The House of Vinted: quando il vintage diventa esperienza di stile

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Nel mondo della moda, dove le tendenze cambiano alla velocità della luce, il second hand sta riscrivendo le regole in maniera radicale. Oggi indossare un capo vintage è una scelta di stile e di etica e molte altre cose ancora che abbiamo scoperto in una chiacchierata con il CEO di Vinted, Adam Jay e con Emma Sullivan, Creative Director Vinted. L'occasione? Un evento davvero unico nel panorama dell’e-commerce che qui vi raccontiamo

Alzi la mano chi non conosce Vinted o non ha mia sbirciato online cliccando sulla classica icona della “V” bianca su fondo verde acqua. I fashion victim aprono l’App per trovare un capo non più disponibile nei negozi, mentre le mamme la prediligono per rifare il guardaroba ai figli. La usano i manager alla ricerca del pezzo unico, e tutti quelli che vogliono risparmiare tempo negli acquisti o che vogliono rifarsi il look senza spendere un capitale.

Vinted, l'App che ha cambiato l'esperienza con il lusso

Insomma, Vinted è ormai entrato nelle nostre vite con una missione molto chiara e ambiziosa: fare del second-hand la prima scelta a livello globale. «Vinted ha avuto un ruolo significativo nell’aumento della popolarità del mercato second hand –ci racconta Adam Jay, CEO dell'azienda - in particolare nel settore del lusso. Alcune ricerche, infatti, ci suggeriscono che l'80% delle persone che rivendono i loro articoli lo fa tramite la nostra App».

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Alla ricerca del pezzo perfetto

Se, infatti, all’inizio il percorso dell’azienda era tutto concentrato sulla moda accessibile – un concetto che ha permesso la creazione di una community di fedelissimi – «da circa tre anni, invece, il brand ha fatto un salto di qualità, spostandosi verso il segmento del lusso e introducendo un servizio di autenticazione per garantire l'originalità degli articoli accolto molto bene da chi acquista capi di alto valore». Francia e Regno Unito sono i mercati più forti ma l’Italia gioca un ruolo chiave perché «curiosamente gli italiani tendono a vendere più di quanto acquistino, esportando capi di lusso verso paesi come Francia e Germania». Il risultato? Vinted è diventato un mercato “virtuale” interessante, vivace, in grado di coinvolgere utenti molto diversi e dove anche i marchi di nicchia trovano finalmente il loro spazio. Al di là dei numeri, «ciò che rende speciale questo marketplace è anche il senso del divertimento - conclude Jay-. Acquistare e vendere non è soltanto un’operazione commerciale, ma una vera e propria avventura alla ricerca del pezzo perfetto”.

The House of Vinted: l'evento a Londra

Un altro passo avanti in questa dimensione più ludica è stata la fusione tra esperienza digitale e fisica. Il primo evento dal vivo, "The House of Vinted", che si è svolto lo scorso weekend a Londra, «è stata l’occasione per presentare fisicamente una serie di guardaroba luxury curati da influencer e creator di moda provenienti dall’Italia, dalla Francia e dal Regno Unito – ci racconta Emma Sullivan, Creative Director Vinted- permettendo ai membri di vivere il marchio di persona, girando fra queste stanze allestite con articoli second hand unici». I temi dei guardaroba (tutti in vendita con una parte del ricavato che sarà devoluto in beneficenza, ndr) si sono ispirati allo stile personale dei creator coinvolti e ai trend rilevati dai dati della piattaforma, che mostrano una crescente tendenza di ricerca per termini come art déco, gingham, vintage, scandi, statement piece, maniche a sbuffo e maglioni a trecce.

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Giulia Valentina e il suo guardaroba per "The House of Vinted"

L’evento ha avuto molto successo per cui, secondo Sullivan, in futuro potrebbero esserci altre occasioni di questo tipo. Portare il virtuale nel reale è sempre un’esperienza da vivere, soprattutto se in ballo c’è una passione, quella per la moda, come conferma la creator italiana Giulia Valentina. Coinvolta nel progetto The House of Vinted, ha fatto una selezione di alcuni suoi capi in vendita da oggi sulla piattaforma: «Sapere che alcuni miei capi finiscono nel guardaroba dei miei follower mi rende felice – ci racconta la creator-. È come lasciarli in buone mani. Gli articoli che ho selezionato sono principalmente pezzi che ho comprato in passato e che sono rimasti praticamente nuovi perché non ho mai avuto l’occasione di indossarli».

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La regola di Giulia

«Per me la regola è: se non ho indossato un capo per almeno tre anni, inizio a considerare di metterlo in vendita su Vinted – continua-. Non mi piace l’idea di accumulare cose nel mio armadio che non uso, e sono molto più felice sapendo che qualcun altro può godersele». L’esperienza su questa piattaforma è decisamente positiva per la creator che consiglia di «seguire il venditore, quando trovate pezzi che amate, perché se condividete lo stesso gusto, è probabile che in futuro troverete altri articoli fantastici nel suo guardaroba».

Tre capi, ognuno con una sua storia

Tra i pezzi principali della collezione di Giulia su Vinted c'è una borsa Balenciaga acquistata impulsivamente durante una giornata di shopping con le amiche. Poi c'è un cappotto Versace che faceva parte di un completo scelto per un evento speciale («ho indossato l’intero outfit per la prima volta a un evento, solo per vedere un’altra ragazza arrivare pochi minuti dopo con lo stesso identico look. Di solito non mi dà fastidio abbinarmi a qualcun altro, anzi, penso che significhi semplicemente che entrambi abbiamo ottimo gusto!»). Inifne, una camicia Jacquemus comprata come regalo di compleanno per sua sorella (che ha confessato, aprendo il pacco, di averla già acquistata).

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Il futuro della moda

Insomma, The House of Vinted ci ha insegnato una cosa. Che sia online o dal vivo, il futuro della moda passa dalla sostenibilità, dalla fiducia e dal piacere di trovare (e dare) una seconda vita ai capi più belli – e Vinted sembra essere davvero pronto a scrivere il prossimo capitolo di questa rivoluzione.

