Se Phoebe Philo negli anni si è guadagnata un numero crescente di estimatori, è per merito di un disegno che nella pulizia e nella semplicità raffinata dei dettagli parlava dritto al cuore. Una maniera cristallina e franca, irrinunciabile per chi cercasse un saggio di eleganza contemporanea al di là delle mode passeggere; un riferimento per tutta una serie di designer epigoni che, volenti o nolenti, si sono ritrovati a emularne e affettarne lo stile. Oggi quel minimalismo schietto si è sforzato di evolversi in qualcosa di nuovo. La premessa è di quelle che ispirano reverenza e sensazione negli addetti ai lavori, trattandosi dell'opera di un artista. Quella di Brassaï, pseudonimo del fotografo ungherese Gyula Halasz che negli anni '30 attirò l'attenzione per una serie di scatti ai graffiti parigini e a cui Phoebe si rivolge per mutuarne temi e motivi grafici. Ne deriva alla collezione il senso di un tribalismo tradotto e aggiornato, che però funziona a intermittenza. Magnifici i cappotti, con revers scultorei e cintura in cuoio a stringerli alla vita oppure traforati da occhielli in metallo, e le gonne accese nel movimento da un eccitante plissé asimmetrico. Non altrettanto si può dire di quelle in rete e e di certi drappeggi a casaccio sui fianchi e sulle spalle, che riescono ottusi piuttosto che interessanti. I colori impulsivi e selvaggi dei murales hanno ovviamente un peso notevole nell'insieme, in rima con borse frangiute e slip-on couture per suggerire la nozione di uno streetwear d'alto bordo. L'energia e le idee stimolanti non mancano, ma talvolta sfuggono di mano. Dando una pericolosa impressione di superfluo.

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