Karl Lagerfeld e il suo immutabile senso della grandeur. È pressoché scontato attendersi il massimo dispiegamento di mezzi nella costruzione scenografica della couture di Chanel , un evento nell'evento. E le migliori aspettative, anche questa volta, non sono state disattese. Un mastodontico relitto di teatro è sorto per magia nella sede di sfilata del Grand Palais. I sedili in legno sono rosi dal tempo e cigolanti, per non lasciare davvero nulla al caso. Diva ex machina, un'emozionata Riannah intona in chemisier diafano le note che aprono lo spettacolo. Le cortine della scena si schiudono e palesano un fondale urbano di identificazione fantasiosa, da qualche parte verso le conurbazioni recenti dei paradisi artificiali di Dubai. Le modelle sono il consueto omaggio alle glorie della maison, ma con lo scarto in più di finiture preziose ed elaboratissime di nuova invenzione. Il trittico prevede il giacchino in bouclé d'ordinanza e minigonna bilanciata dai cuissard in camoscio. Ma sul tema dato le variazioni procedono nel senso del virtuosismo materico: concrezioni di lustrini e glitter, effetti tridimensionali e trasparenze, lamé che s'incrocia con la flanella e tessere come di mosaico madreperlaceo. A sera la gonna si dilunga e si gonfia, altrimenti si scioglie in tunica lieve- ma sempre cesellata d'opulenza. L'eterno ritorno sempre uguale, sempre diverso.

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