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Che ne dite di far parte di un club dell'(audio)libro con Giulia Valentina?

Un audiobook club di Giulia Valentina arriva su Storytel: 6 puntate per parlare di 6 audiolibri con tanti spunti e tips di lettura

La passione per la lettura di Giulia Valentina è ben nota da chi la segue sui social.

Ma ora i suoi consigli di lettura, e i suoi commenti sempre divertenti, taglienti e informativi, debuttano anche in un nuovo formato: arriva in esclusiva su Storytel Italia Long Story Short – L’audiobook club di Giulia Valentina.

Sei puntate, in uscita una al mese, da mercoledì 17 aprile a settembre 2024, per sei audiolibri del catalogo Storytel che ha amato e di cui racconta temi, riflessioni e pensieri nati durante l’ascolto.

Il podcast è pensato per due tipi di persone: chi ha già letto o ascoltato il titolo e ha ancora voglia di parlarne, e per chi vuole farsi incuriosire e trascinare in una nuova storia. 

Insieme a lei, voce narrante principale, contributi di amici ed esperti, tips e approfondimenti, che arricchiranno l’esperienza delle puntate per un racconto a tutto tondo e a tutto “ascolto” dei titoli, come solo un audiobook club può offrire.

Di cosa parla il nuovo podcast sui libri di Giulia Valentina

(Continua sotto la foto)

Long story short podcast

Come cambia l’amicizia tra due donne quando i percorsi che una volta sembravano comuni iniziano a prendere strade diverse? Quanto è difficile scindere ciò che vogliamo, ciò che desideriamo davvero da ciò che a volte la società sembra imporci? 

Di questo e altro si parlerà nella prima puntata: si parte mercoledì 17 aprile con La figlia unica di Guadalupe Nettel, letto da Elena Radonicich (Emons Audiolibri). Insieme a Giulia i commenti di Valeria Locati, @Una psicologa in città, e dell’ornitologa Benedetta Catitti.

E ancora, dal 15 maggio la seconda puntata vedrà protagonista l’audiolibro L'avversario di Emmanuel Carrère, letto da Graziano Piazza (Storyside): la storia vera di Jean-Claude Romand, il protagonista di uno dei più celebri casi di cronaca nera francese, l’affaire Romand. Il dramma di un uomo che per una vita intera non ha fatto altro che mentire: ai suoi genitori, a sua moglie, ai suoi figli, ai suoi amici, alla sua amante, e forse persino a se stesso. Fino a che punto siamo disposti a mentire per costruirci un’identità diversa, parallela, a volte persino opposta alla realtà? Con Elisa De Marco, alias Elisa True Crime, e con la psicologa forense Lorita Tinelli, fondatrice del CeSap, Centro Studi sugli Abusi Psicologici.

Infine un’anticipazione per la puntata di giugno: si parlerà di I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni, letto da Giuseppe Cederna (Sellerio).

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Giulia Valentina è la prima guest creator del nostro social TikTok

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I contenuti creati in collaborazione con la nostra prima guest creator, i format del nostro TikTok e molto altro

Sul profilo social TikTok di Grazia (@grazia_it), potrete trovare l'amore per i libri, la passione per il make-up, il rapporto tra la moda e le serie tv del momento. Questi sono tutti temi che animano i video più virali e troverete molto altro grazie alle collaborazioni con i più talentuosi e interessanti guest creator del momento.

La prima stella del nostro social è Giulia Valentina, content creator e presentatrice televisiva che, con la sua voce unica, ha realizzato per il TikTok di Grazia una serie speciale di video. Con questi Giulia vuole raccontare la necessità di avere sempre meno paura di confrontarsi con se stessa e con gli altri. Lei lo ha fatto partendo da uno spunto apparentemente semplice come un libro di fotografie su un tavolo, ma i libri, spiega Giulia, raccontano storie di noi e sono un ottimo modo per connettersi agli altri.

Giulia parlerà poi di come sia cambiata la sua percezione della bellezza e della cura di sé. Ci ha raccontato che a 16 anni si truccava moltissimo, mentre oggi lo fa con misura, anche se adora scoprire l’esistenza di nuovi creator di trucco che usano i loro visi come tavolozze portando avanti un modo sempre più inclusivo di esprimere se stessi.

Infine Giulia parlerà della moda e di come viene percepita nelle serie tv, facendo l’esempio di show di culto come Succession, dove gli abiti raccontano in maniera molto sottile la personalità dei protagonisti.

I format del nostro TikTok e la prima guest creator

Ogni guest creator futuro, esattamente come Giulia, parteciperà ai format del nostro TikTok: “In conversazione con”, dove si potrà gustare come nasceranno le idee per i contenuti successivi. “5 cose che non so di te”, dove scopriremo la parte più inedita dei nostri ospiti. “Cosa c’è nel mio armadio?”, dove il guest creator ci racconterà ricordi o aneddoti legati a capi o accessori.

Nel frattempo date un'occhiata ai video creati in collaborazione con la nostra prima protagonista, Giulia Valentina.

@grazia_it

@Giulia Valentina è la prima guest creator di Grazia. Riuscirà a convincere il team digital a mettere le wawe in copertina in cambio della sua consulenza creativa? Video @Michele Giannantonio Editors: @Sara Moschini @Giada Borioli @Daniela_Losini #giuliavalentina #graziaguestcreator #booktok #successionfashion

♬ suono originale – Grazia_it

@grazia_it

@Giulia Valentina Guest Creator di Grazia condivide aneddoti e ricordi legati ai capi preferiti del suo guardaroba. Dalla passione per le t-shirt che fanno ridere fino a quella storia legata a una felpa molto molto speciale. Guardate tutto il video e scopritele con noi! Video @Michele Giannantonio Editor: @Sara Moschini @Daniela_Losini @Giada Borioli #giuliavalentina #graziaguestcreator #giuliavalentinalook #myfavlook

