Francesco Gheghi: "Io contro i violenti"
Francesco Gheghi è super impegnato. In queste settimane si sta dividendo fra due set. «E mi sto preparando per un terzo», dice.
Intanto, alla Festa del Cinema di Roma arriva, in concorso, con il suo nuovo film 40 secondi del regista Vincenzo Alfieri, ispirato all'omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo ucciso in un pestaggio nel 2020 per essere intervenuto in difesa di un amico. Per la sua morte sono stati condannati quattro giovani. In più, Gheghi appare nel film Squali, in programma ad Alice nella città, il festival che si svolge in parallelo con la Festa del Cinema di Roma.
Nato a Marino, a sud di Roma, 23 anni, aveva cominciato a studiare recitazione a 13 e ha esordito al cinema a 14 in lo sono Tempesta. Da allora non si è più fermato. Nel 2024 ha vinto il premio per la migliore interpretazione maschile nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia con Familia, il film che l'Italia ha scelto di candidare agli Oscar 2026. Poi, il 5 giugno 2025, è tornato come protagonista del film Mani nude, in cui interpreta un ragazzo che viene costretto a combattere nel circuito delle lotte clandestine, dopo aver vinto ai Corti d'argento il premio per la migliore opera prima con il suo debutto alla regia del cortometraggio La buona condotta. Di 40 secondi dice: «Lo considero un film necessario».
In che senso?
«Perché da una decina di anni a questa parte assistiamo a picchi di violenza estremi. E alcuni episodi, come questo, diventano casi mediatici in grado di colpire l'opinione pubblica e di portare a cambiamenti. Il Daspo Willy (una misura di prevenzione per contrastare la violenza negli spazi della "movida", introdotta nel 2020, ndr) ha portato a un inasprimento delle sanzioni, insieme con altri provvedimenti. Nel film interpreto Maurizio, un personaggio ispirato non ai fratelli Bianchi (Marco e Gabriele, condannati per l'omicidio di Willy, ndr), ma a uno degli altri due aggressori. Nonostante si sia parlato molto di quell'omicidio, tanti non conoscono i dettagli della vicenda».
Il film 40 secondi ci aiuta a capire?
«Sì. Perché non si tratta solo dei fratelli Bianchi. Dietro c’è tutto un mondo, che è quello che vediamo nel film attraverso il racconto di un'intera comunità nelle 24 ore che hanno preceduto il fatto».
Ha parlato con qualcuno per prepararsi? Con la madre di Willy, con i familiari degli aggressori, con i loro amici?
«Non ho parlato con nessuno. Un po' per mia scelta, un po' perché non si è creata l'occasione. Mi sono concentrato per lo più sul contesto in cui questi ragazzi sono cresciuti. Una periferia che, venendo dai Castelli romani, conosco bene. Ho vissuto in prima persona la violenza, il bullismo. Al centro di tutto, per me, c’è un senso di dispiacere, di amarezza. Per un ragazzo che è morto, per la sofferenza di chi ha perso un figlio, un amico, ma anche per quei giovani che sono in carcere. Giustamente, per carità. Quello che voglio dire è che la violenza è solo fonte di dolore per tutti».
Lei stava dalla parte dei bulli o dei bullizzati?
«Dei bullizzati. Ma il bullismo l'ho vissuto anche da "spettatore" di risse, pestaggi. Istintivamente ti viene da guardare e fare un passo indietro. In situazioni del genere, come bisognerebbe agire? Lasciare che due esseri umani si scannino o buttarsi in mezzo per tentare di portare la pace e rischiare di morire? È una domanda tosta. Non è facile intervenire, non lo e scappare».
Secondo lei come si spiegano questi picchi di violenza che spesso riguardano adolescenti o persone comunque molto giovani?
«Non lo so, non siamo nella loro testa. Ma parlando anche con chi è più grande di me, mi sembra di poter dire che stiamo vivendo una delle fasi più cupe mai viste. C'è un accumulo di violenza».
La scelta di candidare Familia agli Oscar ha sorpreso molti.
«Anche noi, non ce l'aspettavamo».
Come l'ha saputo?
«Ho letto un post su Instagram e l'ho girato al regista del film Francesco Costabile con scritto: "Cioè?". Pochi secondi dopo il cellulare mi è esploso di messaggi, chiamate. È stata una mattinata bellissima. Abbiamo brindato».
Una chiamata tra le tante che le ha fatto particolarmente piacere?
Quella del regista Mario Martone (che lo aveva diretto nello spettacolo teatrale Romeo e Giulietta, ndr)».
