Corona d'alloro alla laurea: la storia delsimbolo che nasce da un amore tragico
Alla proclamazione in un’aula universitaria italiana c’è sempre un dettaglio che spicca in tutte le foto: la corona d’alloro. È talmente iconica che spesso viene data per scontata, come se fosse “sempre” esistita.
In realtà quel cerchio di foglie verdi sulle teste dei laureati è l’ultimo capitolo di una storia lunghissima. Parte dai miti greci, passa per i trionfi di Roma, attraversa il Medioevo dei poeti incoronati e arriva al vostro album di laurea. E il motivo per cui si usa proprio l’alloro è tutt’altro che casuale.
Origini antiche: l’alloro di Apollo tra mito e trionfi
Tutto comincia con Apollo, dio greco della luce, delle arti e della conoscenza. Secondo il mito, raccontato già dagli autori antichi, il dio si innamora della ninfa Dafne, che per sfuggirgli chiede aiuto al padre e viene trasformata in albero di alloro. Apollo, disperato, giura che da quel momento porterà sul capo le sue foglie e che la pianta lo accompagnerà per sempre.
Da qui l’alloro diventa la pianta sacra del dio e assume un valore preciso: gloria, protezione divina, talento nelle arti. Nei santuari dedicati ad Apollo, come quello di Delfi, i sacerdoti lo usavano nei rituali e gli atleti vincitori dei Giochi Pitici ricevevano corone intrecciate con i suoi rami.
Quando la tradizione passa a Roma, l’alloro cambia contesto ma non significato. I generali vittoriosi, durante il trionfo, sfilavano con la corona trionfale in alloro sul capo. Anche gli imperatori, nelle raffigurazioni ufficiali, appaiono spesso incoronati di foglie lucide: era il segno visibile della vittoria e dell’onore massimo concesso dalla città.
C’è un dettaglio che rende l’alloro ancora più potente come simbolo: è una pianta sempreverde. Non perde le foglie in inverno, resta intensa e brillante tutto l’anno. Per gli antichi questo era il segno di una gloria che non appassisce, di una memoria destinata a durare.
Da poeta “laureato” a studente laureato
Finita l’età dei trionfi militari, l’alloro non sparisce. Semplicemente cambia testa. Nel Medioevo e nel Rinascimento inizia a comparire sulle fronti dei grandi poeti e degli studiosi. Pensate ai ritratti di Dante o di Petrarca: la corona che vedete non è un accessorio decorativo, è un vero titolo.
La cerimonia più famosa è quella di Petrarca in Campidoglio, a Roma, nel 1341. Il poeta viene pubblicamente incoronato con una corona d’alloro come riconoscimento ufficiale del suo genio. Da allora prende piede l’espressione “poeta laureato”: chi riceve l’alloro è consacrato come eccellenza nella cultura.
Qui entra in gioco anche la lingua. Secondo l’Enciclopedia Treccani, il termine laurea deriva dal latino *laurea*, cioè “corona d’alloro”, femminile di *laureus* (“cinto d’alloro”), a sua volta da *laurus*, l’alloro stesso. “Laureatus” era letteralmente chi portava l’alloro sul capo. In pratica prima nasce la corona, poi la parola, e solo dopo il titolo accademico che usiamo oggi.
Con lo sviluppo delle prime università europee, soprattutto in Italia, l’idea di “incoronare” simbolicamente chi raggiunge il livello più alto di studi trova terreno fertile. Il percorso di formazione diventa una nuova forma di trionfo: non più sul campo di battaglia, ma sul campo del sapere.
Perché oggi alla laurea si mette ancora la corona d’alloro (soprattutto in Italia)
Arriviamo così al momento della proclamazione. Perché, tra tutti i simboli possibili, in Italia continuiamo a scegliere l’alloro per i laureati? Oggi quella corona tiene insieme almeno quattro significati.
È innanzitutto un simbolo di vittoria personale: come l’atleta greco o il generale romano, anche chi si laurea ha “vinto” una sfida lunga anni, fatta di esami, notti in bianco, rinunce. Poi parla di sapienza: richiama Apollo e i poeti laureati, cioè il legame tra la pianta e le arti, la cultura, l’intelligenza.
C’è anche la dimensione del merito riconosciuto pubblicamente. La corona si mette in un momento preciso, davanti ai docenti, alla famiglia, agli amici, ed è sospesa tra rito ufficiale e festa privata. Per molti genitori posarla sulla testa dei figli è quasi un passaggio di consegne.
Il carattere sempreverde dell’alloro oggi viene letto come augurio: che quello che avete imparato resti con voi, che apra altre strade, che la vostra “gloria” non sia solo una giornata di foto e brindisi. Non a caso molti conservano la corona anche quando è secca, come souvenir fisico di un traguardo.
C’è poi un elemento tutto italiano. In molti Paesi il simbolo della laurea è soprattutto la toga con il tocco quadrato. In Italia, invece, la corona d’alloro è diventata il segno distintivo, mentre toga e tocco restano quasi marginali. Secondo diverse ricostruzioni storiche, l’abitudine di regalare la corona si consolida nel corso del Novecento, fino a diventare parte quasi inevitabile del rituale.
E le piccole regole non scritte? Di solito sono i familiari o gli amici più stretti a far preparare la corona e a mettervela in testa, subito dopo la proclamazione o all’uscita dall’aula. Il nastro rosso è il più tradizionale, ma sempre più spesso si scelgono colori legati alla facoltà o allo stile personale.
Dopo la festa quasi nessuno la butta via: la si appende in camera, si lascia seccare sulla libreria, qualcuno la chiude in una scatola insieme alla tesi. Perché alla fine, dentro quelle foglie di alloro, resta incisa un’intera stagione della vostra vita.
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