♬ suono originale – Grazia_it

@grazia_it

Quante cose NON sapete di @Giulia Valentina ? Guardate il video e scoprite cosa ci ha raccontato la nostra Guest Creator! Video: @Michele Giannantonio Editors: @Sara Moschini @Daniela_Losini @Giada Borioli #giuliavalentina #graziaguestcreator

♬ suono originale – Grazia_it

@grazia_it

Fan di coffee table books a rapporto 🫡 📚 @Giulia Valentina ne è una grande appassionata e ci ha raccontato quali sono le sue categorie preferite: 1. Design (& fun fact) 2. Ricordi di viaggio 3. Cataloghi delle mostre che le sono piaciute 4. Libri fotografici 5. Riviste particolari E le vostre? #coffeetablebook #booktok #giuliavalentina #graziaguestcreator editor @Giada Borioli @Daniela_Losini @Sara Moschini

♬ suono originale – Grazia_it

Art work: Simona Rottondi

Editor: Daniela Moschini, Sara Moschini, Giada Borioli

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Giulia Valentina: i beauty look più belli, da copiare

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Scoprite - e fate vostro - lo stile di Giulia Valentina, una delle influencer italiane più seguite e amate

Ha uno stile glam e un'innata bellezza che coniuga a un carattere spigliato e divertente: Giulia Valentina è senza dubbio una delle top influencer italiane del momento.

Con oltre 500k follower su Instagram, Giulia calamita l'attenzione grazie ai grandi occhi verdi e ai lunghi capelli castano scuro, che ama spesso lasciare sciolti.

Avete voglia di ispirarvi a lei copiandone lo stile? Seguiteci alla scoperta dei suoi beauty look più belli, tutti da copiare.

Trucco occhi nei toni del pesca, sopracciglia al naturale e labbra nude: semplice, fresca e glam.

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I toni caldi sono perfetti per mettere in risalto gli occhi verdi di Giulia Valentina. Ecco un make up - curato da MrDanielmakeop, Daniele Lorusso - intenso in shade caramello corredato da eyeliner e labbra voluminose e glossate.

Half pony - la mezza coda alta - per un revival anni '90 e un make up nei toni del marrone caldo, corredato da ciglia a ventaglio, super cool.

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Rame intenso, brillante e glam, ideale per enfatizzare lo sguardo della influencer italiana, che come di consueto, lascia i capelli sciolti con scriminatura centrale.

Giulia Valentina sul red carpet opta per un'acconciatura mossa con styling a onde e make up statement con smokey eyes nero e ciglia finte. Il rossetto è invece nude, in tonalità rosata.

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Giulia in un momento di relax, raccoglie la chioma liscia in una coda alta. Un easy look vincente.

Total look ramato extra prezioso per Giulia, i cui occhi sono incorniciati dall'eyeliner per un effetto cat eye di tendenza.

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Una sottile linea di eyeliner abbinata a rossetto rosso brillante e chioma voluminosa. Ci piace!

Credits Ph.: Getty Images - Artwork: Elisa Costa
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Giulia Valentina: «Ho viaggiato su un van con una sconosciuta»

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Giulia Valentina è salita a bordo di un van, direzione Grecia, per provare la vera #vanlife, che non è quella di Instagram: ecco come ha raccontato il viaggio

Mia mamma mi ha sempre detto di non accettare caramelle né passaggi dagli sconosciuti - per fortuna non sono mai stata particolarmente obbediente, o non avrei conosciuto Allegra.

Era mattina, portavo i cani al parco e mi sono avvicinata incuriosita a un piccolo van della Volkswagen giallo e bianco dall’aria vintage, con la portiera aperta sul lato, un mini tavolino apparecchiato per il pranzo all'interno e la tenda tirata sul tetto.

Inevitabile fermarsi per fare qualche domanda alla ragazza che sembrava esserne la proprietaria, e così, mentre Allegra stava per pranzare con un amico sul tavolino dentro il van, cominciamo a chiacchierare.

Mi racconta che è innamorata della Grecia, dove passa diversi mesi all’anno a dipingere e a viaggiare con Gianni, che all’inizio presumo essere il nome del suo amico (e ogni volta che viene chiamato in causa, per educazione, lo guardo e annuisco).

Poi finalmente capisco che Gianni è in realtà il nome del suo van (e qui vengo a sapere che spesso ai van viene dato un nome proprio di persona).

Alla fine della nostra breve conversazione Allegra mi dice «La prossima volta che parto dovresti venire con me!», «Ma sì», ho pensato, «Allegra dal cognome complicato, che ho incontrato una sola volta su un van per strada, ora prendo lo zaino e parto, senza sapere niente di te e di dove vai, come no».

Un mese dopo ero sul ponte della nave Ancona - Patrasso con Allegra e Gianni.

(Continua sotto la foto)

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Gianni viaggia a una velocità massima di 80km/h e richiede pause di raffreddamento occasionali, ma giustamente Allegra mi spiega che «Non è una macchina lenta, ma piuttosto una casa veloce».

Questi piccoli dettagli ci danno tanto tempo per parlare.

Mi racconta che viaggia spesso da sola e che è l’unica regina del suo van (con tanto di scettro), infatti solo lei lo può guidare, ma si capisce subito che la sua vita è piena di persone.

Al porto di Ancona conosce tutti: le donne che stanno alla cassa della vendita dei biglietti, quello che serve il cibo nel bar della nave, i primi ufficiali che riconoscendola le offrono una cabina dove riposare.

Il suo itinerario in Grecia è pieno di spostamenti, muri da dipingere, amici da salutare, incontri, festival e Gianni è stracolmo di regali per chi l’aspetta o la ospita in Grecia: tagliolini al farro, cruciverba in italiano, caffè, pasta, addirittura un canotto.

«Tante persone sono sorprese quando vedono una donna che viaggia da sola e si sentono in dovere di aiutarti o comunque parlarti».

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Allegra ha oramai guidato per più di 6 ore e Gianni si deve riposare.

La prima notte la passiamo a dormire in Autogrill: scegliamo un parcheggio abbastanza distante dalla strada per non sentire il rumore delle macchine, ma comunque in vista e illuminato per sicurezza.

