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Aung San Suu Kyi: «La libertà passa anche attraverso YouTube»

David Allegri

Dopo la fine degli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi è rinata. E ha “scoperto” internet. Non può uscire dalla Birmania, non potrà vedere il film che Luc Besson ha girato sulla sua storia. “Ma posso parlare, mentre i miei connazionali sono ancora muti”

Dopo la fine degli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi è rinata. E ha “scoperto” internet. Non può uscire dalla Birmania, non potrà vedere il film che Luc Besson ha girato sulla sua storia. “Ma posso parlare, mentre i miei connazionali sono ancora muti”

«Mi piacerebbe tanto tornare in Italia, rivedere il Foro romano. Ricordo una passeggiata con mio marito al tramonto fra i templi, fino al Colosseo, e quel piatto di spaghetti che mangiammo vicino a Piazza Navona. E l’incanto di Piazza della Signoria e le gallerie d’arte a Firenze, la laguna di Venezia. Chissà se un giorno potrò rivedere quei luoghi così ricchi di storia. Ci venni in viaggio quando ero studente a Oxford, con mio marito Michael».

Vorrei chiederle subito del film The Lady, ispirato alla sua vita, presentato in anteprima al Festival di Toronto con la regia di Luc Besson e scelto per aprire la sesta edizione del Festival del cinema di Roma, il prossimo 27 ottobre.

Ma Aung San Suu Kyi, 66 anni, Nobel per la pace nel 1991, appena sente al telefono che sono italiano, si lascia prendere da una vena di nostalgia. La “Signora”, come è stata soprannominata, è il simbolo della lotta per riportare la democrazia in Birmania (vinse le elezioni politiche, ma è stata relegata agli arresti domiciliari per 15 anni, senza poter lasciare il Paese, nemmeno per partecipare al funerale del marito).

Magari non dovrà attendere così a lungo. In agosto le hanno consentito di lasciare Rangoon e di tenere alcuni comizi nelle città di Bago e Thanatpi.

«È molto importante per me riprendere contatto con la mia gente anche fuori dalla capitale, poter guardare in faccia dal vivo il mio popolo, parlare loro dei valori e dei diritti che abbiamo e che vanno rispettati. Credo, però, che lasciare la Birmania al momento sia un’ipotesi impossibile da realizzare. E poi non me la sentirei di partire: c’è sempre il rischio che non mi facciano più rientrare, e allora questi 20 anni di lotta e resistenza sarebbero stati vani. Certo, se mi lasciassero andare in Inghilterra per vedere le mie nipotine anche un solo giorno…».

Il 13 novembre del 2010 è stata liberata dagli arresti domiciliari. Come è cambiata la sua vita in quest’ultimo anno?
«È ricominciata! Prima trascorrevo il tempo chiusa nella mia residenza, in University avenue road, dove potevo solo parlare con la domestica, anche se io partecipavo attivamente alle faccende di casa, o incontrare l’avvocato una volta a settimana. Suonavo il pianoforte, passeggiavo in giardino fino alla riva del lago, raccoglievo fiori, leggevo quei libri che mi era consentito ricevere. Adesso per quelle cose non ho più tempo…».

Non mi dica che rimpiange quelle lunghe, interminabili giornate…
«No! Ho scoperto la nuova dimensione di internauta. Appena uscita dal portone di casa, mi sono accorta di quegli strani oggetti che squillavano in mano alle persone: non avevo mai visto un telefonino. Figurarsi le email: si sono aperte le porte di una realtà per me completamente nuova. Ora posso parlare al mondo intero attraverso YouTube e ho un sito (www.nldburma.org, ndr) con cui il mio partito tiene aggiornati i nostri sostenitori su quello che facciamo».

Peccato che in Birmania il numero di internauti sia molto basso.
«Lo so, la popolazione non ha la possibilità economica di acquistare un computer, la rete wi-fi non esiste e comunque il controllo operato dal regime al potere è ferreo. Però io confido nel futuro e cerco di stare il più possibile tra la gente comune, per esempio visitando i mercati tutte le volte che posso. Sono andata persino a una mostra di dipinti sul fiume Irrawaddy».

È l’unico modo per far credere alla gente che lei è veramente libera e per farsi conoscere dai giovani che non sapevano nemmeno della sua esistenza?
«La Lega nazionale per la democrazia era stata cancellata non solo dalle liste elettorali, ma dall’intera vita della Birmania e dai libri di scuola. Io ero un fantasma per i 30enni, figuriamoci per i più giovani. Parole come libertà, democrazia e votazioni aperte a più schieramenti politici per loro sono un tabù. Tuttavia sostenere che, dopo le elezioni del novembre scorso, ci sia stata una svolta concreta verso uno stato di diritto, è prematuro».