Al centro di Familia c’è la violenza domestica. Secondo lei sta cambiando qualcosa nella sua generazione?
«Quello che vedo è che noi giovani stiamo assistendo a tanta violenza in forme diverse, ma anche che l'esposizione a molte forme di informazione rende la nostra una generazione intelligente».
Mi spiega meglio?
«Vado spesso nelle scuole a parlare con le ragazze e i ragazzi e trovo una gran voglia di serenità, di amore, tanta voglia di aiutare il prossimo. Ho molta fiducia nei giovani e nel futuro».
In 40 secondi ha ritrovato Francese Di Lena che, in Familia, era suo padre e un marito violento. Siete rimasti amici da allora?
«Quando il regista, Vincenzo Alfieri, mi ha contattato - sono stato il primo l quale ha parlato del film - mi ha detto: "Sai, pensavo di coinvolgere anche Di Leva". A quel punto diciamo che ho fatto la mia parte. Lo stesso con Enrico Borello che, in Familia, era Fulvio, il capo dei fascisti, e che qui interpreta anche lui uno dei quattro aggressori. Sono entrambi attori bravissimi e amici. Francesco per me è anche una sorta di papà, un confidente. Mi ha insegnato tanto. Girare insieme film così impegnativi crea un legame. Gli attori cercano sempre di dare il 100 per cento ma, quando hai un rapporto anche al di là del lavoro, dai il 100 per cento più uno».
Il prossimo anno celebrerà dieci anni di carriera. Che effetto le fa?
«Non ci avevo ancora pensato... Tanta roba, eh?».
Aveva parlato del desiderio di recitare in un film di fantascienza.
«Sto ancora aspettando».
Altri desideri?
«Un bel biopic e un true crime».
Comunque, sta lavorando tantissimo. Non le manca tempo per sé?
«Veramente sono stato fermo un anno e ho molta voglia di rimettermi in gioco. Cioè, sono andato in giro a promuovere Familia, a presentare il mio corto La buona condotta nei festival, ma il set è il luogo che in assoluto mi fa sentire più felice».
Durante le pause che cosa le piace fare?
«Guardare film, leggere, scrivere storie. E mi piace uscire con gli amici. Sono una persona semplice, mi bastano piccole cose».
FOTO Claudio Iannone In Banda
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Le illusioni di una coppia
Il Teatro Franco Parenti di Milano ospita L’illusione coniugale, fino all’11 gennaio, una commedia che esplora le fragilità e le contraddizioni delle relazioni di coppia. Lo spettacolo fa parte della rassegna Il teatro è donna del Franco Parenti ed è il quarto appuntamento dedicato alle protagoniste del palcoscenico, di cui Grazia è partner culturale.
Sul palco, Rosita Celentano, Attilio Fontana e Stefano Artissunch, anche regista della pièce, portano alla luce tradimenti, bugie, insicurezze, rancori e gelosie che emergono dopo una serata mondana, tra confessioni e riflessioni. Il testo, scritto da Éric Assous, più volte Premio Molière per la migliore commedia, affronta con umorismo, profondità e cinismo la complessità dei rapporti amorosi.
Tutto ha inizio con una secca richiesta di lei a lui di essere onesti e leali sui tradimenti dell’altro, che diventa l’occasione per passare al setaccio la loro relazione. Desiderio, tenerezza, complicità e mistero vengono attraversati dai protagonisti con ironia, divertimento, conflitto e una certa dose di cinismo.
La relazione di coppia è sempre sotto la lente di ingrandimento in uno spettacolo che fa ridere e riflettere ed è molto profondo e complesso. Dentro ci sono rabbia, presa di coscienza, debolezza, confusione, compromessi e perdono ma anche quei segreti che non necessariamente vanno rivelati, perché possono trasformarsi in forza. I dialoghi sono autentici a tal punto che è facile immedesimarsi e riconoscersi.
«In una coppia le responsabilità non sono mai completamente di una sola persona: possono essere distribuite in modo diverso, ma c’è sempre uno scambio reciproco», ha detto Rosita Celentano a Grazia. «Perdonare non significa scagionare l’altro, ma perdonare la coppia, cioè scegliere di ricostruire insieme, riconoscere che ognuno ha limiti e fragilità. Allo stesso modo, quando una relazione fallisce, non c’è un vincitore e un perdente: si vince o si perde insieme. Personalmente ho scoperto, crescendo, che qualunque delusione, dolore, problema o paura può essere un’opportunità. Ogni caduta è un'occasione di crescita interiore per capirsi meglio».