Io mi stendo al “piano di sopra” cioè sul tetto di Gianni dentro la tenda, mentre Allegra va a lavarsi i denti nel bagno del bar dell’Autogrill.

Dopo qualche minuto sento la voce di un uomo che si rivolge a lei, chiedendole se va tutto bene e dove era diretta.

Allegra risponde con il suo solito tono tranquillo e deciso, lui le chiede se può offrirle qualcosa da bere insistendo più volte, lei declina cortesemente e rientra sul Gianni - mentre io ero già pronta ad urlare «SIAMO ARMATE E ABBIAMO UN CANE!» da dentro per poi mettermi a piangere e magari saltare fuori armata di un deodorante fingendo fosse uno spray al peperoncino.

Il giorno dopo le chiedo se ha mai paura, perchè a me il solo suono di una voce di un estraneo, in un parcheggio così vicino a dove dormo, mi aveva messo un po' di preoccupazione.

«Viaggiando da sola ho imparato che prima di tutto è importante non presentarsi come “vittima”, ma porsi in modo da far capire subito di essere al pari di chi si rivolge a te. Quando arrivo in un posto nuovo, dove non conosco nessuno, prima di andare a dormire non mi rinchiudo subito dentro Gianni, ma spesso parlo con le persone, basta anche solo fare qualche domanda: la cosa importante per me è far sentire la mia presenza».

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Il mattino dopo ci rimettiamo in viaggio verso una cittadina non lontana da Patrasso, Kainourgio, che ospita l’officina specializzata “Greek Westy” che da 3 generazioni restaura e accudisce tutti i Gianni che si presentano lì.

Una sorta di medjugorje dei Westfalia.

Allegra si era messa d’accordo con i ragazzi dell’officina: loro si sarebbero presi cura di Gianni e lei in cambio avrebbe realizzato un’opera sul muro dell’officina, la prima volta che vedo un baratto vero e proprio.

La realizzazione di entrambi i lavori richiede più del tempo previsto e dobbiamo rimanere a dormire una notte a Kainourgio.

La sorella del meccanico, figlio del proprietario dell’officina, con 2 parole in inglese e 10 in greco, ci invita a cenare a casa sua, con la sua famiglia.

A tavola c’è tantissimo cibo, tutto preparato dalla mamma che, entusiasta di averci ospiti, corre da casa sua a casa del figlio trasportando vassoi stracolmi.

Terminata la cena insistono per farci restare a dormire a casa loro e ci cedono la loro camera da letto: il marito va a dormire dalla madre, moglie e figlio si sistemano in soggiorno sul divano letto.

Io vado a dormire incredula, circondata da foto del matrimonio di quelli che, fino a poche ora prima, erano due sconosciuti.

Il giorno dopo, terminati i lavori, riempiono Gianni di provviste e ci salutano affettuosamente.

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Ci dirigiamo verso Atene. Mentre siamo per strada Allegra mi spiega che mi avrebbe insegnato a lavare i piatti con l’acqua del mare e le pietre, e io, che a casa mia a volte per non lavare i piatti condisco l’insalata pre-confezionata direttamente dentro al sacchetto in cui la vendono, ingenuamente le propongo una soluzione alternativa:

«Ma non possiamo comprare i piatti di plastica?».

Allegra trova così assurda la mia idea che pensa si tratti di una battuta e ride.

Poi mi guarda, capisce che non stavo scherzando e mi ricorda che la plastica inquina.

Già, non ci avevo pensato.

Mi rendo conto che io e Allegra siamo molto diverse nel modo in cui affrontiamo le cose, spesso io scelgo la strada più comoda, quella più facile e veloce che mi procura meno fastidio e sforzo, mentre lei agisce con consapevolezza, con grande rispetto verso se stessa e quello che la circonda.

Lo si vede nel modo in cui si cura di Gianni, che spesso si prende qualche “raffreddore” e richiede tante attenzioni, nel modo in cui cerca di avere il minore impatto possibile sull’ambiente del paese che la ospita (Allegra ha 1 sapone da 10 usi biodegradabile, io penso di avere 10 saponi solo per struccarmi), per lei niente è usa e getta.

Scelgo a questo punto di non condividere le mie idee per un rinnovo di Gianni stile Pimp my Ride.

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Durante il viaggio parliamo anche del mio lavoro.

Suggerisco ad Allegra di essere più attiva su instagram e di curare il suo profilo, perché la sua vita ricca di viaggi e arte può essere bella da condividere e Gianni è anche particolarmente fotogenico.

«Sono una vanlifer da prima che ci fosse l’hashtag #vanlife» mi risponde, mentre guarda divertita le foto che appaiono su instagram cercando l’hashtag, che ritraggono ragazze bionde della california che fanno yoga in spiagge deserte mentre sullo sfondo il loro fidanzato suona la chitarra su cuscini colorati (abbinati al tramonto) nel loro van e il loro labrador rincorre gli unicorni.

«Loro sono instagrammer, io mi considero una viaggiatrice».

A questo punto mi chiedo se si possa essere tutte e due le cose. Ma forse, come mi fa pensare Allegra, una cosa esclude inevitabilmente l’altra.

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Su Instagram ogni giorno è Carnevale.

Migliaia di persone ogni mattina si svegliano e si travestono da qualcuno: basta un libro in mano per essere un intellettuale, uno scatto in palestra per essere uno sportivo, una foto di un avocado per spacciarsi per nutrizionista o farsi un selfie dietro a una scrivania per essere un uomo d’affari.

Tante copertine molto belle di libri che spesso contengono solo pagine bianche (o, peggio, codici sconto).

Allegra mi ricorda che nel mondo c’è ancora qualcuno che fa le cose soltanto per il piacere di farle.

E non ha sempre bisogno compulsivo di condividerle con un hashtag.

(Io ovviamente non sono tra questi).

Il collage in alto è di Rebecca Coltorti, le foto di Eleonora Proietti. 

