrivo a Londra: London Met University e un nuovo inizio
Sono arrivata a Londra nel 2008 per studiare alla London Metropolitan University. Avevo già una laurea e un altro master alle spalle, ma sentivo che l’internazionalità di Londra avrebbe potuto offrirmi qualcosa di diverso. L’idea iniziale era semplice: studiare e tornare a casa. Ma le cose belle, si sa, spesso accadono per caso… o per scelta.
Poco prima di finire il corso, ho trovato lavoro nel brand piú British che si possa immaginare. Il primo giorno di lavoro è stato da Burberry HQ, nel cuore pulsante della moda britannica. Ricordo ancora l’emozione, la paura quasi, di entrare in quell’head office. Eppure, quel timore si è trasformato in adrenalina pura. Un'energia positiva che ha alimentato la mia voglia di fare, di apprendere, di contribuire. Non mi sono più fermata. E da Burberry ho conosciuto amici e persone, con cui ancora ora dopo 16 anni e sono ancora in contatto.
La carriera nella moda: dall’ufficio alle aule
Dopo Burberry, sono passata a Matthew Williamson, (dove ho conosciuto Sara Moschini, con una card scritta a mano!), per poi passare a Pringle of Scotland e poi a Joseph, dove ho seguito
lo sviluppo business per i mercati EU, EMEA e Asia. Lavorare in queste realtà significa imparare in fretta a parlare il linguaggio del mercato globale e comprendere che la moda non è solo estetica: è economia, strategia, identità culturale.
Nel 2015 ho iniziato il mio percorso con Istituto Marangoni, prima come Academic Course
Leader per i corsi BA Business, BA Buying e BA Communication. Un ruolo che mi ha subito conquistata per la visione strategica e di sviluppo di tutto il dipartimento di Fashion Business. Adoro stare in classe e ho un team davvero fantastico.
Sennait con i suoi studenti
Oggi coordino programmi che preparano i leader della moda del futuro. Parliamo di sostenibilità, blockchain, innovazione digitale, economia circolare: temi imprescindibili per chi vuole costruire un'industria più etica e lungimirante.
In aula come in azienda
Una classe, per me, è come un ufficio. Non insegno solo nozioni: cerco di stimolare la collaborazione, il pensiero critico, l’empatia. Credo profondamente che siamo le persone che incontriamo. E che l’innovazione nasca dall’incontro tra prospettive diverse. In aula, chiedo sempre ai miei studenti di mettersi nei panni dell’altro, di capire il contesto prima di proporre una soluzione.
Il mio ruolo va oltre l’insegnamento: sono mentore, ponte tra università e industry, facilitatrice di opportunità. La connessione tra studenti e mondo del lavoro è la chiave. Non basta sapere, bisogna anche saper fare.
Studiare a Londra vs studiare in Italia
Una lezione con l'ospite John Muleba
Mi chiedono spesso se ci sia differenza tra studiare in Italia e nel Regno Unito. Sì, c’è. In Italia ho ricevuto una solida formazione teorica, approfondita, puntuale. Ma Londra mi ha insegnato ad applicare, a dialogare con l’industria, a pensare in chiave progettuale. Qui lo studente è chiamato a mettersi in gioco ogni giorno: con progetti reali, workshop con aziende, confronti diretti con professionisti.
Come program leader dei corsi, ho sempre dato grande importanza al coinvolgimento diretto degli studenti con il mondo reale, portando regolarmente guest speakers e integrando nei moduli business case concreti con progetti aziendali reali. Nel tempo, ho anche ideato un format originale che ha riscosso grande successo tra gli studenti: si chiama "X Factor Business".
In questo format, pensato per il final major project, gli studenti presentano le proprie idee in una sorta di investment pitch, ispirato ai meccanismi di una vera e propria competizione imprenditoriale. L’obiettivo non è solo testare le loro capacità progettuali, ma anche metterli nelle condizioni di difendere e argomentare le proprie proposte davanti a una commissione. Tutti partecipano con entusiasmo: anche chi inizialmente si sente meno portato per queste dinamiche, grazie al contesto reale e stimolante, si coinvolge, dà il massimo e spesso si propone volontariamente per fare il pitch.
Sennait con i colleghi Katherine e Tasos
Questa mentalità "hands-on" è uno degli elementi fondamentali che cerco di trasmettere nei miei corsi. Portare un problema reale in aula e lasciare che siano gli studenti a proporre soluzioni concrete significa stimolare il pensiero critico, allenare la leadership e sviluppare una solida capacità di adattamento. In un settore come la moda, dove il cambiamento è costante, queste competenze non sono un plus: sono essenziali.
Londra, città di opportunità
Perché Londra ha funzionato per me? Perché qui c’è spazio. Spazio per crescere, per sbagliare, per reinventarsi. A Londra ho trovato fiducia, meritocrazia, e un mercato del lavoro dinamico dove, se hai idee e sei pronta a lavorare sodo, qualcuno ti ascolta.
E poi c’è una cultura della mentorship molto forte. Le persone, qui, sono spesso disposte ad aprirti una porta. Ma quella porta devi bussarla con convinzione, con preparazione. E una volta entrata, devi far vedere chi sei. Io l’ho fatto ogni giorno: nei progetti, nei meeting, nelle aule. Perché ogni occasione è un banco di prova.
Il premio e l’importanza del riconoscimento
Il premio Talented Young Italians edizione 2020
Nel 2021 ho ricevuto il premio "Talented Young Italians edizione 2020" ( l’edizione appena dopo Covid) dalla Camera di Commercio Italiana e dall’Ambasciata d’Italia a Londra, con a capo allora il Cav Alessandro Belluzzo e il Presidente Emerito Simonelli. È stato un momento speciale. Dopo così tanti anni all’estero, ricevere un riconoscimento ufficiale ha dato un senso anche ai sacrifici, alle lontananze, alle notti in bianco.
È stato anche un incentivo, una conferma che il percorso scelto aveva un valore. In quel momento storico – giugno 2021, dopo mesi di lockdown – il premio è stato anche un segnale di ripartenza. Non solo per me, ma per tutti noi expat italiani che ogni giorno cerchiamo di mantenere una connessione con le nostre radici.
Nel 2022 sono diventata consigliera della Camera di Commercio Italiana a Londra: un onore,
ma anche una responsabilità. Poter restituire parte di quanto ho ricevuto è un modo per dare senso al mio percorso.
Crearsi l’occasione: il talento non basta
Spesso mi chiedono quale sia la chiave del successo. Io rispondo che il talento, da solo, purtroppo non basta. Deve incontrare l’occasione. E se quell’occasione non arriva, bisogna imparare a crearla. Con tenacia, con audacia, con disciplina.
Viviamo un’epoca di grande cambiamento: post-pandemia, post-Brexit, post-certezze. Ma proprio nei momenti di transizione nascono le migliori opportunità. Bisogna avere la mentalità giusta e pronta per leggerle, anche quando sembrano scritte in una lingua sconosciuta. Guardare cosa c’è sul tavolo, essere disposti a cambiare prospettiva. Solo così si va avanti.
L’heritage italiano come valore aggiunto
Nel mio lavoro, le mie origini italiane sono sempre state una risorsa preziosa. La moda italiana rappresenta eccellenza, artigianalità, identità. Marchi come Prada o Miu Miu sono l’esempio perfetto di come la qualità, il dettaglio e la visione a lungo termine siano la vera innovazione. Insegno ai miei studenti che il futuro sostenibile della moda si basa proprio su questi valori: cura, consapevolezza, tracciabilità. Ecco perché la nostra cultura, il nostro background italiano, può essere un elemento differenziante anche all’estero.
Giovani e carriera: l’età non è un ostacolo
Sono stata spesso la più giovane nei meeting o nei panel. E sì, a volte lo senti negli sguardi o nei toni. Ma la competenza parla più forte dell’età. Quando dimostri con i fatti cosa sai fare, ogni pregiudizio svanisce. Lo dico sempre anche ai miei studenti: costruite la vostra credibilità giorno per giorno. LinkedIn, andare i business events, networking. È tutto parte del lavoro.
Quando penso ai prossimi talenti italiani, sia in Italia che all’estero, mi auguro che ci sia più attenzione alla diversità e all’inclusione. Gender gap, multiculturalismo, pari opportunità: sono temi ancora in progress, in Italia e altrove. Ma ci sono segnali positivi. Sempre più giovani studiano all’estero, si confrontano con altre culture. E questo, col tempo, porterà a un cambiamento strutturale.
Rispondere sempre Sì a ogni esperienza nuova
"Perché no?" È una domanda che mi accompagna da sempre. E spesso è proprio lei ad aprire il mondo. Negli anni ho avuto la fortuna di essere coinvolta in progetti bellissimi, in giro per il mondo. Non rinuncio mai a dire sì: ai panel, alle interviste per Vogue, agli eventi, ai progetti con ospiti straordinari. Sono sempre stata curiosa, instancabile, affamata di storie e prospettive nuove. Ho visitato numerose fashion week in Africa Asia e Europa dell’Est, osservando da vicino mercati emergenti e scoprendo talenti incredibili, spesso lontani dai riflettori del sistema moda tradizionale.
