Una vampiressa a spasso per i boulevard parigini, esangue nel viso e con gli occhi cerchiati. Siamo inevitabilmente da Gareth Pugh , che di rinunciare alle sue manie goticheggianti proprio non vuol saperne. Giù dunque di gonnellone a pavimento, poco importa se nel candore accecante del bianco prima di sprofondare nell'interminabile notte di blu e nero plumbeo: l'effetto è sempre e comunque da sposa dei morti viventi. Niente pizzi e frizzi però, perché il disegno è rigido e ispirato piuttosto a ieratica maestà. Complici i colli monumentali, i soprabiti vittoriani scoscesi sui fianchi, i calcolati drappeggi scultorei, le braccia inguainate nella pelle. Poco decorativismo, relegato a ricami di rami tentacolari in oro e pallido argento. Fino al virtuosismo finale, che promuove le inattese potenzialità del sacchetto per la spazzatura. Per abiti dagli orli a brandelli e completi arruffati che forse neppure Cher, seduta lì in prima fila, si sognerebbe mai d'indossare.

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