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Francesco Gheghi: "Io contro i violenti"

foto di Enrica Brocardo Enrica Brocardo — 15 Ottobre 2025
Gheghi
Francesco Gheghi è il protagonista del film che l'Italia candida agli Oscar. E alla Festa del Cinema, con 40 secondi, racconta un caso che ha scosso il nostro Paese 

Francesco Gheghi è super impegnato. In queste settimane si sta dividendo fra due set. «E mi sto preparando per un terzo», dice.
Intanto, alla Festa del Cinema di Roma arriva, in concorso, con il suo nuovo film 40 secondi del regista Vincenzo Alfieri, ispirato all'omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo ucciso in un pestaggio nel 2020 per essere intervenuto in difesa di un amico. Per la sua morte sono stati condannati quattro giovani. In più, Gheghi appare nel film Squali, in programma ad Alice nella città, il festival che si svolge in parallelo con la Festa del Cinema di Roma.

Nato a Marino, a sud di Roma, 23 anni, aveva cominciato a studiare recitazione a 13 e ha esordito al cinema a 14 in lo sono Tempesta. Da allora non si è più fermato. Nel 2024 ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia con Familia, il film che l'Italia ha scelto di candidare agli Oscar 2026. Poi, il 5 giugno 2025, è tornato come protagonista del film Mani nude, in cui interpreta un ragazzo che viene costretto a combattere nel circuito delle lotte clandestine, dopo aver vinto ai Corti d'argento il premio per la migliore opera prima con il suo debutto alla regia del cortometraggio La buona condotta. Di 40 secondi dice: «Lo considero un film necessario».

Gheghi (2)

In che senso?
«Perché da una decina di anni a questa parte assistiamo a picchi di violenza estremi. E alcuni episodi, come questo, diventano casi mediatici in grado di colpire l'opinione pubblica e di portare a cambiamenti. Il Daspo Willy (una misura di prevenzione per contrastare la violenza negli spazi della "movida", introdotta nel 2020, ndr) ha portato a un inasprimento delle sanzioni, insieme con altri provvedimenti. Nel film interpreto Maurizio, un personaggio ispirato non ai fratelli Bianchi (Marco e Gabriele, condannati per l'omicidio di Willy, ndr), ma a uno degli altri due aggressori. Nonostante si sia parlato molto di quell'omicidio, tanti non conoscono i dettagli della vicenda».

Il film 40 secondi ci aiuta a capire?
«Sì. Perché non si tratta solo dei fratelli Bianchi. Dietro c’è tutto un mondo, che è quello che vediamo nel film attraverso il racconto di un'intera comunità nelle 24 ore che hanno preceduto il fatto».

Ha parlato con qualcuno per prepararsi? Con la madre di Willy, con i familiari degli aggressori, con i loro amici?
«Non ho parlato con nessuno. Un po' per mia scelta, un po' perché non si è creata l'occasione. Mi sono concentrato per lo più sul contesto in cui questi ragazzi sono cresciuti. Una periferia che, venendo dai Castelli romani, conosco bene. Ho vissuto in prima persona la violenza, il bullismo. Al centro di tutto, per me, c’è un senso di dispiacere, di amarezza. Per un ragazzo che è morto, per la sofferenza di chi ha perso un figlio, un amico, ma anche per quei giovani che sono in carcere. Giustamente, per carità. Quello che voglio dire è che la violenza è solo fonte di dolore per tutti».

Lei stava dalla parte dei bulli o dei bullizzati?
«Dei bullizzati. Ma il bullismo l'ho vissuto anche da "spettatore" di risse, pestaggi. Istintivamente ti viene da guardare e fare un passo indietro. In situazioni del genere, come bisognerebbe agire? Lasciare che due esseri umani si scannino o buttarsi in mezzo per tentare di portare la pace e rischiare di morire? È una domanda tosta. Non è facile intervenire, non lo e scappare».

Secondo lei come si spiegano questi picchi di violenza che spesso riguardano adolescenti o persone comunque molto giovani?
«Non lo so, non siamo nella loro testa. Ma parlando anche con chi è più grande di me, mi sembra di poter dire che stiamo vivendo una delle fasi più cupe mai viste. C'è un accumulo di violenza».

La scelta di candidare Familia agli Oscar ha sorpreso molti.
«Anche noi, non ce l'aspettavamo».

Come l'ha saputo?
«Ho letto un post su Instagram e l'ho girato al regista del film Francesco Costabile con scritto: "Cioè?". Pochi secondi dopo il cellulare mi è esploso di messaggi, chiamate. È stata una mattinata bellissima. Abbiamo brindato».

Una chiamata tra le tante che le ha fatto particolarmente piacere?
Quella del regista Mario Martone (che lo aveva diretto nello spettacolo teatrale Romeo e Giulietta, ndr)».

Al centro di Familia c’è la violenza domestica. Secondo lei sta cambiando qualcosa nella sua generazione?
«Quello che vedo è che noi giovani stiamo assistendo a tanta violenza in forme diverse, ma anche che l'esposizione a molte forme di informazione rende la nostra una generazione intelligente».

Mi spiega meglio?
«Vado spesso nelle scuole a parlare con le ragazze e i ragazzi e trovo una gran voglia di serenità, di amore, tanta voglia di aiutare il prossimo. Ho molta fiducia nei giovani e nel futuro».

In 40 secondi ha ritrovato Francese Di Lena che, in Familia, era suo padre e un marito violento. Siete rimasti amici da allora?
«Quando il regista, Vincenzo Alfieri, mi ha contattato - sono stato il primo l quale ha parlato del film - mi ha detto: "Sai, pensavo di coinvolgere anche Di Leva". A quel punto diciamo che ho fatto la mia parte. Lo stesso con Enrico Borello che, in Familia, era Fulvio, il capo dei fascisti, e che qui interpreta anche lui uno dei quattro aggressori. Sono entrambi attori bravissimi e amici. Francesco per me è anche una sorta di papà, un confidente. Mi ha insegnato tanto. Girare insieme film così impegnativi crea un legame. Gli attori cercano sempre di dare il 100 per cento ma, quando hai un rapporto anche al di là del lavoro, dai il 100 per cento più uno».

Il prossimo anno celebrerà dieci anni di carriera. Che effetto le fa?
«Non ci avevo ancora pensato... Tanta roba, eh?».

Aveva parlato del desiderio di recitare in un film di fantascienza.
«Sto ancora aspettando».

Altri desideri?
«Un bel biopic e un true crime».

Comunque, sta lavorando tantissimo. Non le manca tempo per sé?
«Veramente sono stato fermo un anno e ho molta voglia di rimettermi in gioco. Cioè, sono andato in giro a promuovere Familia, a presentare il mio corto La buona condotta nei festival, ma il set è il luogo che in assoluto mi fa sentire più felice».

Durante le pause che cosa le piace fare?
«Guardare film, leggere, scrivere storie. E mi piace uscire con gli amici. Sono una persona semplice, mi bastano piccole cose».

FOTO Claudio Iannone In Banda

© Riproduzione riservata

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