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Lavinia Biagiotti: «Mamma, ho mantenuto la mia promessa»

Lo avevano pensato e progettato insieme. Ma la stilista Laura Biagiotti non ha mai visto ultimato il negozio nel cuore di Roma, inaugurato pochi giorni fa. E a Grazia sua figlia Lavinia spiega che cosa significhi questo traguardo: «Un nuovo inizio dell’avventura nella moda che mia madre mi ha fatto vivere fin da bambina»

Siamo entrate qui dentro tenendoci per mano, c’erano ancora i calcinacci e mia madre ha esclamato: «Questo è il nostro posto». È stata l’ultima scelta che ha fatto con me: qualche settimana dopo, il 26 maggio scorso, sarebbe scomparsa», racconta Lavinia Biagiotti Cigna, 38 anni, figlia della stilista Laura e attuale presidente di Biagiotti Group.

Lavinia parla, con evidente commozione, nel nuovo flagship store della maison appena inaugurato nella centralissima via Belsiana, a Roma, alla presenza di celeb come gli attori Ron Moss, Nancy Brilli, Serena Rossi, Davide Devenuto, Tosca D’Aquino.

Ci sono anche il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, la conduttrice Antonella Clerici, l’ex nuotatore Massimiliano Rosolino. «È il mio nuovo inizio», sorride Lavinia nell’elegante spazio a tre piani, sui toni del bianco e del rosso, in cui tutto parla di Laura, dalle tende di impalpabile cashmere all’ultima collezione ispirata al viaggio.

Qual è il sentimento che l’ha convinta di potercela fare da sola?
«L’amore per il lavoro che vince il dolore. Ho davanti l’esempio di mia madre, una donna coraggiosa, mossa dalla curiosità e dal senso dell’avventura. È stata la prima stilista italiana a sfilare in Cina, nel 1988, e una delle prime donne nominate Cavaliere del lavoro. Una pioniera in tutto, affrontava qualunque sfida con il sorriso».

La prima immagine che le viene in mente quando pensa a lei?
«Rivedo le sue mani intente a scrivere, a disegnare, creare qualcosa di nuovo. Alle sfilate erano sempre intrecciate alle mie: ci davamo coraggio come due campioni sportivi. In fondo la moda è uno sport estremo».

Che cosa pensa di aver ereditato da sua madre?
«La curiosità, innanzitutto. La capacità di dare valore alle piccole cose, il senso del dovere, il rispetto per gli altri. Tra una madre e una figlia il rapporto è sempre forte, ma il nostro è stato simbiotico. Abbiamo condiviso lavoro, viaggi, vacanze. Ci siamo scambiate commenti e foto attraverso lo smartphone. Fino all’ultimo».

Avete mai avuto contrasti?
«Abbiamo discusso tanto, ma senza mai arrivare alla frattura. Lei posata, io esuberante: eravamo diverse ma abbiamo fatto squadra. Fin da quando avevo 5 anni, mia madre mi ha chiesto il parere su tutto: una collezione, il menu di una cena, una mostra d’arte. Mi ha fatto sentire importante, un pensiero che mi conforta tuttora».

C’è un oggetto, a parte le creazioni, che rappresenta di più il mondo di Laura?
«Le sue agende piene di appuntamenti, schizzi, foto. Le ho tutte, a partire dagli Anni 70: un patrimonio che testimonia la sua vita operosa ricca di eventi e il suo gusto per la scrittura. C’è anche l’agenda 2018, dedicata a me. Si apre con un grande cuore e il soprannome che la mamma mi aveva dato: Super Mimì».

In che cosa pensa che il vostro marchio si distingua dagli altri?
«Nel gusto del bello e nel senso di eternità contrapposto alla moda mordi-e-fuggi. La parola che meglio sintetizza la filosofia di mia madre è “forever”, per sempre. Noi facciamo abiti destinati a durare nel tempo. E per questo abbiamo inaugurato il restauro del guardaroba: le nostre clienti possono riadattare i loro capi alle nuove tendenze. Da lei ho imparato che i vestiti hanno un’anima».

Mi spiega meglio questo concetto?
«Da piccola gettavo i miei indumenti sulla sedia e mia madre insorgeva: “Non vedi che stanno soffrendo? Appendi quella giacca, piega i pantaloni”. Questo atteggiamento rivela il rispetto per chi ha confezionato l’abito e per chi lo compra».

Essere romane e creare moda a Roma vi ha fatto sentire in competizione con Milano?
«Per carità, mia madre ha sempre adorato Milano che ci ha dato tanto successo, infatti sponsorizziamo il Piccolo Teatro. Ma ha scelto di vivere e lavorare a Roma in omaggio alle nostre radici che ci differenziano dagli altri marchi».

C’è qualcosa del vostro ambiente che fatica ad accettare?
«Il termine “fashion victim”, che anche mia madre detestava. Non si può essere “vittime della moda”, che è sempre un’alleata delle donne. Le accompagna, le fa sentire più sicure. È questa certezza a darmi la forza di andare avanti».

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