Una veduta di cartolina, con un tempio greco attorniato da ciliegi in fiore. L'invito lasciavo presagire l'ennesimo riferimento alla natìa Sicilia, un tema che a Domenica Dolce e Stefano Gabbana sembra tanto inesauribile quanto ricco di spunti. Questa volta il consueto quadretto siciliota si lascia però permeare da citazioni all'antichità classica. Ecco allora che gli abiti, le gonne a trapezio, i coat estivi di taglio impeccabile riproducono grafiche di colonne ioniche e monete con profili presi a prestito dalla grecità; le stesse zeppe su cui oscillano le modelle paiono rievocare i calzari degli attori di un teatro greco-romano. Ma non c'è puntigliosità d'archeologo nell'esecuzione dei modelli, solo la tipica esuberanza nelle stampe e nelle applicazioni. Un marchio di fabbrica che di stagione in stagione si riconferma come proposta coerente di immaginario e di stile. Tant'è vero che l'uso dell'oro barocco e del pizzo più peccaminoso non muta di una virgola. Vi si aggiungono tralci e corolle di fioriture primaverili, petali di mandorlo che spiccano sulla seta come glassata da una pellicola lucida, e pois che rincarano la dose di una femminilità procace ma pronta alle dolcezze. Piuttosto eccentrico rispetto all'insieme solo il peluche d'alpaca, per bluse e completi dal vistoso impatto cromatico.

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