ZUCCHERO: «MA QUANTO CHIEDONO LE DONNE?»
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In amore, nella vita... e (ovviamente) anche in un’intervista di gruppo. Le domande non finiscono mai. Tanto più se l’occasione è incontrare Zucchero, nel suo camerino, poco prima che il concerto cominci.
Nel camerino di Zucchero c’è un letto circondato da tende e ricoperto di cuscini. Dominano i colori caldi, che s’intonano con il tappeto etnico e le lampade in ottone. Da un lato, c’è il guardaroba con una pila di cappelli stravaganti: solo un piccolo assaggio della collezione che ha accumulato nella sua casa-fattoria a Pontremoli in Lunigiana.
E poi ci siamo anche noi, la redazione di «Grazia», che si è mobilitata per una “trasferta pop” al Mediolanum Forum di Assago. Dopo la nostra intervista collettiva, infatti, il re del blues si esibirà per il pubblico di Milano. I rumori del palco arrivano da dietro la parete. Stanno provando gli strumenti: una chitarra, poi subito la batteria. L’adrenalina sale...
Allora è così che si sentono le star immediatamente prima di un concerto. Ecco le note di Chocabeck, la canzone che dà il titolo al suo ultimo album (etichetta: Universal Music) e al tour. E poi esplodono i sound (è impossibile non riconoscerli) di Diavolo in me, Diamante, Senza una donna e altri capolavori che hanno reso il 56enne Adelmo Fornaciari famoso nel mondo.
Che l’hanno fatto duettare con Miles Davis, Sting, i Queen, Eric Clapton, Luciano Pavarotti, B.B. King, tanto per citarne alcuni. Quando ci ricapita un’intervista con una colonna sonora così? La nostra prima domanda, però, non riguarda la musica. Partiamo da un libro: Il suono della domenica (Mondadori), l’autobiografia che Zucchero ha appena pubblicato.
Non l’epopea di un cantante che ce l’ha fatta, ma la coraggiosa sincerità di un uomo che racconta la sua storia. Lati oscuri compresi. «Ancora oggi non ho mai la sensazione di sentirmi a casa da nessuna parte», dice. «E questo deriva dallo sradicamento che ho subito da bambino, quando i miei genitori si sono trasferiti da Roncocesi, in Emilia, a Forte dei Marmi.
È stato doloroso separarmi da una parte della mia famiglia: nonna Diamante, nonno “Canèla”, zio “Guerrino”... In questo libro volevo parlare soprattutto del primo periodo della mia vita, quello che precede il “massacro” del successo».
Il primo capitolo è travolgente: siamo nel 1987 e lei soffre terribilmente per amore.
«Ero in piena depressione, solo nel 1993 ho iniziato a riprendermi. È stato il periodo più brutto che ho vissuto, soprattutto a causa della separazione dalla mia ex moglie Angela. Per tanto tempo ci siamo tirati i coltelli (nel senso letterale...), ma la nostra era una grande passione. Dopo che ci siamo lasciati, non m’interessava più nulla. Nemmeno le nostre figlie, Irene e Alice, quando le andavo a prendere il weekend, riuscivano a darmi consolazione. A un certo punto mi sono trasferito in una baracca: stavo facendo ristrutturare la casa e non volevo andare in hotel. Almeno conservavo la libertà: c’era un via- vai di bagasce...».Non sia cinico, lei crede nei sentimenti.
«È vero, ho mantenuto una parte di purezza. A volte sono scorretto, ma sempre genuino: a me piace “spiacere”. Capita che usi la provocazione per testare il senso d’ironia di chi mi sta davanti. A maggior ragione se si tratta di una compagnia femminile. Per esempio, durante una delle mie cene goliardiche, con scambio di battutacce tra amici, c’era una ragazza che faceva la schizzinosa. Mi sono tirato giù i pantaloni per vedere la sua reazione... Non è più tornata».Visto che siamo in tema “goliardia”, ci spiega che cosa vuol dire quando nel libro scrive, leggiamo letteralmente: “La figa fa sempre delle domande”?