Da lì è nato anche A Propos, una piattaforma che ho co-fondato con Massimo Casagrande per dare voce e visibilità ai talenti emergenti. Parallelamente, ho scritto un libro dedicato alla moda responsabile con Sally Heale — perché credo che raccontare la bellezza significhi anche interrogarsi su come viene creata, da chi, e con quale impatto.
Oggi collaboro da Londra con Vogue, dove ho il privilegio di parlare non solo di moda, ma anche di sostenibilità, mercati emergenti, talenti, fotografia, mostre e emancipazione femminile e, sì, persino della Famiglia Reale Britannica — una passione che coltivo da sempre.
Sennait con il suo libro: Responsible Fashion Business in Practice
La mia routine quotidiana? Rigorosa, ma piena di sogni. Mi definisco a disciplined dreamer e non rinuncio al mio pilates e al mattino bevo espresso e una tazza di tè e uno sguardo a una lettera molto speciale incorniciata nel mio salotto: una risposta ufficiale di Buckingham Palace, firmata dal segretariato di Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Quella lettera è arrivata nel giugno 2022, appena tre mesi prima della sua scomparsa. In pochi lo sanno, ma a Palazzo c’è un processo severissimo per la corrispondenza: tre livelli di selezione interni, e solo le lettere più significative, personali e ben scritte arrivano davvero sotto gli occhi della Sovrana.
La lettera inviata a Sennait da parte della Regina Elisabetta
Io ho deciso di provarci, senza cincischiare — come si dice a Milano. Ho raccontato la mia storia, il mio amore per la monarchia e tutto quello che Londra mi ha dato. E, ancora una volta, ho risposto sì alla domanda che torna sempre: perché no?
Ho sempre ammirato la Regina: donna Toro come me, esempio di disciplina e senso del dovere. La sua celebre frase sul servizio al Paese è una guida silenziosa. Quella lettera, oggi incorniciata nel mio salotto, mi ricorda ogni giorno quanto possa essere lungo, sorprendente e pieno di grazia il viaggio, se affrontato con dedizione, curiosità e un po’ di coraggio.
Il mio motto sempre: turning challenges into opportunities
Oggi più che mai, credo che trasformare le sfide in opportunità sia la chiave. Londra mi ha insegnato che tutto è possibile se ci credi abbastanza. Che ogni incontro può cambiare la tua traiettoria. E che il talento è solo l’inizio: serve impegno, visione e il coraggio di mettersi in gioco.
Se sono qui, è anche grazie a mia madre, che mi ha mostrato la strada. E grazie a ogni persona che ho incontrato lungo il cammino.
La mia storia non è finita, è solo un altro capitolo.
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Arya: «Un nuovo modo di fare musica è possibile e deve partire da noi artisti»

Cantante e cantautrice, Arya riflette sullo stato dell'industria musicale dal punto di vista dell'artista in un articolo personale e che dona spunti per ampliare la discussione
In casa mia, la musica c’è sempre stata. Avevamo, e tuttora abbiamo, un pianoforte a muro, che mia mamma suonava quando era piccola, dei timbales, un bongò e varie altre percussioni che mio papà iniziava a suonare, come un orologio svizzero, nel momento esatto in cui mi mettevo a studiare o a guardare qualcosa alla televisione.
Sono cresciuta tra un palco e un backstage perché papà, oltre a rintronarci le orecchie con quel suo pum-pum-pum, è un famoso cantante di salsa. Dico famoso non tanto per dire, ma perché è davvero famoso: ha suonato con le orchestre di salsa più importanti del pianeta, è stato il primo venezuelano a suonare al Madison Square Garden e ha fatto tour in tutto il mondo.
Orlando Watussi, padre di Arya e famoso musicista
La prima cosa che mi ha detto mio papà quando ho deciso di voler intraprendere questa carriera è stata:
«Arya, prima capisci che la musica è un business come qualunque altro, meglio è».
Ma io, immersa nella mia visione romantica e ingenua della musica, non gli ho creduto. Ci sono voluti diversi anni per capire che in fondo, per quanto la cosa mi disgustasse, aveva ragione lui.
Il famoso piano di casa
Una volta cresciuta, mi sono circondata di persone che condividessero in un modo o nell’altro la mia passione. Quindi per me uscire con gli amici significa per la maggior parte delle volte uscire con musicisti. E i musicisti parlano solo di una cosa tra di loro: di musica.
Ogni giorno mi ritrovo a parlare con qualcuno di diverso e ogni giorno mi ritrovo a dire la stessa cosa: l’industria è una merda.
A un certo punto ho sentito il bisogno di dirlo a voce ancora più alta.
Mentre ultimavo il disco, ho scritto due brani su questo tema, ognuno con un focus leggermente diverso.
Nel primo, Don’t Speak, mi sono focalizzata sulle tante cose che secondo me non vanno nell’industria musicale, a partire dalla mancanza di diversità in un terreno che dovrebbe invece favorire le contaminazioni e le sperimentazioni fino ad arrivare alla complicità di realtà che dovrebbero essere di diffusione culturale, come radio e magazine, che invece contribuiscono a questo piattume.
Una menzione d’onore va poi al sistema delle playlist editoriali delle piattaforme di streaming, che dovrebbero aiutare gli utenti a conoscere nuova musica suddivisa per genere o tema ma che invece alla fine dei conti servono solo a far aumentare il numero di streaming di un gruppetto di artisti. Alcuni big si sono esposti sul tema, come Fedez in una puntata di un paio di anni fa di Muschio Selvaggio, ma purtroppo ad oggi la situazione rimane invariata: le persone che gestiscono tutte le playlist editoriali si contano sulle dita di una mano. Com’è possibile che così poche persone siano esperte di tutti i generi musicali? Com’è possibile che in playlist diverse siano presenti comunque gli stessi pezzi degli stessi autori? Com’è possibile che si inizi a finire nelle playlist editoriali solamente quando si ha un distributore?
Mah, mistero della fede(z).
Guardare all’esterno e puntare il dito è “semplice”; più complicato è guardarsi dentro e cercare di capire se anche noi giochiamo un ruolo in questo meccanismo ed è proprio ciò che ho cercato di fare nel secondo brano, Non fa per me.
Sono partita da una domanda che mi assilla fin dal liceo, su cui ho fatto la mia tesina di maturità: la società è solo l’insieme dei membri che la compongono o diventa a un certo punto un’entità separata?
Ho provato ad applicare questo quesito al sistema dell’industria musicale, che, così come una piccola società, è formato da individui, che con il loro comportamento ne modificano la conformazione e l’indirizzo: è possibile che consciamente o inconsciamente noi artisti adottiamo degli atteggiamenti che rendono ancora più tossico un ambiente già marcio di per sé?
Secondo me, è così.
È così ogni volta che come artista metto all’ultimo posto la musica per pensare all’immagine, alla comunicazione, alla strategia, al featuring tattico, al posizionamento; è così ogni volta che penso alla musica come a una competizione; è così ogni volta che associo il mio valore alla partecipazione in un determinato festival; è così quando faccio la storia sui social per ringraziare una piattaforma di avermi inserita in una playlist, alimentando l’idea che entrare in una playlist di questo stampo sia sinonimo di qualità.
Ho iniziato a parlare un po’ di più con le persone che mi seguono sui social, trovando finalmente una valvola di sfogo per dei mezzi - Instagram e TikTok - che utilizzavo a forza e controvoglia.
Ho ricevuto tantissimi spunti e conferme su quanto il sistema attuale non vada bene quasi a nessuno: non va bene agli emergenti che faticano a trovare spazi e opportunità per potersi far sentire; non va bene a chi è un passo più avanti ma comunque non riesce a mollare il proprio lavoro perché “di musica qui non si campa”; non va bene a chi firma con una major, perché essendo un pesciolino in un oceano di pesci più grandi, non viene seguito come si deve; non va bene alle etichette indipendenti perché non hanno economie e si trovano a firmare a malincuore solo artisti con cui sono sicuri di rientrare nei costi.
E non sono solo gli artisti a pensarla così, ma anche tantissimi ascoltatori, che ogni giorno si ritrovano sotterrati da una mole di musica “nuova” difficile da smaltire ma che poi suona tutta uguale, e all’interno della quale è faticoso trovare qualcosa che davvero ci parli.
E per me fare musica è sempre stata questione di parlare, dire qualcosa, condividere una certa visione del mondo, esorcizzare pensieri e paure. Purtroppo però mi ritrovo ad esistere in un periodo storico in cui arte e intrattenimento sono trattati allo stesso modo e in cui chi tenta di evadere dal sentiero già battuto non viene considerato.
