Edoardo Leo:«Quando ho imparato a dire “ti voglio bene”»
Pochi giorni di pausa e torna alla Festa del cinema di Roma come protagonista di Se ami qualcuno, dillo, nelle sale dal 16 ottobre, con Giovanna Mezzogiorno e Claudia Gerini. È la storia di Sergio, un uomo incapace di mostrare affetto alle donne della sua vita e al figlio, che si risveglia dal coma “resettato”: non è più in grado neppure di andare a comprare il latte da solo, ma è pronto a esprimere tutto il suo amore. Una storia vera, quella del padre di Marco Bonini, che è il regista del film e l’autore del libro da cui è tratto.
«Conosco Marco da quando eravamo ragazzi, è il mio migliore amico», racconta Leo. «Suo padre è entrato in coma a 50 anni, mentre Marco e io avevamo 18 o 19 anni. Una storia dolorosa che è diventata una rinascita».
L’INCAPACITÀ DI ESPRIMERE EMOZIONI DIPENDEVA DELL’EDUCAZIONE RICEVUTA?
«Il film racconta molto bene la necessità di interrompere la catena che ci porta a replicare gli errori del passato, certi modelli sbagliati».
LEI CHE ESEMPIO HA AVUTO DA SUO PADRE?
«Sono fortunato, sono stato educato alla gentilezza. E, poi, come genitore (l’attore ha due figli, Francesco, 19 anni, e Anita, 15) a mia volta, ho fatto un percorso di consapevolezza anche attraverso i miei film, gli spettacoli teatrali, gli incontri. Un viaggio dentro me stesso per capire che cosa c’era di buono nel modello di padre con il quale sono cresciuto e gli aspetti dai quali dovevo distanziarmi».
LEI È IMPEGNATO PUBBLICAMENTE NELLA LOTTA CONTRO I FEMMINICIDI: CHE COSA NE PENSA DEL LEGAME TRA PATRIARCATO, INCAPACITÀ DI ESPRIMERE LE EMOZIONI E VIOLENZA?
«Credo che ognuno di noi debba fare la propria parte in questa battaglia. Io ci provo come cittadino e anche attraverso il mio lavoro. Quello che cerco di fare è avviare una discussione. Per questo sono andato nelle scuole, nelle università, a confrontarmi con gli studenti sulla violenza di genere».
HA SEMPRE SAPUTO DIRE: “TI AMO”?
«Ho imparato con il tempo, grazie all’esempio degli amici, dei miei figli. A volte, soprattutto con i propri genitori, si fa molta fatica, c’è una specie di vergogna. Io, per fortuna, questo pudore l’ho sbloccato in tempo. Appena si è cominciato a parlare del film, ho letto molti commenti di persone che dicevano: “Non sono riuscito a dire ti voglio bene a mio padre o a mia madre, vorrei tanto tornare indietro”. Viviamo in una gabbia emotiva, un po’ per timore un po’ per l’educazione che abbiamo ricevuto. Ma basta farlo una volta: se apri quella porta non si richiude più».
FOTO GIULIA BERTINI
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