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I documentari da vedere (non solo) su Netflix secondo Giulia Valentina

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Per non ritrovarvi a corto di argomenti, impressionare gli amici, o banalmente perché sono bellissimi: 10 documentari da vedere su Netflix (e non solo)

Cominciai a guardare documentari quando i ragazzi iniziarono a chiedermi di uscire a cena.

Prima dell’appuntamento, mi chiedevo: «Ma cosa gli racconto a questo?» e immaginavo interminabili momenti di silenzio e imbarazzo, che per venirne fuori uno dei due si sarebbe dovuto mangiare una cucchiaiata di wasabi per il solo gusto di movimentare la cena e poter parlare di quanto fosse inaspettatamente piccante.

** Cosa guardare su Netflix: film, serie tv e documentari da non perdere **

Per evitare l’imbarazzo del primo appuntamento, la sera prima pensavo a due argomenti di conversazione e guardavo un documentario, così, se proprio non avessimo saputo che dirci, avrei potuto parlare di quello.

Appena dopo aver ordinato, alla prima lunga pausa partivo con: «Quindi, l’Amazzonia? Di recente mi sono informata sul suo stato di deforestazione e ti dico già che non ci sono buone notizie».

Dopo i primi appuntamenti, ho capito che i documentari erano quasi sempre più divertenti e interessanti dei ragazzi con cui mi ritrovavo a uscire e quindi ho continuato a guardarli, ma questa volta al posto di uscire a cena.

Che voi siate in cerca di un argomento di scorta per una cena galante, oppure vogliate solo impressionare i vostri amici con nozioni incredibilmente specifiche e informate su un argomento, ecco a voi la mia lista dei top 10 documentari da guardare.

L'illustrazione in alto è di Rebecca Coltorti

(Continua sotto la foto)

the true cost

The true cost (2015) - su Netflix

Un documentario che spiega qual è il reale costo dell’abbigliamento che viene venduto a poco prezzo nei nostri negozi.

Costo a carico dei paesi sottosviluppati che ospitano le fabbriche di produzione.

tickled

Tickled (2016) - su Netflix

Dopo aver ricevuto una mail con una proposta di lavoro insolita, ovvero farmi fare il solletico mentre venivo ripresa, ricevo da parte di alcuni amici il consiglio di guardare questo documentario, girato da un reporter neozelandese che per caso si è trovato a investigare su questo fenomeno.

Può sembrare un argomento non interessante ma vi stupiranno i nuovi limiti del fetish.

exit throught

Exit Through the Gift Shop (2010) - su iTunes

Un documentario diretto da Banksy che racconta la storia di Thierry Guetta (Mr. Brainwash), francese emigrato a Los Angeles ossessionato dalla sua telecamera e dalla street art.

13th

13th (2016) - su Netflix

Si parla spesso della violenza da parte della polizia statunitense verso i cittadini di colore.

Questo documentario analizza la storia del sistema giudiziario degli Stati Uniti e il sistema fraudolento con cui vengono riempite le prigioni.

Jackie Siegel

The Queen of Versailles (2012) - su YouTube

Un documentario che inizia raccontando la costruzione della casa più grande d’America (ispirata proprio a Versailles), di proprietà di una ricchissima famiglia della Florida.

Nel 2008, con il crack della borsa, nel mezzo della realizzazione del documentario, la famiglia Siegel si ritrova senza soldi.

Come dire: dalle stelle alle stalle.

The Jinx

The Jinx (2015) - su iTunes

L’incredibile storia dell’ereditiero di una delle famiglie più potenti e ricche di New York, Robert Durst, coinvolto in una serie di omicidi.

Suddiviso in 5 puntate che ovviamente ho visto tutte di fila, sono la soluzione perfetta se vi piacciono i documentari sugli omicidi.

Enron – The Smartest Guys in the Room

Enron - The Smartest Guys in the Room (2005) - su Netflix

Uno degli scandali di corruzione più incredibili in assoluto nella storia degli States.

Questo documentario analizza la caduta della Enron Corp. e gli scandali legati ai blackout in California.

Nonostante sia documentario di oltre 10 anni fa, vale comunque la pena vederlo.

Cowspiracy

Cowspiracy (2014) - su Netflix

Un documentario prodotto da Leonardo Di Caprio, che approfondisce l’impatto della carne, questa volta non sulla nostra salute, ma sul nostro pianeta.

Nonostante fosse un tema sul quale mi credevo informata, essendo da sempre vegetariana, questo documentario mi ha educata ulteriormente.

Jiro Dreams of Sushi

Jiro Dreams of Sushi (2011) - su Netflix

La storia di Jiro Ono, sushi master di 85 anni e proprietario del pluristellato ristorante Sukiyabashi Jiro situato all’interno della metropolitana di Tokyo.

Mangiare da Sukiyabashi Jiro non è semplice, accettano prenotazioni solo il primo giorno del mese (per il mese successivo), può infatti accadere che la linea sia occupata tutto il giorno: ci sono solo dieci coperti, la durata del pasto è di 30 minuti e il costo è approssimativamente di 300 euro.

E ovviamente parlano solo giapponese.

L’enorme popolarità del ristorante deriva sicuramente dal impareggiabile qualità del cibo ma anche dal fascino dello chef Jiro, un vero e proprio personaggio.

Murdered for her selfies- Pakistans Kim Kardashian

Murdered for her selfies: Pakistan’s ‘Kim Kardashian’ (2016) - BBC

Storia di Qandeel Baloch, una web star Pakistana che viene uccisa dal fratello per aver, secondo lui, disonorato la famiglia, mettendosi in mostra sul web.

Per altre idee e suggerimenti:

** Cosa guardare su Netflix **

** Le più belle serie tv per ragazze da vedere su Netflix **

** I film romantici più belli su Netflix**

** I migliori film per ragazzi su Netflix **

** I migliori film horror su Netflix **

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Giulia Valentina: otto cose che ho imparato da un road trip in America

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Cibo, motel, benzina e GPS: da un road trip in America si torna con gli occhi pieni di libertà - e qualche buon insegnamento per il prossimo viaggio

Nella confusa indecisione su dove andare per le vacanze, l’unica certezza che avevo sul mio agosto era quella di non voler stare in mezzo alle folle, quindi ho scelto il deserto.