Dal concerto al Fabrique a Milano in apertura a Mahmood - Ph credit: Kimberley Ross
Di solito quando conosco qualcuno di nuovo, la conversazione prende questa piega:
«Cosa fai nella vita?»
«Faccio musica, sono una cantautrice»
«Ma scherzi? Wow, dev’essere davvero bellissimo!»
Ora, sarà che sono un segno di terra, sarà che sono una precisina, sarà quello che volete, ma io a questo punto del discorso attacco sempre il pippone (mi scuso con chi se lo sia subìto in questi anni):
«Sì, beh, insomma, è sicuramente bello e giuro che non lo cambierei con nulla al mondo però probabilmente da fuori non si ha una percezione molto chiara di cosa significhi».
Effettivamente per chi non è “del mestiere” forse non è così immediato riconoscere gli aspetti più problematici della questione, a partire da quello psicologico.
Il mondo di oggi ci richiede, nessuno escluso, di essere sempre sul pezzo. Per un artista questa richiesta si traduce nell’ansia di dover essere sempre presenti nelle orecchie e negli occhi della gente: producendo più di ciò che vorrebbe (con conseguente calo nella qualità della propria produzione), in tempi sempre più serrati (hai fatto uscire un disco un mese fa? È il momento di mettersi sotto con il prossimo!) e con modalità forzate (postare contenuti ad hoc per i singoli social anche più volte al giorno ed essere costanti nella pubblicazione).
A ciò si aggiunge il fatto che comporre musica o scrivere testi, per quanto possano essere attività migliorabili e allenabili, non sono proprio paragonabili a compilare fogli Excel o fare lavori manuali. C’è bisogno di metodo, sì, ma anche di ispirazione, di intimità, di vivere nel mondo reale per poi riportare le proprie esperienze su carta (o pentagramma).
Da non sottovalutare poi l’impegno economico che comporta produrre anche solo un singolo: pagare i/le producer, pagare le registrazioni in studio, pagare il videomaker se si decide di fare un video, pagare l’ufficio stampa, dare la percentuale al distributore, destinare del budget alle sponsorizzazioni. Tutto questo per ricevere indietro 0,003$ a streaming su Spotify. Wow.
Se poi si decide di fare qualcosa che devii dal mainstream, le difficoltà aumentano: perché non canti in italiano? perché non fai qualcosa che sia più semplice? perché non fai il pezzo ballabile? perché non fai qualcosa che sia più simile a x o y?
La ciliegina sulla torta infine sono gli addetti ai lavori che si improvvisano tali e a cui della musica non frega davvero nulla: come gli A&R che, dopo aver dichiarato che la musica è l’unica cosa che conta, passano gli appuntamenti dedicati agli ascolti dei dischi al telefono a rispondere alle mail; o i locali che non hanno la strumentazione necessaria ma comunque organizzano live e non ti fanno compilare il borderò che è uno dei pochi modi per ottenere un ritorno economico dalla propria musica.
«Però sì, a parte questo è davvero bellissimo».
Dal concerto in apertura alla cantante italo-dominicana Yendry - Ph. Michael Yohanes
Problemi stratificati richiedono soluzioni stratificate e azioni congiunte: ognuno ha una propria responsabilità, un proprio mattoncino da impilare.
Se mettiamo da parte la paura di parlare ad alta voce per timore di essere la pecora nera del gregge, probabilmente ci renderemo conto di non essere così soli. E in questo i social aiutano tantissimo.
Dopo aver espresso apertamente cosa pensavo, sono stata sommersa da messaggi di persone che si rivedevano in ciò che dicevo, che volevano aggiungere la loro voce e la loro esperienza alla mia. Quest’ondata di supporto ha fatto crescere in me il pensiero che forse la mia modalità di comunicazione con il pubblico potesse essere più paritaria e trasparente.
Una conseguenza concreta di questo è stata una prova aperta fatta a Milano un paio di settimane fa, in cui le persone potessero essere coinvolte in un’esperienza diversa dal solito live. In quell’occasione volevo mostrare una versione più reale non solo di me stessa ma anche della musica: non la versione fatta e finita che si ascolta su Spotify ma quella più vera che si vede in sala prove, con le sue sbavature e i suoi errori.
Quest’esperienza si incastona perfettamente all’interno della visione che ho del mio percorso e che a oggi è l’unico modo che mi permette di continuare a fare musica in maniera più o meno serena: circondarmi di musicisti e addetti ai lavori che credano nel progetto per quello che è e per quello che pensano potrà diventare e che condividano la mia visione; collaborare con artisti che stimo personalmente e musicalmente; essere consapevole che non esiste un solo grande campo di gioco ma che l’importante è trovare la propria nicchia; che come ha detto più volte Ghemon, con cui spesso ci siamo confrontati su questo tema, questa non è uno sprint ma una maratona; più in generale continuare a fare, rimanendo fedele a me stessa e non alle logiche di mercato.
Backstage della live session di Si Potesse Tornare/La noche en que te fuiste
Penso quindi che un altro modo di fare musica sia possibile ma che l’impulso debba venire in primo luogo da noi artisti.
Penso che il pubblico sia molto più intelligente di come viene spesso dipinto e che attiriamo il pubblico che cerchiamo.
Penso che creare comunità e inclusione sia più redditizio nel lungo periodo che giocare sull’esclusività e le cerchie chiuse.
Almeno questo è l’approccio che funziona per me ma come diceva mio papà “cada cabeza es un mundo” che sarebbe la versione un po’ più romantica del nostro “il mondo è bello perché è vario”.
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Le sfide di Madior Fall: dalle passerelle di Milano alla conquista del cinema

Madior Fall ricorda ancora l’emozione della sua prima sfilata per Emporio Armani a soli 17 anni, quando ha percorso la passerella per il "re" degli stilisti italiani, ma la sua passione più grande è quella per la recitazione. Lo ha capito fin dal suo primo giorno sul set di Zero, la serie Netflix nella quale ha esordito nel 2021, e grazie alla quale si è immediatamente innamorato del mondo dello spettacolo.
Da allora è costantemente alla ricerca di nuove sfide, ruoli complessi, diversi. L’importante è continuare a mettersi alla prova, come insegnano Denzel Washington, Marlon Brando, Willem Dafoe, e tutti i grandi attori che ha ammirato crescendo. Ora vive a New York e il suo nuovo obiettivo è raggiungere Hollywood.
Siamo riusciti a intercettarlo durante la sua permanenza in Italia per le riprese di una produzione Prime Video (ancora top secret) e abbiamo realizzato questo shooting esclusivo nell'incantevole V Maison Hotel Milano Brera, scattato da Federica Paola Muscella e con la direzione artistica di Giuseppe Damato.
Pantaloni, giacca, camicia PAUL SMITH, gioielli CARTIER
Qual è stato il momento in cui hai capito di voler diventare attore?
Fin da molto piccolo sono sempre stato un appassionato di film, proprio come mio padre, e il lavoro che volevo fare da grande era l'attore. Solo che crescendo non ho coltivato questa inclinazione perché non la vedevo come una reale possibilità per il mio futuro. Quindi fino ai 18 anni non ho recitato, ho fatto qualche piccola cosa a teatro, ma niente di veramente importante.
Finché un giorno, a 19 anni, mi hanno preso nella serie Zero. Mi sono ritrovato subito su un set molto grande e importante, a fare qualcosa che forse non ero preparato a fare. Ma mi sono innamorato immediatamente della sensazione che mi ha dato lavorare con i ragazzi e del set e da quel momento ho capito che quello doveva essere il mio futuro.
Pantaloni, giacca, camicia PAUL SMITH, gioielli CARTIER
Ci sono attori o registi che ti hanno influenzato particolarmente nel tuo percorso?
Assolutamente sì, ripeto, io sono un grande appassionato di film, ne guardo tutti i giorni e mi lascio ispirare da quello che vedo sullo schermo. Per esempio, potrei guardare Denzel Washington tutto il giorno e continuare a sorprendermi, fa delle scelte che mi prendono alla sprovvista. È un attore che trovo fantastico e ho imparato tanto guardandolo.
Pantaloni, maglia, giacca EMPORIO ARMANI, gioielli CARTIER
Un altro attore che per me è il più forte di tutti i tempi è Marlon Brando. Ha qualcosa di naturale che è inimitabile, ma provo lo stesso a prendere spunto da lui. A scuola di teatro ho anche interpretato un ruolo che era suo, quello di Stanley in A Streetcar Named Desire, non volevo fare una sua imitazione ovviamente però mi ha ispirato moltissimo.
E infine devo citare anche Willem Dafoe, un attore teatrale pazzesco, molto espressivo, e le sue parti hanno sempre qualcosa di molto "personaggificato," passatemi il termine, cioè riesce a creare un vero e proprio personaggio.
Pantaloni, maglia, giacca EMPORIO ARMANI, gioielli CARTIER
Qual è il ruolo che ti ha messo più alla prova finora e perché?