«Una donna vuole sempre qualcosa in cambio. Anche quando c’è di mezzo l’amore. Io ho sempre pagato».Però lei è un romantico, ha molto amato e molto sofferto per amore. Alla fine lei e Angela siete diventati almeno amici?
«Questa è una parola grossa. Forse lei è convinta che abbia tante persone che si occupano di me, dall’autista alla governante, e che non abbia bisogno di lei. Ma non è così. E poi, Angela è un caterpillar. Però negli ultimi anni mi ha confessato due cose che mi hanno colpito».Quali?
«Quando la mia attuale compagna Francesca è rimasta incinta di Blue, non sapevo come dirglielo. Le ho telefonato. Sapete quali sono state le sue prime parole? “Io amo già questo bambino. Perché è figlio tuo”. Non potevo crederci: stavo parlando con la stessa donna che mi aveva sempre dato dell’insensibile testa di cazzo?».E la seconda volta che la sua ex l’ha sorpreso?
«Tempo fa le ho fatto un discorso serio: “Angela, ormai sono passati tanti anni dal divorzio, non è arrivato il momento anche per te di rifarti una vita e di trovare un uomo da amare?”. E lei mi ha risposto: “Non ne ho bisogno, la persona che volevo l’ho già avuta”. Stupidamente ho chiesto: di chi stai parlando? (Scoppia una risata generale e anche Zucchero si lascia andare, poi torna serio, ndr). Non c’è da ridere. È sempre stato un rapporto difficile... Una volta l’ho convinta a seguirmi a Sanremo ed è successo un mezzo disastro».Cioè?
«Ero arrivato in finale e la casa discografica aveva organizzato una cena. Dopo pochi minuti, Angela inizia: “Questo ambiente mi fa schifo! Sono tutti dei cretini! Guarda quello che viscido!”. Insomma, dopo il primo piatto, ho dovuto inventare una scusa per andare via».Lei ha dedicato molto spazio nel libro ad Angela, la sua attuale compagna Francesca non è gelosa?
«Si tratta di due amori diversi. Di Angela mi sono innamorato quando ero ragazzo. Con Francesca è tutta un’altra storia. Lei è una donna indipendente: conosce tre lingue, ha studiato management a Ginevra, ha lavorato per due anni a New York. Ormai è tanto tempo che stiamo insieme: era la mia assistente, poi una sera a Boston mi ha messo a letto, mi ha tolto gli stivali... ed è nato Blue. Quando era neonato, Francesca me lo portava in giro per il mondo: come avrei potuto reggere dei tour lunghi un anno da solo?».Chissà perché non crediamo molto alla sua solitudine: o vuole convincerci che non è stato un playboy?
«In realtà io sono un timido. Nella seduzione sono una schiappa. Vado direttamente al dunque, ma mi rendo conto che non è il modo migliore per conquistare una donna. Ho visto ragazze stupende che mi hanno snobbato per andare con dei “catamarani” di uomini. Perché loro le hanno convinte corteggiandole allo sfinimento!».Nei panni del papà, invece, come si trova?
«Blue, che ha 13 anni, è la mia salvezza. Perché Irene e Alice sono indipendenti: una fa la cantante, l’altra disegna moda per la sua boutique. Con me è rimasto solo il maschietto, che è dolcissimo. Come lo ero io da piccolo».Torniamo al periodo della depressione, quando è nata la collaborazione musicale con Pavarotti...
«Era il 1992 e l’unica cosa che mi dava sollievo era ascoltare le romanze di Puccini. E leggere Bukowski, un autore che stava peggio di me: mal comune, mezzo gaudio. Così mi è venuta fuori Miserere, una canzone tra gospel e lirica. Quando sono venuti quelli della casa discografica per sentire i brani del nuovo disco, l’ho tenuta nascosta. Per fortuna, loro sanno come sono fatto e frugando nel mio studio l’hanno trovata. Quasi svenivano di fronte alla mia ostinazione di non cantarla, allora mi sono impuntato: “La mettiamo nell’album solo se c’è Pavarotti”. Sono andati a Philadelphia dove il tenore era in tournée. Lui ha apprezzato la musica, ma considerava il duetto con me qualcosa di troppo nuovo, spiazzante: la risposta fu no».Ma lei non si è arreso...