E ho pianficato un roadtrip di due settimane in America, da Las Vegas a Los Angeles passando per alcuni dei parchi e canyon più importanti degli Stati Uniti: Bryce Canyon, Lake Powell, Monument Valley, Grand Canyon e il Sequoia National Park.

Due settimane tra paesaggi che ti fanno dimenticare di essere sulla Terra e ti danno l’illusione di visitare un altro pianeta ti fanno sentire un’esploratrice.

Un’esploratrice inesperta e disorganizzata, nello specifico.

Mi sono persa, sono quasi morta di sete, ci mancava poco che non rimanessi bloccata con l’auto nel deserto.

Questo è quello che succede quando non si leggono i bugiardini, si buttano via le istruzioni, e non ci si informa prima di partire per un viaggio.

Per questo vi voglio raccontare quello che ho imparato, così se doveste passare da quelle parti potrete farlo meglio di me.

giulia valentina deserto

1. Non si può fare affidamento solo sul cellulare

Poco fuori Las Vegas realizzo che il cellulare è completamente senza rete.

Ovviamente il mio primo pensiero sono i miei follower su Instagram: stanno bene? Si staranno chiedendo che fine ho fatto o mi hanno già sostituita con una versione più giovane?

Mi avranno taggata in qualche foto dove sono venuta male?

Chi può saperlo: il telefono nel deserto non prende.

Questo può anche causare seri problemi se si contava sulle mappe del proprio dispositivo come sistema di navigazione.

Sarebbe quindi opportuno avere un GPS o navigatore che funzioni senza doversi appoggiare alla rete, oppure portarsi una piantina cartacea old school (che può diventare un bel ricordo se si vuole segnare con i pennarelli il percorso che si sta facendo).

giulia valentina mappa

2. I Motel sono più belli visti da fuori

Scopro che i Motel, che dall’esterno sono molto belli e caratteristici con le loro insegne luminose, hanno stanze che ti fanno venire voglia di dormire vestito.

Non contate di trovare alberghi di lusso. (L’unica eccezione è l’Amangiri).

Nonostante alcuni alberghi usino la parola resort (comincio a pensare in modo ironico), probabilmente motivata dalla pozza recintata da filo spinato che chiamano piscina, sono dei Motel, molto simili a quelli che vediamo nei telefilm, dove un protagonista tossicodipendente trova rifugio dalla polizia.

Attenzione, nonostante siano delle strutture molto semplici, possono essere molto care: i prezzi si alzano con la richiesta (la stessa stanza può costare dal 90 ai 450 dollari) ed è consigliabile prenotare prima se si va nei mesi in cui i parchi sono più frequentati.

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3. Le distanze sono immense

Molto più di quello che immaginate.

Il terzo giorno di viaggio ho inserito nel sistema di navigazione “Lake Powell”, non specificando la città o via, pensando di farlo una volta arrivata li.

Al mio arrivo a Lake Powell, dopo sei ore di strada da Bryce Canyon, inserisco la via dell’hotel e scopro che si trovava dall’altra sponda del lago… a 700 km da me.

Le coste di Lake Powell superano i 3000 km.

Quindi attenzione, Lake Powell is not Lake Como.

giulia valentina panorama america

4. Il cibo è orrendo

Premetto di non essere una persona facile, descrivo il mio regime alimentare come vegetariana-schizzinosa-a-cui-non-piacciono-alcune-verdure-e-mangia-le-uova-solo-dentro-alle-torte.

Considerando queste mie caratteristiche alimentari, cercherò di essere il più obiettiva possibile nel giudicare il cibo in questo viaggio.

Dunque: nella mia vita non ho mai mangiato peggio.

Forse sono stata sfortunata, ma spesso le uniche opzioni erano catene di fast-food che facevano sembrare Spizzico un ristorante stellato e in cui l’opzione più salutare era un’insalata fritta nel burro con il bacon e sei tipi di formaggio sopra.

Non sono una che si porta il cibo da casa, ma se dovessi rifare questo viaggio mi porterei degli snack.

giulia valentina cibo

5. Bisogna sempre avere una scorta d'acqua

Forse non lo sapete, ma nel deserto viene sete.

Il problema è che nei parchi, per questione di inquinamento, è vietata la vendita delle bottigliette d’acqua (per ora, sembra che la norma stia cambiando).

Nei supermercati si trovano di conseguenza solo bibite zuccherate, succhi e alcolici (scelta che non ho capito fino in fondo perchè inquinano anche loro e sono alternative poco salutari).

Bisogna quindi organizzarsi con borracce, bottiglie acquistate all’esterno dei parchi e scorte d’acqua.

giulia valentina canyon

6. (e di benzina)

Potreste non trovare benzinai per oltre 300 km.

Quando viaggiate nel deserto è consigliabile avere una tanica di benzina oppure fare in modo di non essere mai in riserva.

Non c’è sempre rete e neanche un grande passaggio di macchine: potreste trovarvi in difficoltà.

giulia valentina deserto 2

7. Se qualcosa è vietato, è meglio non farlo

I parchi si possono girare in macchina ma è ancora più bello vederli a piedi: seguendo alcuni sentieri ci si può allontanare dagli altri turisti e riuscire a trovare un momento di silenzio o meditazione (dove per meditazione intendo un posto in cui fare una foto senza le famiglie poco fotogeniche di americani e cinesi nello sfondo).

È importante però non avventurarsi fuori dai percorsi segnati; pochi giorni dopo la mia partenza, ad Agosto, due teenager si sono perse per 5 giorni nel Grand Canyon, sopravvivendo con due barrette energetiche e bevendo dalle pozzanghere.

E il digiuno nel deserto non è come fare il Babasucco a Milano.

giulia valentina canyon 2

8. Fermatevi a parlare con le persone

Girare in macchina permette di non essere passeggeri passivi, ma di poter scegliere di seguire le proprie curiosità.

In direzione Grand Canyon, vedo camminare un ragazzo per strada, con una scritta: Walk Across America. Decido di fermarmi.