Sicuramente quello di Ali nel musical Non dirmi che hai paura. È la storia vera di una ragazza che si chiama Samia, cresciuta in Somalia in mezzo a gruppi estremisti, problemi di governo, guerre, che decide di voler partecipare alle Olimpiadi. E decide di allenarsi con il suo amico del cuore Ali che viene costretto ad entrare nelle milizie terroristiche di Al-Shabaab.
È un ruolo molto complesso perché di mezzo c'è l'amore per questa ragazza ma allo stesso tempo la necessità di dover sopravvivere. È un personaggio cresciuto in un ambiente molto diverso dal mio, nella povertà più totale, in una famiglia numerosa, in una casa piccolina. Ho dovuto fare molta ricerca sul luogo, sulla religione, sul paese. E poi, oltre a tutto questo, c'erano anche parti cantate nel musical e io non sono un cantante, però ho studiato molto ed è stata un'esperienza molto divertente.
Devo dire che mi piace mettermi alla prova con cose che non so fare, che posso imparare, mi diverte molto uscire dalla mia comfort zone.
Gioielli ANTOINE
Hai un sogno nel cassetto per un ruolo o un genere cinematografico che vorresti esplorare?
Beh ne ho più di uno! Innanzitutto mi piacerebbe fare più teatro perché ho studiato per questo ma ho avuto l'opportunità di lavorarci una sola volta.
Mentre nel cinema, mi esaltano tutti i ruoli che sono una sfida, quindi diversi da me o che richiedono un cambiamento di aspetto, di personalità, o qualcosa di imprevedibile. Vorrei fare più cose così piuttosto che parti vicine alla mia realtà. Sono un grande appassionato di biopic, mi piacciono le storie vere perché puoi andare a pescare da vere esperienze delle persone che le hanno vissute e magari anche confrontarti con la persona stessa di cui si racconta la storia.
Il mio sogno sarebbe interpretare un personaggio storico.
Pantaloncini, giacca, camicia, borsa, scarpe, calzini, foulard LORO PIANA
Hai lavorato con grandi brand come Dolce & Gabbana e Boss, come si intrecciano la tua carriera di modello e quella d'attore?
La mia carriera da modello è iniziata quando avevo 17 anni. Sono una persona che di base è molto timida, riservata e mi vergogno pure abbastanza ad espormi davanti alle persone che non conosco. E fare il modello mi ha sicuramente reso più sciolto davanti alla telecamera, a fare amicizia con il mezzo, a non averne paura.
Ho imparato a togliere il velo quando sono davanti alla macchina da presa, a prendere un po' di confidenza.
Shorts e camicia LOUIS VUITTON
In un certo senso mi ha anche creato problemi perché quando fai il modello devi sempre pensare al tuo aspetto quando sei davanti alla telecamera mentre quando fai l'attore non deve essere un tuo problema perché ci sono dei professionisti dedicati. Tu devi pensare a recitare. Anzi, l'ideale sarebbe non pensare proprio, agire, vivere. Quindi ci sono alcune cose che ho dovuto re-imparare a scuola di teatro, come dimenticarmi della mia apparenza.
Completo, camicia, papillon BROOKS BROTHERS, scarpe SUPERGA, spille e gemelli VILLA MILANO
C'è un momento in particolare nel mondo della moda che ti ha segnato?
Sì, ci sono vari momenti. È stata bellissima la mia prima sfilata in assoluto, per Emporio Armani. Mi ricordo l'emozione di camminare sulla passerella. Sono momenti che non dimenticherò mai.
In generale direi che ho proprio una preferenza per Emporio Armani e le loro sfilate. Quella che hanno fatto all'aeroporto di Linate nell'hangar con una cosa come 3.000-4.000 persone e con Robbie Williams che cantava in mezzo a noi. Quello è stato il momento più divertente nella mia carriera da modello. Mi sono divertito tanto in quegli anni.
Camicia e cardigan CANALI
Quali sono i tuoi prossimi progetti nel mondo del cinema e della moda?
In questo momento mi trovo a Roma, sto girando un film per Prime Video, non posso ancora rivelare cosa, dico soltanto che è un film tratto da un libro che ha avuto molto successo su Wattpad. Molte persone lo stanno aspettando quindi penso che scoprirete presto di cosa si tratta.
Poi tornerò a New York dove abito ora e il mio obiettivo è quello di iniziare a lavorare nel cinema e nel teatro in America. Ci sto lavorando da vari anni ma adesso sembra che le cose stiano prendendo forma e quindi speriamo, incrociamo le dita!
Pantaloni, giacca, camicia, cravatta, cintura, scarpe BRUNELLO CUCINELLI, occhiali da sole JACQUES MARIE MAGE, gioielli e orologio CARTIER
La mia carriera da modello l'ho un po' messa da parte, adesso il cinema prende la maggior parte del mio tempo perché sto anche studiando. Ogni tanto faccio lavori sui social, quindi più collaborazioni con vari brand e penso che vedrete cose durante la prossima Fashion Week a giugno.
Gioielli CARTIER
Se potessi dare un consiglio a chi sogna di intraprendere la tua carriera, quale sarebbe?
Il mio primo consiglio potrebbe essere fai, nel senso non avere paura di agire prima di essere pronto. Molte persone - io incluso - finché non si sentono perfettamente pronte non agiscono, ma secondo me è molto più importante agire e magari sbagliare, imparare dagli errori e riadattarsi.
Molti mi chiedono: "Come hai trovato l'agente?", oppure: "Non mi rispondono, mando mail ma non ricevo nulla indietro". Fai qualcosa da solo, prendi una telecamera, registrati, impara a recitare, guarda film, vai a teatro, vedi come fanno le persone, fatti notare. Se non hai una prova che sai recitare e mandi una mail ad un agente che ne riceve mille, sei uno dei tanti. Invece se hai qualcosa da mostrargli, magari ti vedrà e un giorno gli tornerai in mente e dirà questa persona può servire per questo ruolo, firmiamo con lui.
Pantaloni, camicia, gilet, foulard, cappello LORO PIANA
Il mio secondo consiglio è "sii paziente e non ti preoccupare se le cose non vanno subito bene". È un lavoro che richiede tanto tempo, devi dedicarci la vita, come per ogni forma d'arte. Non è come un lavoro normale che puoi "spegnere" e tornare a casa e rilassarti. Io sono rimasto fermo per un anno con i film. Non ti devi lasciare scoraggiare, anzi devi cogliere questa opportunità. Magari iscriviti a un corso di teatro, fai cortometraggi.
Lo so, è difficile, ovviamente una persona deve mangiare, però non puoi aspettarti fin da subito di fare film con Tarantino perché appunto ci vuole tempo.
Il mio terzo consiglio è "divertiti e goditi questo lavoro" perché per me è il lavoro più bello al mondo e ho la fortuna di poterlo fare. Ogni giorno quando vado sul set per me è un buon giorno. Mi diverto anche se sto lavorando e così il risultato è migliore.
Pantaloni e cardigan GOLDEN GOOSE
Credits:
Creative Direction and Production: Giuseppe Damato
Photographer: Federica Paola Muscella
Stylist: Simona Sacchitella
Grooming: Damiano Seminara
Movement Director: Andrea Risso
Location: VMaison Hotel Milano Brera
Sitting Editors: Sara Moschini e Daniela Losini
Junior Editor: Roberta Cutillo
Social Media Content: Elisa Pietrosanti
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Lotta di genere, crepuscolo dell’umanità, rigurgito di coscienza

Negli ultimi anni, ho dedicato una parte significativa del mio tempo agli studi di genere, cercando di tracciare e rielaborare fragilissime interlinee sociali alla ricerca di nuovi modelli per comprendere meglio le complessità della scena sessuale contemporanea. Ne ho dedotto che, in un periodo relativamente breve, sono stati coniati termini e neologismi efficaci, come la schwa e una moltitudine di pronomi, a volte ostici ai profani, ma sintomi evidenti di un rinascimento della nomenclatura che ha dato ordine con nuovi gradienti lessicali laddove la nostra lingua deficitava.
Fra le vicende che la società, ad esempio, ha urgenza di risolvere al più presto, c’è la questione della “persona nata nel corpo sbagliato” purtroppo ancora testardamente raccontata dalla sessuologia e all’interno della comunità trans stessa in modo errato, in quanto ha sempre consegnato un deterrente di sfiducia a chi vive un’esistenza che di sbagliato ha solo un cliché assegnatogli da voci di persone binarie.
Foto di Oskar Cecere
Io non ho mai percepito l’errore sfiorare il mio corpo; solo entrando in contatto con altre donne cisgender ho sentito un’inafferrabile sensazione di disagio o inadeguatezza. Tuttavia, quando mi addentravo in quella che definirei la 'ginosfera', ovvero quell’universo somatico e affettivo proprio delle donne, ho intercettato che anche tra loro c’erano disagi e disforie che pensavo appartenessero unicamente a una persona transgender.