Gli ospiti della serata, dopo la rappresentazione, hanno festeggiato con Grazia e i protagonisti dello spettacolo teatrale gustando le delizie dello chef stellato Stefano Cerveni e i vini di Masciarelli Tenute Agricole.
Nelle foto, dall'alto:
- Attilio Fontana; Rosita Celentano; Stefano Artissunch
- Alessandro Enriquez
- Enzo Iacchetti
- Stefano Cerveni
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Dopo Squid Game vi farò ridere e pensare
«Faccio questo mestiere da tanto tempo, non vivo la fama con le difficoltà con cui la vivono i nuovi idoli. Credo di esserne immune». L'ex modello e attore Lee Byung Hun, star sudcoreana della serie di successo mondiale Squid Game, torna sullo schermo per raccontare le inquietudini di chi perde il lavoro da un giorno all'altro e non riesce a ritrovarlo, finendo in una spirale di disperazione e sete di vendetta.
Accade in No Other Choice - Non c'è altra scelta, dark comedy d'autore firmata Park Chan-Wook, selezionata dalla Corea per la corsa agli Oscar e in shortlist come Miglior film internazionale.
Ora nelle sale, è la storia di un padre di famiglia licenziato senza preavviso che perde tutto ciò che aveva costruito, dalla casa fino alla stima per se stesso. Gli restano la passione per il giardinaggio e la determinazione a farsi assumere in un nuovo posto di lavoro a ogni costo, anche sbarazzarsi dei suoi concorrenti.
La performance di Byung Hun è talmente convincente da essergli valsa la candidatura come miglior attore nella categoria Commedia o film musicale ai Golden Globes 2026, dov'è il vero outsider in gara. Per vincere dovrà battere George Clooney, Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke, Jesse Plemons e Timothée Chalamet.
Partiamo dalla sua "immunità" alla celebrità. Che cosa intende?
«Non voglio fare lo snob, tanto meno dire che mi sono abituato: intendo solo che ho sviluppato una forma di accettazione e consapevolezza, per cui ho un approccio più rilassato dei ragazzi che stanno iniziando la loro carriera».
Ha mai sentito, come accade nel film, di non avere altra scelta?
«Premetto che sono molto diverso dal mio personaggio, non potrei mai immaginare di arrivare a compiere atti così estremi, e non sono altrettanto pianificatore e meticoloso in quello che faccio. Ma sì, certo, mi è capitato mille volte, anche nello stesso giorno, di dirmi: "Non c'è altra scelta”».
Quando, ad esempio?
«Non essendo disperato, senza casa, senza lavoro e pieno di debiti come mi vedete nel film, mi capita di usare questa espressione più come una scusa per tirarmi fuori o abbandonare una situazione».
Non posso non chiederle di Squid Game. Che cosa pensa del suo clamoroso successo?
«Sono molto grato per l’inaspettato successo planetario che ha avuto la serie, ma sento anche grande amarezza, perché credo che il mondo intero oramai simpatizzi con la totale assenza di umanità. Spiace dirlo, ma non sono per nulla ottimista: temo che non ci siano speranze. C’è una mancanza di empatia che si diffonde in tutto il mondo, stiamo perdendo la nostra umanità».
Ai Golden Globes si troverà in mezzo a blasonati colleghi hollywoodiani: che effetto le fa?
«Mi fa piacere quando i miei colleghi hollywoodiani mi dicono di apprezzare il cinema coreano perché è imprevedibile e originale. Io sono cresciuto con il cinema occidentale, a 4 anni mio padre mi faceva vedere in tv quei film e mai mi sarei immaginato di ritrovarmi a interpretarli. L'esperienza più bella a Hollywood è stata girare I magnifici sette, ma mi sono divertito anche sul set di Red 2. Il mio rapporto con Hollywood è sempre stato quello di un incredulo sognatore, felice di lavorare con attori da ammirare e di riscontrare che il sistema produttivo coreano non è poi molto diverso da quello hollywoodiano, c'è giusto più flessibilità».
Chiudiamo con un consiglio: perché andare a vedere No Other Choice - Non c'è altra scelta?
«Perché è una commedia divertente, piena di ironia, ma tratta anche temi sociali rilevanti. Così, tra una risata e l'altra, c'è modo di riflettere, che male non fa mai».
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«Se la strage in spiaggia o il saccheggio alla Stampa sono definiti "resistenza"»: l'editoriale di Silvia Grilli
La resistenza è necessaria con ogni mezzo», «con Hamas fino alla vittoria», «ora e sempre resistenza». Sono slogan che sentiamo nelle piazze di tutto il mondo alle manifestazioni contro Israele.