Incontro così, per caso, Sebastien Jacques, un ex tennista canadese che mi racconta la sua storia.

Vince due campionati nazionali di tennis, e grazie a una borsa di studio sportiva inizia a frequentare l’università Virginia Tech.

Nel 2014, all’ultimo anno di studi, perde improvvisamente 30kg e comincia a non avere le forza per camminare più di 15 minuti al giorno - gli viene diagnosticato un tumore benigno al centro del cervello.

«I medici mi hanno detto che dovevo imparare a convivere con la mia condizione perchè affrontare l’operazione sarebbe stato troppo rischioso».

Sebastien però non vuole arrendersi e trova, a Santa Monica, un chirurgo disposto a operarlo.

«L’operazione è stata un successo, mi sono completamente ripreso, nonostante ci fossero state tante persone che mi avevano già condannato a quello stato di semi mobilità. Ho deciso che dovevo fare qualcosa per dare forza e speranza a chi stava passando quello che avevo passato io, far loro vedere che siamo tutti in grado di fare grandi imprese e superare ostacoli, un passo alla volta.

Così sono partito per la mia camminata di 5000km attraverso l’America, che passa per Virginia Tech, dove mi era stato diagnosticato il tumore, e arriva a Santa Monica, dove stringerò la mano del chirurgo che mi ha dato un’altra possibilità».

Sebastien finisce di raccontarmi la sua incredibile storia lì, a bordo strada, con la macchina accostata con la quattro frecce, in mezzo al deserto, e io mai come in quel giorno mi sono sentita al posto giusto nel momento giusto.

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Giulia Valentina: «A volte le cose migliori succedono quando ci si lascia»

giulia valentina boxe covergv thai

A volte un dolore è la spinta giusta per iniziare una vita più bella e il lieto fine è l'inizio di qualcosa di meglio

«E vissero per sempre felici e contenti» non è l’unico lieto fine di una storia d’amore.

A volte, il lieto fine è in realtà un nuovo inizio, e avviene proprio quando ci si lascia.

Durante un viaggio in Thailandia, volendo evitare le affollate escursioni nelle isole di Phuket, tra gli spintoni delle famiglie che si pestano i piedi per fare le foto con lo sfondo di James Bond Island (che ha anche un vero nome, Khao Phing Kan), decido di cercare un’esperienza più autentica, e di provare il Muay Thai, ovvero, Thai Boxe, una disciplina sportiva che nasce in Thailandia nel XVI secolo.

Alle 11:00 mi presento nella palestra all’aperto tra le palme e osservo le persone che si allenano: sono molto diverse da quelle che si vedono in certe palestre posh di Milano, questi sono in palestra per allenarsi veramente, non per fare selfie e public relations (come me).

giulia valentina boxe

In mezzo a questi ragazzi sudati e tatuati che tirano pugni a sacchi da boxe, c’è una ragazza bionda, con la pelle chiarissima.

Si presenta: si chiama Amy ed è la proprietaria della palestra.

Chiacchierando scopro che è arrivata a Phuket 9 anni fa, a 21 anni, dall’Inghilterra.

Nella sua vita precedente, Amy faceva la maestra d’asilo in una piccola città a sud di Londra.

Il suo lavoro le piaceva, la sua vita un po’ meno.

Il suo fidanzato sognava di trasferirsi in Thailandia per diventare un campione di boxe.

A lei la boxe non era mai piaciuta, anzi, le sembrava uno sport violento e pericoloso.

Eppure, un po’ per amore, un po’ per spirito d’avventura, decide di seguire il fidanzato: lascia il lavoro, vende la macchina e compra un biglietto di sola andata per Phuket.

gv boxe

Dopo le prime settimane il fidanzato comincia a cambiare idea e vuole tornare in Inghilterra.

Amy, però, crede nel sogno del fidanzato forse più di quanto ci abbia mai creduto lui; era venuta a Phuket per restare e non voleva tornare alla sua routine in Inghilterra: «Nel momento in cui sono arrivata in Thailandia, per la prima volta ho realizzato che la mia vita di prima non era sana e non mi rendeva felice, era fatta di eccessi di cibo e alcol, ero arrivata a pesare 130 kg».

A quel punto non si capisce chi lascia chi, se lei lo lascia tornare da solo in Inghilterra o se lui la lascia da sola a Phuket, l’importante è che si lasciano.

E qui ha inizio il lieto fine di Amy.

Lei, non potendosi ancora permettere un appartamento, chiede di poter affittare un posto letto in una palestra locale.

Comincia a insegnare inglese in una scuola materna, ma soprattutto comincia ad allenarsi anche lei, incoraggiata dagli istruttori di Muay Thai della palestra che la vogliono aiutare a perdere peso.

La scuola chiude per le vacanze e Amy si ritrova senza lavoro e senza entrate; i proprietari della palestra le assicurano che può continuare ad allenarsi senza pagare, ma per pagare l’affitto le propongono di provare a fare il suo primo incontro: il premio era di 5000 bhat (poco più di 130 euro).

Vince il primo incontro e da quel giorno combatte in più di 30 incontri, perde oltre 60 kg (all’inizio usava le spille da balia per stringere i vestiti perché non poteva permettersene di nuovi), e inizia a pensare di aprire la sua palestra di Muay Thai a Phuket.

Nel 2013 vince il campionato mondiale di WPMF e realizza il suo sogno e insieme al suo amico campione di boxe Mauricio Calvo, apre la palestra e la chiama Sutai Muay Thai.

«“Su” in Thailandese vuol dire avere il cuore di vincere», mi spiega Amy, che oramai ha imparato la lingua, «Questo nome per me è importante perché mi ricorda di non arrendermi mai, indipendentemente dall'obiettivo: prima era perdere peso, adesso ne ho tanti nuovi. Voglio che questo sport si apra sempre di più a un pubblico femminile».

gv

Mentre parliamo si avvicina a Amy un ragazzino discreto e dall’aria seria: è Kiau, 12 anni, una promessa del Muay Thai.