Mi chiedo se esista, a questo punto, un corpo che sia universalmente equo per tutte. Il contenuto valoriale della parola “corpo”, ahimè, non problematizza solo me in quanto persona trans, ma riguarda molte donne, poiché questo costrutto sociale è stato impostato su uno standard assoluto che non riesce più a rappresentare adeguatamente la società nella sua interezza. Non sarebbe magnifico rianalizzare i termini che non esauriscono appieno il loro reale significato?
Citando Virgilio nell’Eneide: "tempus erat quo prima quies mortalibus aegris," il tempo della quiete, dono degli dèi, è finito! Mi sveglio e col fiato in apnea, non sono mai stata così spaventata come oggi. In questo periodo storico, non c’è più tempo per archeologiche disquisizioni che spieghino ai contemporanei la società; il pensiero appena espresso, sebbene importante, si trasforma in un vaneggio quando mi accorgo che stiamo vivendo nell’era di un termine che deflagra in un boato tanto potente da silenziare ogni cosa: la cancellazione.
Accendi il tuo iPhone e leggi notizie senza possibilità di fuga, notizie che sembrano provenire dalla trama de "I racconti dell’ancella", il capolavoro di Margaret Atwood. Fino a qualche mese fa, la perplessità e lo smarrimento riguardavano principalmente la scena politica del mio Paese, ma adesso, scrutando oltre l’oceano, lo scenario si trasforma in un incubo.
Vorrei partire da un dato di fatto semplice, assunto dalla divulgazione scientifica e ricorrente in sociologia: negli ultimi 60 anni, l’America è stata considerata la terra in cui si sono sviluppati i germogli delle rivendicazioni sociali, le lotte che hanno portato alla conquista dei diritti civili più importanti, i fatti che hanno cambiato con la potenza di un rogo il vetusto apparato manicheista delle culture latine del vecchio continente, immobilizzate da secoli dai tentacoli ideologici della dottrina cattolica.
Quella terra, seppur piena di contraddizioni, che era diventata la roccaforte a difesa dei diritti civili, oggi sta diventando il theatrum della metabolé, direbbero i greci: del caos. La nuova amministrazione Trump, con una pletora di decreti-legge volti a smantellare la tutela della dignità umana, sta violentemente schiaffeggiando le coscienze assopite con il grido che tutto ciò che la lotta sociale ci ha consegnato può esserci tolto in brevissimo tempo. Questioni come la sanguinosa emancipazione del corpo della donna dalla tirannia del patriarcato si smembrano pezzo per pezzo quando si nega l’uso autogestito della pillola, quando si vieta l’interruzione di gravidanza, fino ad arrivare alla criminalizzazione e cancellazione delle esistenze trans con un ribaltone della storia che ci fa retrocedere agli anni ’60.
"Ma stai vedendo cosa sta succedendo con Trump?" chiedo attonita a un amico che gode del privilegio di non doversi mai interrogare su cosa sarà del suo nome; gli faccio un racconto accorato su come verranno riaffermati i generi anagrafici assegnati alla nascita a tutte le persone transgender, nonostante il percorso di riassegnazione sia stato completato anche chirurgicamente. Lui risponde dall’altra parte con voce serafica: "Ma guarda, è impossibile! Lo sai che la stampa di sinistra fa propaganda ormai, è un’esagerazione". Quando qualcuno usa la formula “propaganda di sinistra” riferita a certi temi, penso che si ignori la storia dell’Istituto di Magnus Hirschfeld nella Berlino degli anni ’20 di Weimar, dove furono condotti studi pionieristici sugli orientamenti di genere, ma soprattutto si sconosce che i nazisti usarono i registri dei volontari per incarcerarli e praticare terapie di conversione con l’elettroshock. Si trattò di migliaia di persone, in gran parte omosessuali, che sarebbero state presto deportate nei "campi di lavoro". Il giorno successivo a questa telefonata, Hunter Schafer, famosa attrice e modella transgender, pubblica un video sul suo canale TikTok mostrando il suo passaporto: secondo la legge americana sotto Trump, è ritornata a essere un maschio.
Qualche giorno dopo, la cerimonia degli Oscar mette in scena il triste teatrino dell’ipocrisia. Il film "Emilia Perez", diretto da Jacques Audiard, è candidato a numerose statuette, in gran parte perché, per la prima volta, nel cast c’è un’attrice protagonista trans, Sofia Gascón, e il film racconta il percorso di transizione per quasi tre interminabili ore. L’attrice, un mese prima, era stata sottoposta alla gogna mediatica per alcuni vecchi tweet giudicati inopportuni dal tribunale del politicamente corretto. In vista dell’evento, si è optato per eliminare tout court la presenza scomoda della Gascón dalla promozione del film.
A ricevere l’Oscar come attrice non protagonista sarà Zoe Saldana, anche lei in corsa, sorridente dall’inizio alla fine e perfettamente vestita in un luccicante abito di Saint Laurent. Con la statuetta in mano, Saldana tiene un discorso di 152 secondi senza mai nominare una sola volta la parola “trans”.
Quei secondi sono sufficienti perché quella pellicola e Hollywood diventino complici della "cancellazione" governativa in atto e di una maldestra appropriazione culturale. Nello stesso arco temporale, mentre continuano a spiccare decreti ingiuntivi come fendenti affilati contro la mia comunità, la moda mette in scena il suo valzer di tre settimane all’insegna del non disturbare. Le modelle trans sono diventate un vago ricordo di un’inclusione performativa avvenuta quando il claim #BlackTransLivesMatter portava consensi. In Italia, dove un messaggio di supporto sarebbe stato salvifico come le parole di un messia, i legami di fratellanza e sorellanza sono svaniti e neanche i marchi più giovani hanno osato un minimo segnale di dissenso contro l’aggressione sistematica alla nostra comunità. Tutti sono abbacinati dal faro del privilegio, prigione aurea che impedisce di vedere le ingiustizie e le disparità sociali al di là di una gabbia dorata.
Se mi state leggendo, vi esorto a non farvi imbambolare dall’oppio della comodità. Questa guerra è trasversale, è intersezionale. Oggi vede noi in trincea, ma presto toccherà anche il vostro giardino.
Noi, diversamente da molti di voi, conosciamo già l’odore che esala dalla pelle che brucia sotto il cauterio della lettera scarlatta; sappiamo già cosa significa lottare da orfane, ce l’ha insegnato la società e anche la comunità LGBTQIA+ il giorno dopo Stonewall.
I nostri problemi, le nostre istanze hanno sempre oscillato come onde del mare tra Scilla e Cariddi, fra il necessario e il superficiale, l’urgenza e l’indifferenza. E poi, alle donne che pensano che la mattanza di persone innocenti rimanga lontana dalle culle in cui dormono i frutti del loro grembo, vorrei dire: so che essere madre oggi è ancora più difficile di ieri, che il vostro ruolo di genitore vi fa preoccupare per i rincari folli sulla spesa, per le bollette da pagare e per ideologie mendaci calate come strumenti di distrazione di massa dai potenti per farvi smarrire la rotta e il senso del giusto.
Non vi permetteremo di far crescere i vostri figli senza il diritto di poter scegliere un nome che li renda più felici. Continueremo a dare quell’affetto che li farà sentire compresi, costruiremo rifugi per i figli respinti dal vostro amore a volte condizionato, perché la genitorialità non è solo appannaggio di chi sgrava fra le lenzuola candide di un ospedale, ma anche di chi lavora ogni giorno per plasmare lo spazio sociale sgomberandolo dal pericolo, affinché i vostri figli, non i nostri, possano essere liberi di camminare anche mano nella mano con la persona che hanno scelto di amare.
È questo che abbiamo sempre fatto e continueremo a fare, con o senza il vostro permesso, in nome del progresso.
Words: Greta La Medica
Artwork: Simona Rottondi
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Georgia O’Keeffe: Una spirale tuttora incompresa

In un momento di studio turbinoso mi sono imbattuta in un’asta di Sotheby’s di marzo 2020 dedicata alla collezione dell’artista Juan Hamilton, amico e confidente di Georgia O’Keeffe. Tra i tanti oggetti in vendita ne troviamo uno dalla storia particolare: negli anni 30 l’artista Alexander Calder realizzò per Georgia O'Keeffe una spilla in ottone con le prime due lettere del suo cognome. L’accessorio divenne immediatamente il suo gioiello preferito e spesso lo indossava quando veniva fotografata da amici o conoscenti (da Ansel Adams a Richard Avedon e Todd Webb, fino a Cecil Beaton a Myron Wood, per dirne alcuni). Beata lei!
