Mosaico sartoriale. Nel binomio che intitola la collezione Domenico Dolce e Stefano Gabbana vanno oltre il puro dato ispiratore. Come il duomo di Monreale richiese manovalanze da Costantinopoli e Venezia per ritrarre l'immagine regale di Guglielmo II, così la moda all'italiana è una trama di innumerevoli tessere. Assemblate con pazienza e maestria uniche al mondo. La passerella è dunque, in primis, una dichiarazione d'amore all'artigianalità. Sulla lana e l'organza di seta si disegnano figure ieratiche di angeli bizantini, i broccati siciliani fioriscono di gemme. L'astuzia, però, è quella di alleggerire l'opulenza delle stampe musive con una silhouette di grande concisione: il tailleur prevede giacche rigide e a peplo, con inserto di semplice blusa; il cappotto è fermo e rigoroso; gli abiti traforati a pizzo, che esplodono in una fiammata di rosso ecclesiastico sul finale, si semplificano in una serie di sottovesti elegantissime. Senza tralasciare, poi, l'uso intermittente di virili tweed e spinati inglesi, quasi rustici rispetto agli accessori che li completano. Corpetti e fasce che ingabbiano il busto come monili, intagliati nell'oro dei calici d'altare; effigi di Sant'Agata in filigrana sul borse squadrate; orecchini a grappoli di pietre dure, tiare imperiali, rosari e croci cardinalizie in madreperla. Per la consueta e stupefacente liturgia di sacro e profano. Così sia.

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