Amy ha deciso di sponsorizzarlo, facendolo vivere con lei, iscrivendolo a scuola e allenandolo nella sua palestra.

«Io è Kiau ci siamo conosciuti a un incontro di Boxe l’anno scorso: ho riconosciuto il suo talento e la sua passione per la boxe.

Viene da una famiglia povera che non poteva mantenere le spese della sua educazione e dei suoi allenamenti, ho quindi chiesto loro di poterli aiutare a portare avanti il suo percorso».

Kiau ad oggi ha combattuto in oltre 110 incontri, vincendone 101 e ogni mese, con l’aiuto di Amy, manda i soldi alla sua famiglia. «È un bambino incredibile, si allena presto al mattino prima di andare a scuola e subito dopo essere tornato, mi aiuta a ordinare la palestra, non si è mai lamentato e non ha mai fatto un capriccio; la sua determinazione per me è un esempio».

giulia valentina thai

Alla fine del racconto di Amy, i miei ultimi traguardi (aver forse insegnato al mio chihuahua a sedersi, aver trovato finalmente una lampada a forma di orso ed essere riuscita a mettere una canzone come suoneria dell'iPhone) di cui andavo molto fiera prima di sentire la sua storia, mi sembrano abbastanza insignificanti.

«Non sai quante persone mi dicono “Beata te che ti sei trasferita in Thailandia, io vorrei ma non posso, per il lavoro, la famiglia...”, la verità è che tutti noi possiamo cambiare la nostra vita.

Il sogno del mio ex fidanzato forse era troppo grande per lui, ho deciso di viverlo io».

Credits - il collage in alto è di Rebecca Coltorti.

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Scopri come diventare Estée Lauder Partner con il nuovo fondotinta cushion

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Partecipate all'aperitivo di lancio del nuovo fondotinta Estée Lauder Double Wear Nude Cushion Stick Radiant Makeup e diventate "testimonial" del brand

Estée Lauder invita le beauty addict a mettersi in gioco e diventare il nuovo volto del brand con l'iniziativa DW Challenge.

Dal 16 novembre infatti le fan del marchio sono invitate a condividere sul sito dedicato www.DWchallenge.it un mini video o hyperlapse in cui sfidano se stesse e con il prodotto e mostrano l'innovativo modo d'uso in tre fasi del fondotinta Estée Lauder Nude Cushion Stick Radiant Makeup: picchiettare, uniformare e sfumare.

Questo fondotinta liquido vanta infatti una texture leggera altamente sfumabile e una tenuta fino a 8 ore, perfetta per soddisfare le esigenze delle donne più esigenti.

Seguendo l'esempio della testimonial Joan Smalls, il cui video è visibile sul profilo Instagram ufficiale della casa cosmetica, tutte potranno partecipare al concorso Diventa #EsteePartner. In questo ambito verranno elette vincitrici coloro che sapranno interpretare al meglio il prodotto e lo spirito dell'iniziativa.

Le nuove #EsteePartner entreranno a fare parte dei volti italiani del marchio nei mesi successivi, ricevendo inoltre alcuni dei prodotti Estéè Lauder in lancio avendo l'opportunità di provarli in anteprima e condividere l'esperienza con i propri follower.

Per celebrare questa iniziativa Estée Lauder organizza un aperitivo beauty giovedì 17 Novembre 2016 dalle 18 alle 20 presso lo store Sephora di Corso Vittorio Emanuele a Milano.

In un clima spumeggiante e divertente il team del marchio presenterà tutte le novità make up e skincare invitando le beauty addict alla prova della gamma e alla creazione e condivisione del proprio video #DWChallenge sul sito dedicato.

In questa divertente occasione sarà presente la digital influencer Giulia Valentina, nonché Lifestyle Writer di Grazia.it.

Siete pronte a diventare testimonial di Estée Lauder? Mettetevi in gioco e ricordate gli hashtag #DWCHALLENGE #ESTEELAUDER #DOUBLEWEAR.

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Giulia Valentina: Ero la ex di Fedez, ora sono la ragazza che vi farà cantare

La conduttrice Giulia Valentina si è lasciata alle spalle la storia con il rapper. E in tv presenta un programma in cui le popstar sfidano i loro fan

Giulia-Valentina-instagram

Torinese di nascita, parigina d’adozione. È baciata da una buona stella Giulia Valentina, 26 anni tra pochi giorni, fisico da modella, una laurea in Economia e gestione aziendale, un master all’università americana di Parigi e un ex fidanzato famoso, il rapper Fedez, che le ha lasciato in eredità 250 mila follower su Instagram.

«Vorrei non essere sempre collegata a lui, ma capisco che sia difficile riuscirci», spiega lei, seduta nel giardino dell’Hotel Bulgari di Milano. Dopo aver condotto il programma Smart Touch su Italia 1, sarà per due mesi su Rai Uno alla guida di un’auto nella trasmissione Fan Car-aoke.

Come mai è stata scelta per questo show?
«Credo perché posso portare un po’ di freschezza in tv».

Che cosa farà?
«Intervisto i fan del cantante che, nello stesso momento, si trova su un’altra auto, guidata dall’attore Giampaolo Morelli».

Sarà difficile tenerli a bada.
«Credetemi, è più complicato indossare i tacchi mentre guido».


LEGGI la rubrica di Giulia Valentina


Tra le star salite a bordo, chi ci stupirà?
«Zucchero. Non lo conoscevo, ma si è messo molto in gioco. Morelli provoca, è imprevedibile in macchina. Si sono divertiti anche i Negramaro ed Emma».

Tra gli ospiti poteva esserci Fedez. Sarebbe stato un bel rischio per lei.
«Sì, ma non è successo. Comunque sarei stata professionale. Ma, anche solo per lavoro, preferirei incontrarlo il più tardi possibile».

Come si supera la fine di una relazione con un personaggio così popolare?
«Non ho ricette, so solo che dopo tre anni è stato naturale lasciarsi. Senza traumi».

Le piace la nuova fidanzata di Fedez, la fashion influencer Chiara Ferragni?
«Molto, stimo Chiara da sempre».

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