Georgia preferiva indossare la spilla con le lettere orientate verticalmente, con la K di lato sospesa sotto la O a spirale, trasformandola quasi in un disegno astratto. Circa vent’anni dopo, i capelli di O'Keeffe cominciarono a diventare grigi e pensò che l'argento fosse un colore migliore per lei e le sue tonalità. Non volendo rinunciare alla sua spilla preferita, durante un viaggio in India nel 1959, fece copiare il modello di Calder da un artigiano locale, pagando, si dice, cinque dollari per la replica.
Questa è la versione che indossò esclusivamente per il resto della sua vita.
Un ritratto di Georgia O'Keeffe mentre indossa la spilla
Leggendo questa storia ho trovato molto interessante come Georgia O’Keffee, conosciuta per il suo eremitismo (anche se amante della compagnia e in tarda età, grande viaggiatrice), fosse estremamente decisa riguardo alla sua immagine pubblica. Sin da giovane, si è sempre discostata dalle mode e ha portato avanti una sua visione, dalla scelta degli abiti, ai cappotti, al taglio delle camicie ma anche degli accessori. Non usava il corsetto (un must all’epoca), e non metteva smalto sulle unghie, non si faceva i boccoli ma portava i capelli legati. La sua palette colori prevedeva principalmente il nero e il bianco, con rare sfumature di grigio e argento. Spesso confezionava lei stessa degli abiti o li adeguava alle sue esigenze, ma non per questo escluse dal suo guardaroba firme come Balenciaga, Pucci e Ferragamo.
Se volete figurarvi questa donna, trovate una citazione contemporanea nella serie SILO, su Prime Video/Apple + e uscita nel 2023. Sicuramente chi si è occupato dello styling ha tenuto a mente diversi abiti iconici dell’artista ma anche il carattere e le sue movenze. Sin dai primi episodi vi imbatterete nell’elegante ma austera figura del sindaco Ruth Jahns: una donna dai capelli argentei che ricorda puntualmente la nostra artista. Una spilla rotonda argentata porta un punto luce sull’avvolgente capospalla, come il vestito con chiusura a Kimono scelto per il discorso ai cittadini nell’episodio inaugurale della serie. Consigliatissima!
L'attrice Geraldine James interpreta il sindaco Ruth Jahns nella serie tv SILO
Questo modo di scegliere, naturale per Georgia ma anche radicale per il suo tempo (ahimè ancora oggi) rispecchia sicuramente l’animo di una donna diversa, moderna e alla ricerca di un modo di vivere proprio. Credo che molto derivi da ciò che il suo insegnante, Arthur Wesley Dow, le trasmise all’inizio dei suoi studi: «Insegnate al bambino a riconoscere la bellezza quando la vede, a crearla, ad amarla, e da grande non tollererà il brutto», diceva. «Nel rapporto tra le linee potrà imparare il rapporto tra gli esseri umani; nel percepire le armonie dei colori, potrà percepire l'armonia delle cose», trasmissione di un modo di concepire l’unione tra Arte e Vita che l’accompagnerà per tutto il suo percorso, plasmerà il suo modo di pensare e di decidere cosa avrebbe ridato al mondo tramite la sua ricerca artistica.
Nella sua battaglia personale insisteva molto sul non essere considerata “donna di valore in un mondo di uomini”, ma persona prima di tutto, “sé stessa” indipendentemente dal genere. Spesso la critica a lei contemporanea, ma anche successiva, ha letto la sua produzione artistica come espressione di un’identità femminile. Lei stessa racconta: «Sono stata costretta a cercare negli uomini le fonti della mia pittura, perché il passato ci ha lasciato un’eredità davvero povera della pittura femminile innovativa. Gli uomini mi dicevano: "niente male per una donna; dipinge come un uomo". Questo mi addolorava. Prima di accostare il pennello alla tela, mi chiedo: è mio questo? È parte integrante di me? È influenzato da un’idea o dalla fotografia di un’idea che ho acquisito da un uomo? Quello che tento di realizzare con tutte le mie forze è una pittura che sia completamente femminile, oltre che completamente mia».
Series 1, n. 8 di Georgia O'Keeffe
O’Keeffe si è chiesta più volte quando sarebbero cambiate le cose e quando non ci sarebbe più stata distinzione di genere. Vorrei aggiungere una riflessione su questo punto. Non solo sulla definizione del ruolo della donna, ma anche dell’uomo contemporaneo: il caro amico scrittore Enrico Dal Buono ha presentato pochi giorni fa il suo nuovo romanzo “Il male maschio”, edito da La Nave Di Teseo. Durante il talk ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: se prima per l’uomo le regole erano pressoché fissate e date per certe, ora siamo in un epoca dove anche l’uomo/maschio si deve ridefinire, ripensare, mutare, in relazione a come il ruolo della donna sta cambiando. Sarà possibile annullare le distinzioni? Si definirà un nuovo modello neutro o una versione aggiornata per entrambi i generi?
Tornando alla nostra Georgia, credo che la sua figura sia fortemente attuale se pensiamo anche alla sua complessità emotiva. Questa spilla dalla forma a spirale, vorticosa e dinamica, rappresenta molto del suo animo. L’attenzione che lei riserva per mostrarla, spesso nascondendola, permetterebbe forse di leggere anche un’affermazione: OK - okay, it’s all right, correct - una forma di endorsement, approval, authorization, per rimanere in America, un motto rivolto a sé stessa: va bene.
Ritratto dell'artista di Alfred Stieglitz - 1918
O’Keeffe combatterà contro la depressione in diverse fasi, con intense sofferenze e battute d’arresto, sia per via del complesso e lungo matrimonio con il fotografo Alfred Stieglitz, sia per il difficile rapporto donna-società, da donna ambiziosa e indipendente quale era lei. Il carattere forte e spesso infuocato di O’Keeffe non la rese però sola, anzi, se leggiamo le parole di Alan Priest, curatore dell’Arte dell’Estremo Oriente al Metropolitan Museum of Art, O'Keeffe riesce a costruire relazioni durature e di carattere, tanto che un giorno lui le avrebbe proprio chiesto: «fai collezione di donne belligeranti e autoritarie? Non ce l’hai un’amica tranquilla e accomodante?» e per rispondere alla provocazione, Hunter Drohojowska-Philp scriverà di lei nel suo testo Georgia O’Keeffe - Pioniera della pittura americana: “le persone accomodanti, tranquille e timide la annoiavano”.
Questo binomio, questa lotta interna, esiste in alcune persone più intensamente che in altre e la sua storia, mi ha fatta sentire meno sola. Ho letto in lei pensieri simili ai miei e credo che da quel piccolo dettaglio della spilla, si possano leggere delle scelte di vita.
Ritratto dell'artista di Marion H. Beckett
Spesso sento amiche e conoscenti, avere difficoltà nella definizione della propria immagine: e qui spero di poter essere d’aiuto dicendo: leggete, guardate film e trovate figure che hanno vissuto o stanno vivendo storie o momenti simili ai vostri. Un’ulteriore esempio ce lo fornisce Isabella Rosellini agli Oscar 2025, condividendo con noi due dettagli, oltre che eleganti, estremamente personali: il velluto blu dell’abito come omaggio all’amico David Lynch, ma soprattutto gli orecchini di sua madre Ingrid Bergman, che indossò per il film Viaggio in Italia e portò agli Oscar del 1975 per Assassinio sull’Orient Express. Trovo che la sua volontà di esprimersi in modo così personale e sereno, sia rara: «Ho portato la mia storia, ho cercato di raccontare la mia storia».
Isabella Rossellini durante la serata degli Oscar - Getty Images
Questo insieme di pensieri, appunti e racconti spero possa aver dato uno spunto per chiedervi cosa di quello che indossate è stilisticamente vostro e perché lo è. Ogni giorno, quando scegliete un accessorio o un capo, giratelo, nascondetelo o mettetelo in mostra, ma credo sia importante che per prima cosa scegliate voi stessi, a piccoli passi, partendo da un dettaglio.
Concludo con una frase che adoro di Georgia O’Keeffe: «I’ve been absolutely terrified every moment of my life and I’ve never let it keep me from a single thing that I wanted to do», cioè "ho avuto paura in ogni momento della mia vita, ma non ho mai lasciato che questo terrore mi impedisse di fare qualcosa".
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Elisa Lipari: Non c'è 'good girl' senza un po' di imbarazzo

Se esiste una costante in tutti i sentimenti più o meno amorosi che ho provato è la fantasia che ho lasciato ricamare intorno alle persone.
Non scrivo questa frase senza pressione – o senza immaginare lo sguardo con un pizzico di giudizio della mia psicoterapeuta – perché il confine tra idealizzazione e fantasia è sottile, ma non posso negare sia una componente vitale di ogni mia infatuazione. A volte ho immaginato situazioni che poi avrei vissuto, come se così facendo potessi confermare di avere il controllo; altre volte è stato un modo per ingannare l’ansia di quello che sarebbe poi successo. Altre volte ancora fantasticare mi serviva per capire se quella persona mi piacesse davvero, come se, per una convinzione monolitica priva di fondamenta, se posso immaginare un ragazzo avvicinarsi a me e baciarmi con passione allora nella mia testa significa che quella cosa può succedere. Fonte: nessuna. Conferma: nessuna.