È riuscita a colmare il gap di un decennio in cui non ha potuto informarsi su quel che accadeva nel mondo? Immagino che, attraverso internet, abbia visto come è cambiata la realtà…
«Cerco di aggiornarmi quando non cade la linea o la connessione non è disturbata, cosa che avviene purtroppo molto frequentemente. I ritmi sono frenetici, l’economia è diventata più importante della politica, ma vedo anche molte donne che  in Europa sono ai vertici dei governi e nelle istituzioni internazionali. Anche in Sud­america c’è più attenzione verso i diritti umani. Peccato per i vostri giovani».

Perché?
«In Europa andrebbero maggiormente aiutati, dovreste investire sullo sviluppo e sul futuro delle generazioni che ora soffrono di più la crisi».

Parliamo del film “The Lady” che ha girato Luc Besson: un racconto ispirato alla sua vita, molto rispettoso dei fatti, almeno stando alle dichiarazioni del regista.
«Nei giorni successivi alla mia liberazione dagli arresti domiciliari, è venuta a trovarmi a casa l’attrice Michelle Yeoh, che interpreta me nel film. Abbiamo trascorso qualche ora insieme e le ho raccontato alcune vicende della mia vita. L’ho trovata molto bella, curiosa, intelligente. Io ero un po’ frastornata dagli eventi che si erano concentrati in un lasso di tempo tanto breve. Mio figlio Kim, che non vedevo da dieci anni, era con me. Insomma, in quell’occasione non ero concentratissima sulla storia del film».

La trasposizione cinematografica della sua vita le fa piacere o la turba?
«Mi fa piacere che la mia storia sia raccontata attraverso questa forma d’arte così espressiva e capace di raggiungere milioni di persone nel mondo. Spero che possa ispirare i giovani e quegli uomini e donne che, come me, credono nei valori della libertà e nel rispetto dei diritti umani. Però, sono anche un po’ imbarazzata: non sono una persona che ama molto apparire e l’intimità delle vicende personali che hanno toccato e segnato profondamente la mia vita e quella dei miei familiari è un argomento molto delicato. L’attrice, durante quell’incontro, mi ha rassicurato su questo aspetto, quindi mi fido».

Sarà curiosa di vedere il film, immagino.
«Non potrò farlo, quel film qui non arriverà mai. La stessa attrice ha tentato di ritornare in Birmania nel giugno scorso, ma le autorità l’hanno respinta alla frontiera e inserito il suo nome nella lista nera delle persone indesiderate. Quindi temo che il mio resterà un desiderio inappagato, come tanti altri che ho. Mi accontenterò di quello che mi diranno i miei figli».

Nelle immagini tratte dal set del film, Michelle Yeoh (ex Bond girl al fianco di Pierce Brosnan in “007, Il domani non muore mai”, ndr) veste abiti colorati e raffinati, intreccia fiori profumati nei capelli, cura molto l’aspetto fisico. Le assomiglia parecchio…
«Lei è più alta e giovane di me. E anche molto più bella. Come ho ripetuto molte volte, io “non curo il look” – si dice così, vero? – in maniera maniacale prima delle apparizioni in pubblico. Mi piacciono i colori, questo è vero, del resto la Birmania è un Paese solare, pieno di piante e giardini. I fiori, invece, li metto tra i capelli come segno di riconoscenza verso le persone che mi vogliono bene e hanno l’abitudine di donarmi gelsomini e orchidee. E poi anche perché mi piace il loro profumo».

Sembra molto più giovane dei suoi 65 anni.
«Si vede che lei è italiano, voi siete sempre pieni di complimenti. Da ragazza, nei college inglesi, vi chiamavamo “latin lover”».

Quando era studente fu corteggiata da un italiano?
«Mi sta facendo ridere (in effetti attraverso il telefono si sente la sua risata, ndr). Lo sa che non me lo ricordo quasi più? Però, può darsi. Mi piace la galanteria che avete, nessuno come voi sa conquistare e far stare bene una donna».

E lei come sta, signora Aung?
«Fisicamente sto bene, mi sento ringiovanita dopo la fine degli arresti domiciliari. Mi ero tenuta in forma con la meditazione buddista e la dieta a base di riso e vegetali bolliti. Però starò decisamente meglio quando il popolo birmano sarà meno oppresso e i tanti oppositori del regime lasceranno le carceri e ritroveranno la libertà. Lo dico sempre ai rappresentanti dei Paesi stranieri che vengono a trovarmi a Rangoon: io per adesso posso parlare e muovermi liberamente nella capitale, ma i miei connazionali purtroppo sono ancora muti».

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