Dal sublime al prosaico, e ritorno. Dries Van Noten veste la bellezza di opulenza e di stracci, con una pletora di nobildonne che giocano a fare le paesanotte e si travestono della loro compiaciuta decadenza. È questo l'effetto che conseguono le esili vestaglie di tela e le volute di umile cotone, rose di tessuto che si avvolgono come in un drammatico flamenco, con improvvisi rigurgiti barocchi. L'oro insidia l'ostentazione della miseria, con i fregi da soffitto aristocratico che ingabbiano la silhouette, baschine e chiodi in pelle metallizzata a contrasto sotto il cappotto stropicciato, e una meticolosa lavorazione a foglia che segna i fianchi con una cresta di ruches. La crudezza si sposa al senso del dramma, con pizzi immacolati e merletti da sposa sotto un velo di tulle accanto alla citazione degli arazzi nei motivi bruni e terrosi. Gli strati di arricciature ci trasportano nella corte spagnola di Goya e di Velazquez, così come le fioriture brillanti su fondo nero. Nature morte stampate sulla seta e sull'organza volatile, che precedono di nuovo la visione di un lusso martoriato. Sotto un golf grigio che più dimesso e scontato non si può, ecco aggrapparsi una gonna dalle gigantesce corolle di lamé. Risultato: gotico ed esuberante, ossessivo e magnifico.

© Riproduzione riservata