Ci sono fantasie che sembrano essere fatte per essere solo immaginate. Alcune sai essere mosse da un sostrato di interesse, altre hanno senso di esistere solo in una sera di Novembre, con la cuffing season alle porte che fa sì che un banale incrocio di sguardi si trasformi in una fanfiction a tema slowburn di minimo diecimila caratteri (contati con precisione nella mia mente).
Se c’è una cosa che mi sembra di aver capito è che il lavoro è la Terra di Mezzo delle fantasie.
Su TikTok, a intervalli regolari, mi escono video agli antipodi dello spettro. Da una parte ne vedo alcuni dove late Millennials e Gen Z ironizzano su tutti gli escamotage che ogni giorno elaborano per rendere il lavoro meno lavoro: smartworking, quite quitting, un lingo irriverente che non ha più paura della sacralità del lavoro e delle sue gerarchie. Guardo questi video e mi dico che dovrei imparare qualcosa dalla ragazza che durante una call era a farsi le unghie e, una volta che le viene fatto notare che il suo comportamento non fosse adeguato, lei risponde che sta lavorando e riesce anche a farsi la manicure, mostrando in camera le unghie a mandorla nuove di pacca.
Dall’altra parte, nel versante di chi cerca un motivo per andare a lavoro, in un video un ragazzo dice che nulla lo sprona ad andare a lavorare come l’avere una work crush. Mi soffermo su un commento trovato sotto, dice: la cotta a lavoro è l’unico modo per sopravvivere. Il commento ha cinquantamila like, chi sono io per non aggiungere un cuore a questo aforisma virtuale?
In questo dualismo confuso e pieno di contrasti è perfetta l’uscita al cinema di Babygirl, nuovo film della regista Halina Reijn che sembra aver preso questa tendenza all’immaginazione e l’algoritmo di molti su TikTok e aver detto: adesso a voi ci penso io.
Nicole Kidman e Harris Dickinson in Baby Girl
Romy, interpretata da una Nicola Kidman indomita, è un’importante CEO di un’azienda che si occupa di logistica e automazione. Ha un matrimonio felice, due figlie adolescenti che – come tutte le figlie adolescenti – un po’ le vogliono bene e un po’ la deridono, ma la sua vita pare soddisfacente. Appagata e ricca di emozioni sembra essere anche la sua vita sessuale: a letto con il marito – Antonio Banderas – Romy geme e si dimena, sembra felice, sembra ricevere tutto ciò che desidera. Se non fosse che poi sgattaiola fuori dal letto, si sdraia supina in sala per masturbarsi da sola, guardandosi un porno.
Ed è in questo quadretto apparentemente perfetto che si insinua Samuel – interpretato da Harris Dickinson – uno stagista intraprendente che sembra intuire che dietro la corazza della CEO potente e determinata un altro fuoco accende Romy: il fuoco della sottomissione. Il mondo lavorativo in Babygirl è per lo più un contorno tematico intrigante per chi su TikTok si salva i video “cinque segnali per cui piaci al tuo collega” ma non si focalizza poi davvero sul brivido di una cotta o relazione tra le scrivanie dell’ufficio bensì sul cortocircuito tra il potere che Romy ha e il potere al quale desidera sottomettersi a letto.
Una volta intuito l’interesse reciproco e lasciati fuori dalla porta i dubbi sulle interferenze lavorative, ci addentriamo in camere d’albergo più o meno lussuose dove i due sperimentano questo nuovo rapporto. La danza che avviene tra Romy e Samuel non è fluida, lineare: la fantasia che la campagna di lancio del film aveva venduto forse ha fatto credere che avremmo visto una versione più coraggiosa e concreta di 50 Sfumature Di Grigio; il protagonista principale di Babygirl è invece l’imbarazzo: Samuel non sa davvero dominare e Romy non riesce subito a lasciarsi andare a una sua stessa fantasia.
Parlando con un amico la sera dopo il film mi ha detto di aver trovato estremamente cringe le scene di sesso e di sottomissione. La prima volta la coppia di amanti non sa davvero quello che sta per fare, non conosce le regole e i confini del gioco: Samuel impartisce ordini a caso e poi ride di se stesso e della situazione, ordina a Romy di mangiare una caramella e poi sputare, lei vuole obbedire ma poi si tira indietro, viene e subito dopo piange, tra le braccia del suo dominatore.
La scena non è quella che ci aspettiamo se pensiamo a un rapporto di sesso e potere, ma non è forse imbarazzante il sesso stesso, quando si decide di sbilanciarsi in territori inesplorati? Non è forse imbarazzante rileggere i propri messaggi inviati la sera prima in una arrabattata sessione di sexting con qualcuno con il quale non nominerai mai più quanto scritto? Non è forse imbarazzante il contrasto tra quello che immaginiamo sarà il sesso e quello che poi a volte finisce per essere?
Se Babygirl è imbarazzante lo è coscientemente, perché inserisce nel disegno complessivo anche le scene che escludiamo quando fantastichiamo su qualcuno, dimenticandoci fuori dall’inquadratura l’impaccio che accompagna a braccetto il sesso e le sue fantasie. Non è il nuovo Secretary ma non aveva neanche intenzione d’esserlo: se nel film del 2002 di Steven Shainberg una giovanissima Maggie Gyllenhaal riassume perfettamente quella che è la fantasia di una fantasia, la Romy di Babygirl svela che dietro l’immaginazione di una sottomissione c’è molto di più oltre alle sculacciate sulla scrivania.
Maggie Gyllenhaal nel film Secretary
Questo non significa però che Babygirl sia riuscito in ogni suo aspetto. È un film che rimane vittima della sua stessa intenzione, l’idealizzazione e le sue aspettative tradite. Ha fantasticato sulla sua stessa fantasia fin dal lancio e il film stesso poi non sembra reggere il peso della sessione di sexting che aveva intrapreso con i trailer e le aspettative promesse. Come le cotte in ufficio, sarebbe stato meglio se fosse rimasto solo una pruriginosa fantasia.
Dopo il turbinio erotico dei due amanti il film infatti si affretta a finire, a distruggere l’idillio creato dalla chimica tra Dickinson e Kidman, precipitando da un tema all’altro e lasciando intuire al pubblico femminile – e solo a quello femminile – una pila di domande pronunciate sottovoce che rimangono però senza risposta. Perché siamo donne indipendenti e con una ferrea etica lavorativa, ma ci tremano le gambe a immaginare qualcuno che ci piace che ci dice quello che dobbiamo fare, in una fantasia più stucchevole degli Harmony che legge nostra zia? Come si concilia la voglia di essere sculacciata con la voglia di far carriera, di essere considerata al pari di tutti? Come dobbiamo trattarlo questo potere, che vorremmo distruggere e abolire e poi ci intriga quando ci sfiora? In quale territorio possiamo prenderci una pausa e semplicemente fantasticare, lasciar andare la fantasia e sognare scenari che ci sembrano incompatibili con i nostri valori? E se vogliamo fantasticare su scenari che ci piegano, è sempre colpa della nostra maledetta infanzia? In questo caso il film risponde e, deludendomi, risponde di sì. Ed è esattamente in questi anfratti di pensiero che Babygirl si insinua, lasciando a noi l’eco di una domanda senza risposta.
Uscita dalla sala ho pensato molto al film e alle sue fantasie, soprattutto perché si stava avvicinando il momento della verità, la prova più ardua: scegliere che voto dargli su Letterboxd, impresa per me titanica avendo a disposizione solo una scala che va dall’uno al cinque. Mentre camminavo e riflettevo, riflettevo e camminavo, mi sono fermata a comprarmi una maglietta di Snoopy che avevo adocchiato giorni prima e desideravo come fino a venti minuti prima desideravo che qualcuno mi dicesse “good girl” sottovoce, passandomi accanto, magari a lavoro. Non contenta di questo repentino cambio di desiderio, mentre camminavo e riflettevo e riflettevo e camminavo ho aperto distrattamente Hinge, che tengo quasi esclusivamente per osservare la creatività dei messaggi che puoi ricevere. Un ragazzo mi aveva matchato scrivendo «all’asilo avrei messo il mio giubbotto vicino al tuo».
Nel leggerlo mi sono fermata in mezzo alla piazza, pensando che quella tenera fantasia fosse la cosa migliore che qualcuno potesse scrivermi nel 2025 su una dating app. Ho fatto uno screen a quel messaggio e poi ho annullato il match, rimesso il telefono in tasca e ricominciato a camminare verso casa, osservandomi da fuori e pensando a quanti film su fantasie e imbarazzi e sesso e teatrini serviranno per districare la matassa che è ciò che immaginiamo e desideriamo.
