L'indiscreto fascino della borghesia. Molto indiscreto e percorso da fremiti di erotismo. La collezione di Riccardo Tisci per Givenchy è così bene orchestrata, così sapientemente sospesa fra la citazione novecentesca e le urgenze di oggi da inaugurare una nuova poetica. Il guardaroba della pruderie perbenista viene smontato e ricostruito, pezzo per pezzo. C'è l'abitino accollato che s'illanguidisce in un velo di chiffon, reso conturbante dai motivi stampati; c'è la camica con jabod, dilungato in una sorta di cravatta d'avanguardia; c'è la gonna plissé in pelle, fermata alla vita da una sorta di martingala cromaticamente a contrasto. Queste strisce di colore, come nastri di scotch applicato con gesto rabbioso e irriverente, sono semmai l'unica traccia di uno sportivo rivisitato sempre caro al designer. Eppure niente supera in fascino i cappotti, fioriti di chiazze animalier, dai revers in visone. A renderli conturbanti un gioco di tarsia materica, la stessa che abbina un corpetto di paillettes- quasi una corazza di squame- alle maniche bombate di pelliccia. Bon-ton e sfacciataggine, rigore e voluttuosa morbidezza rendono incadescente uno dei più autentici ritratti della donna attuale.

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