«Una mattina di febbraio telefono a casa sua e lui m’invita a pranzo. Ero stato fortunato, sua figlia è una mia fan... Abbiamo parlato di pasta all’uovo e di cavalli, finché non ho tirato di nuovo fuori l’idea del duetto. Pavarotti era gentile, ma irremovibile: quando mai si era visto un cantante lirico che mischia i generi musicali? Allora improvviso: “Senza di te, questa canzone non ha senso di esistere”. E, platealmente, mi alzo, prendo la cassetta con la musica incisa e la butto nel camino».Scena drammatica, ha funzionato?
«“Sei pazzo, come farai a ricordarla, adesso?”, urla Pavarotti, rosso per lo sconcerto, non immaginando che avevo altre sei copie nel mio studio. “E anche se volessi cantarla non ho una data libera fino al 19 agosto”, aggiunge. Ho colto la palla al balzo: bene, gli dico, quel giorno veniamo qui nel tuo salotto, facciamo passare una giraffa col microfono dalla finestra e registriamo. “E l’orchestra?”, chiede. Ti metto la cuffia. “E il direttore?”. Sono io: ti do una pacca sul braccio quando devi cominciare e un’altra per lo stop».Potrebbe essere una gag da film. Come si è arrivati poi al “Pavarotti & Friends”?
«Quell’estate lo convinsi anche a girare il video di Miserere in una chiesetta vicino Pesaro: io vestito da cappellaio matto, lui da frate. Al ritorno ci fermammo in una trattoria e sulla tovaglia di carta gli scrissi il progetto di quella manifestazione. Lui si entusiasmò subito. Pavarotti era una persona spontanea: una star mondiale che, quando andava nel suo appartamento di New York, si portava in valigia il parmigiano, la pasta fatta in casa, la passata di pomodoro. Ricordo che, una volta, quando già preparavamo l’ottava edizione di “Pavarotti & Friends”, mi telefona: “Ciccio”, lui mi chiamava così, “conosci un certo Biwi, Buwi...?”. David Bowie, lo correggo. “Sì. Ma è bravo? Lo prendiamo?”. Un’altra volta, di fronte al rifiuto di Bono Vox a partecipare perché gli altri membri della band non volevano, è andato con la troupe a Dublino sotto la sua villa. “Ti stiamo filmando e ora devi venire”, ha detto al leader degli U2, “altrimenti raccontiamo a tutti che dei bambini in guerra non te ne frega nulla”. Bono ha partecipato, per ben tre volte!».Lei ha scritto brani indimenticabili. Come nasce una canzone di Zucchero?
«L’ispirazione può essere immediata. Un diavolo in me mi è venuta in cucina alle 4 del mattino perché non riuscivo a dormire. Overdose d’amore mentre tornavo in bicicletta a casa dal mare. Senza una donna l’ho composta in dieci minuti, quando sentivo già l’odore di separazione da Angela. Ma per il resto c’è tanto lavoro. Devi fare della bottega per essere un bravo cantante. Io inizio alle undici del mattino nel mio studio, prendo appunti, mi arrovello, provo. Non ho mai accettato di mettere un singolo in un album tanto per riempirlo, per me un disco è come un quadro: ogni parte deve avere il suo peso. Sono un perfezionista. Ci sono brani che ho scritto il giorno prima di partire per andare a registrare a Los Angeles o a Londra. A wonderful world è un esempio».È in tour da mesi: ci vuole il fisico per fare la star...
«A volte sono così stanco che mi dico: “Stasera mollo”. Ma poi appena salgo sul palco mi arriva l’energia della gente. Basta assorbirla e ridarla indietro: potrei andare avanti per ore. E alla fine, per smaltire la fatica, ho un segreto: uno spaghetto con mezza bottiglia di vino».Prima di lasciarla andare sul palco, vogliamo sapere qual è la sua hit del cuore.
«Forse Dune mosse. Ma solo perché è la prima in cui ho messo insieme il blues e la melodia del Mediterraneo».
E canticchiandola, a fior di labbra, fra strette di mano, abbracci, saluti, ce ne andiamo emozionati sotto il palco. Per ballare con Zucchero.