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Silvia Fanella: sullo stile personale, body image e come l'abito coincida con il monaco

Lo confesso. Ogni volta che termino di ascoltare l’ultimo episodio di Fashion Neurosis, il podcast di Bella Freud (designer e pronipote di Sigmund Freud - ndr), mi chiedo perché quell’idea di format non sia venuta prima a me. Il mio Super Io particolarmente ostile e severo mi ricorda però subito di non arrabbiarmi più di tanto: il mio cognome non è come quello del padre della psicoanalisi, anzi, appartiene a quelle zone tra il Lazio e la Campania denominata “Ciociaria” e mentre la pronipote di Sigmund Freud da bambina giocava nei salotti di Londra, io al massimo potevo rincorrere qualche cane randagio di Velletri.
Se anche volessimo mettere a bada la mia voce più coscienziosa, è pur certo che la mia vita professionale al momento somiglia molto di più a una sorta di Bridget Jones moderna che cerca di inventarsi uno spazio nel mondo, rispetto a quella di una ragazza molto cool che fa cose molto cool e con un albero genealogico altrettanto... beh, ecco, cool.
Ritorno presto in me, e apro la mia casella postale. Una ragazza mi ha contattata perché vuole essere aiutata a trovare il proprio stile. Lo stile personale rientra nella sfera dell'intangibilità di ciò che un essere umano riconosce e identifica come familiare per associazioni non strettamente legate alla vita conscia. Spesso, infatti, per rispondere alla questione su come trovare il proprio stile in fatto di abbigliamento si consiglia di sollecitare la propria curiosità culturale: viaggiare, leggere e guardare film, ad esempio. Queste esperienze, tuttavia, dovrebbero essere fondamentali anche e soprattutto per creare delle memorie e delle assonanze con la propria storia e per coltivare la propria vita psichica formata da immagini. Ecco che allora riconoscere e identificare i propri archetipi può aiutare anche a definire il nostro senso del gusto e dello stile.
Se prendiamo per buona questa mia concezione della ricerca e del possibile raggiungimento di quello che possiamo definire “stile personale”, capirete bene che la mia figura professionale deve restare al margine di questo viaggio sensoriale. Anzi, mi correggo, dovrebbe fare da mediatrice restando nel limbo.
"The Scarlet Letter", Hugh Thomson
Quello che davvero conta farvi sapere di me è che ho ben presto capito che non solo l’abito fa il monaco, ma è anche impensabile pensare di separarli: entrambi ci parlano come se fossero un’unica voce.
C'è stato un momento particolare in cui ho preso consapevolezza di questa mia opinione. Mi trovo costretta a fare un salto indietro nel tempo e a ritornare a quando avevo circa nove anni. In quel periodo tutte le figure femminili intorno a me mi parlavano di quel fantomatico momento in cui le bambine diventano grandi e del prendere coscienza che il mio corpo stesse già iniziando ad andare verso quella direzione. Addirittura la cuoca della mensa mi porgeva il piatto di pasta riscaldata guardandomi e affermando: «Sembri proprio una ragazza grande, Silvia!».
E così nel bel mezzo di una lezione di italiano, in una qualsiasi mattinata trascorsa a frequentare la terza elementare, diventai grande. Nei giorni seguenti mi accorsi di come effettivamente le felpe e i maglioncini con gli orsacchiotti, indossati fieramente fino a quel momento, iniziavano ad andare stretti, e non intendo solo fisicamente. È vero, il mio corpo era cresciuto in così poco tempo ma anche la percezione che io avevo di me stessa era talmente cambiata che non potevo più accettare di indossare abiti troppo fanciulleschi. Ormai mi riconoscevo come “ragazza grande” e volevo essere vista e identificata come tale, e per farlo dovetti iniziare a sostituire la maggior parte del mio armadio, per la poca gioia di mia madre.
Capii ben presto che gli abiti viaggiano con noi, ci accompagnano nelle varie fasi della nostra vita e ci aiutano ad affermarci nel mondo. Inoltre, fu la prima volta in cui mi approcciai alla mia immagine corporea.
"Fashion In Paris", François Courboin
Nel 1935 lo psichiatra e psicoanalista austriaco Paul Schilder, allievo del già citato maestro Sigmund Freud, conia ufficialmente il termine “Body Image” inteso come l’immagine del proprio corpo nella propria mente, come il nostro corpo appare a noi stessi. Durante il processo di elaborazione, accettazione e appropriazione del nostro corpo, ci potremmo imbattere in quelle che sono le nostre memorie corporee che ci permettono di costruire l’immagine di quello che rappresentano per noi. Diventa così un prodotto che prende vita e muta anche attraverso le nostre esperienze, i contesti sociali in cui abita, i fattori emotivi che lo coinvolgono e come viene percepito da noi stessi e dal mondo esterno. Questo corpo, inoltre, deve essere presentato, coperto e vestito ogni mattina: un'azione che per molte persone non è nulla di più di un semplice automatismo.
Aprire il nostro armadio e scegliere cosa indossare è un'azione che interessa tutti, ma ognuno lo fa a modo proprio. C’è chi lo riveste di un significato più profondo e chi, invece, lo fa per pura funzionalità. Quando ne riconosci il potere o scegli di giocare o deliberatamente decidi di non sottostare ai suoi vizi e virtù edonistici. Scelsi la prima opzione e, dal trovarmi costretta a scegliere abiti nuovi per la ragazza-bambina che ero diventata, finii con l'innamorarmi perdutamente della sensazione di puro piacere che mi dava indossare ciò che ritenessi bello.
Iniziare a esplorare il mio senso dell’estetica e del gusto attraverso scarpe e accessori mi avvicinava sempre di più alla natura del mio istinto che mi permetteva di vestirmi in totale autonomia senza più l'aiuto di mia madre. Il lasciar fare senza regole o divieti mi aiutava ad avere fiducia in me stessa e nelle mie scelte stilistiche d’impulso. Era il mio istinto che mi guidava a fare gli abbinamenti e lo è tutt’ora quando vesto le mie clienti. È sempre stata una questione di intuito, solo che ora ho vissuto un po’ di più nel mondo.
Se volessimo insistere sulla questione legata alla ricerca del proprio stile personale o sulla fantasmagorica scienza del “saper vestire bene”, aggiungerei la possibilità di esercitare il nostro istinto primordiale, esattamente come quando un bambino sceglie di colorare tutto col suo colore preferito. Non esiste sempre una risposta logica dietro alle nostre preferenze, ma le nostre scelte parlano certamente di noi. Per questo motivo, dovremo affidarci un po’ di più alle nostre sensazioni, correndo il rischio di rendersi poi conto che il risultato non era come ce lo si aspettava.
Prada FW 2025/26
Miuccia Prada e Raf Simons con la collezione FW 2025/26 “Unbroken Instinct” hanno voluto raccontare di quanto l’atto di vestirsi sia un gesto impulsivo che non dovrebbe seguire delle leggi scritte, in considerazione del fatto che nessuno, tantomeno la Signora Prada, probabilmente abbia mai letto un manuale sugli abbinamenti. Quello che sicuramente ha fatto Miuccia è stato aver letto molto, aver visto dei film e studiato determinate questioni le cui esperienze e riflessioni suscitate, hanno aiutato a definire il suo gusto.
Per quanto questo possa risultare liberatorio per qualcuno, per qualcun altro potrebbe sembrare poco consolatorio: le possibilità di abbigliarsi sono pressoché infinite e sono legate al nostro inconscio col quale dobbiamo confrontarci, lasciandoci trasportare. Forse da una persona che fa questo di mestiere, ci si aspetta una formula magica ripetuta a menadito. Sicuramente possono esserci dei suggerimenti da adottare o per i quali prestare maggiormente attenzione, ma sentitevi libere e liberi di sperimentare con i vostri abiti, pur commettendo qualvolta delle bruttezze: sono necessarie e fanno parte del percorso. Matilde Serao già nel lontano 1911 scriveva: «(...) ne vedremo delle stravaganze e delle bruttezze: ma vedremo, anche, delle creazioni uniche» e trovo questa libertà di espressione non legata alla pratica di abbellimento forzato estremamente contemporanea.
"Crear Se Stessa" Aa. Vv. - Rina Edizioni
Sto leggendo Crear se stessa, un libro che raccoglie le testimonianze in fatto di moda di scrittrici e giornaliste intellettuali italiane dei secoli passati. Mi si è palesato in una vetrina di una piccola libreria a Brera, mentre passeggiavo alla ricerca di segnali e nuove ispirazioni per riuscire a raccontare meglio il mio lavoro e farlo arrivare a più persone possibili.
Forse, il nostro stile personale nasce dalla nostra vita intima e dalle nostre esperienze interiori e sensoriali che compiamo nel mondo. La moda non può e non deve essere solo da indossare ma deve saper raccontare la nostra autenticità e il modo in cui ci relazioniamo anche alla nostra sfera emotiva e psichica.
In fondo, anche lasciare tracce di noi, è una questione di istinto.
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