Per chi li inneggia possono essere innocua teoria, opinioni a favore della Palestina o semplicemente parole urlate per non sentirsi esclusi dal gruppo, non una chiamata alle armi per massacrare i presunti oppressori. Ma c'è sempre chi prende la teoria alla lettera. Domenica 14 dicembre, quegli slogan sono stati scritti con il sangue degli ebrei.
Un padre e un figlio pachistani hanno sparato sulla folla che celebrava il primo giorno della festa religiosa ebraica dell’Hanukkah su una spiaggia famosa per le nuotate al tramonto. Quindici morti e decine di feriti sono rimasti sulla sabbia a Bondi Beach, uno dei posti più belli, pacifici e gioiosi dell’Australia. Il primo ministro Anthony Albanese ha dichiarato che non riesce a spiegarsi tutto questo male. Io credo sia molto spiegabile: per gli invasati che considerano Israele il male assoluto, massacrare gli ebrei è fare giustizia.
È la colpa dei giudei che spinge giovani ProPal a saccheggiare la redazione del quotidiano La Stampa (paradossalmente uno dei più favorevoli alla causa palestinese). Induce quel centinaio di manifestanti a scrivere e urlare slogan terroristi come “Stampa-Morta” o «giornalista sei il primo della lista», mentre una loro guru, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, riduce l'assalto a un «monito ai giornalisti».
Nella tradizione ebraica, Hanukkah è la festa della luce, della speranza. Colpire bambini, anziani e adulti che festeggiano la vita non è diverso da quando il 7 ottobre i terroristi di Hamas fecero strage al Nova Festival. Sparare sulla spiaggia in un momento storico in cui c'è qualche passo verso la pace è voler cancellare la speranza nel futuro.
Eppure, ho ancora fiducia che l’umanità possa superare l’odio. Domenica 14 dicembre, in Australia, questa speranza aveva i gesti di un uomo: Ahmed Al Ahmed, fruttivendolo immigrato siriano, che si è precipitato su uno dei terroristi e gli ha strappato il fucile. Aveva le gambe di Jackson Doolan, il bagnino veterano della spiaggia, ex star di Baywatch in Australia, che è corso a piedi nudi per un chilometro e mezzo portando il borsone dei medicinali. Aveva le braccia di tutti coloro che si sono adoperati per salvare le vittime, sollevandole sulle tavole di soccorso che di solito vengono usate per trasportare la gente a riva.
Gli orrori si ripetono, sembrano non volersi fermare. Ma se le persone corrono ad aiutare, se ci sono solidarietà e compassione, c’è ancora speranza nell’umanità.
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Grazia è in edicola con Maya Hawke
Maya Hawke è la protagonista di copertina Grazia in edicola e app. Si è fatta conoscere con la serie Stranger Things, arrivata all’ultima stagione. Ora l’attrice newyorkese figlia delle star Uma Thurman ed Ethan Hawke, girerà il nuovo capitolo di Hunger Games dove vuole portare l’energia di chi non ha paura di crescere.
Questa settimana intervistiamo alcune icone di Hollywood. Incontriamo Zoe Saldana, al cinema nel ruolo di Neytiri, la madre combattente di Avatar. Parliamo con Ariana Grande, in corsa ai Golden Globe con Wicked e le attrici premio Oscar Jodie Foster e Laura Dern.
Il 2025 ha cambiato noi e la Storia. Grazia lo ripercorre. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca alla guerra a Gaza. Dalle vittorie di Jannik Sinner all’elezione del primo Papa americano fino alla scomparsa di icone come Ornella Vanoni e Giorgio Armani.
Grazia ha scelto i personaggi da tenere d'occhio nel 2026: le sciatrici Sofia Goggia e Lindsey Vonn attese alle Olimpiadi invernali, María Corina Machado, premio Nobel per la Pace che potrebbe cambiare le sorti del Venezuela, Lady Gaga in arrivo in concerto in Europa e molti altri. Da Can Yaman a Jacob Elordi, da Timothée Chalamet a Jeremy Allen White, che cos’hanno in comune i nuovi sex symbol? Mettono d’accordo mamme e figlie. Grazia ve li racconta.
Abiti dorati, trasparenze, ricami e dettagli preziosi. Grazia ha scelto i capi che ti rendono protagonista delle notti di festa e delle serate più speciali. Ma anche lo stile più cool per il 2026.
E nelle pagine dedicate alla bellezza trovate tutti i segreti per brillare: dalle strategie effetto freddo per una pelle più tonica alla scelta del fondotinta e del correttore giusti per illuminarla.
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