magazine | Interviste

Neri Marcoré: «La mia vita è un albero»

0 
magazine/interviste/Neri-Marcore-La-mia-vita-e-un-albero
  • NERI MARCORÉ: «LA MIA VITA È UN ALBERO»

  • BY

    Stefania Rossotti

  • «Rami e fiori per tutti, ma radici ben nascoste». Neri Marcorè è proprio un trasformista. E ha una grande abilità: «Svicolare...».

    Aspetto Neri Marcorè nel camerino più spoglio del mondo: ci sono solo un tavolo, uno specchio, due sedie e una tuba (nel senso del cappello). Non c’è molto da guardare, niente appunti da prendere e allora mi diverto a pensare alle domande più improbabili che potrei fargli.

    La prima è “la classica”, quella a cui ha risposto milioni di volte: «Si sente più a suo agio facendo teatro, cinema, tv, pubblicità, cabaret o imitazioni?» (la risposta è sempre più o meno la stessa, detta in sintesi: “Non so”).

    Sto fantasticando sulla faccia che Marcorè farebbe di fronte all’ennesima declinazione della stessa domanda, quando entra lui. Altissimo, si sa. Testa bassa, come al solito. Alza gli occhi (ma non il mento) e dice: «Buongiorno». Ha l’aria di uno che si muove adagio, ma corre sempre (con la testa).

    Uno che, al di là delle apparenze, si annoia in fretta. Capisco che ho poco tempo e parto con la prima domanda: la “classica”, appunto. Lui mi guarda rassegnato e io rido. Gli spiego che era solo una prova: non voglio una risposta, voglio soltanto sapere quello che gli è passato per la testa. «Ho pensato che mi aspettava almeno una mezz’ora di rottura di palle».

    Gentile...
    (ride) «Comunque anch’io, a volte, mi diverto a mettere alla prova la gente. Per esempio: sfido qualcuno a tennis e comincio a giocare con la mano sinistra (con cui sono ovviamente molto più scarso, non essendo mancino). Vedo la faccia dell’avversario e capisco che sta pensando: “Che rottura di palle, questo non sa giocare”… Poi ovviamente vado “di destro” e la sfida comincia davvero».

    Cominciamo l’intervista, allora. L’abbiamo vista recentemente ne “La scomparsa di Patò” (tratto dal romanzo di Andrea Camilleri). Anche a lei piace scomparire?
    «Sì, mi piace svicolare, all’occorrenza. E, in generale, mi piace stare di lato. Per capirci: a una prima serata di sabato sera su Raiuno, preferisco una seconda serata su Raitre. Anche nelle cene fra amici, mi piace giocare di sponda».

    Io direi che le piace scegliersi il suo pubblico. Lei è uno snob?
    «Amo avere un pubblico che “sceglie me” e non “incappa in me” guardando un contenitore del sabato sera. Faccio solo spettacoli che io andrei a vedere».

    Non le piace la notorietà?
    «La considero un effetto collaterale del mio mestiere. La accetto, ma non vado matto all’idea che la gente per strada mi dica: “Famme ’n autoggrafo!” o, peggio, “Famme Gasparri”».

    Il suo Gasparri è molto popolare.
    «Ormai è un personaggio che vive di vita propria: non ha quasi più niente a che fare con il senatore Gasparri».

    Dunque, dicevamo, la popolarità: sarà anche fastidiosa, ma riempie i teatri e i cinema…
    «Ovvio che serve. Ma mi piace pensare che ci sia gente che mi segue per quello che faccio, a modo mio».

    E com’è questo suo modo?
    «Dignitoso, credo. E defilato».

    È orgoglioso di quello che fa?
    «Sì, e sono orgoglioso soprattutto di quello che non ho fatto».

    Per esempio?
    «Molti anni fa, ho rifiutato di partecipare a un programma televisivo di audience altissima e l’ho fatto in un momento in cui avrei avuto un gran bisogno di lavorare».

    Come ha trovato le parole per dire: “No, grazie”?
    «Mi hanno chiesto di fare delle imitazioni, ho risposto che non sapevo farle».

    Bugiardo.
    «Ma coerente. Cerco di essere fedele alla mia linea: essere me stesso».

    Una linea spezzata: lei salta da cinema a teatro, da musica a imitazioni. È uno che si annoia?
    «È una strategia di difesa».

    La vita è una guerra?
    «Mi rassicura non investire tutto su un solo campo. Se qualcosa non va, posso sempre pensare che è già pronta una via d’uscita».

    Lei ha sempre il “piano B” e anche il C, il D…
    (ride) «Mi piace sperimentare, anche a rischio di fare figuracce. Non punto mai tutte le mie fiches su un solo tavolo. Faccio ruoli molto diversi: così solo io so chi sono».

    C’è un nesso fra la sua “incostanza artistica” e la sua monogamia cronica? Lei è sposato da oltre 20 anni con la sua prima fidanzata…
    «Sì, c’è un nesso. Mi piace pensare che la mia vita sia come un grande albero: un sacco di rami, fiori per tutti, ma il tronco è uno solo e le radici stanno ben nascoste. Non capisco i miei colleghi che si sentono in dovere di mettere a nudo il proprio privato, pensando che da questo derivi maggiore popolarità».

    Lei parla tenendo gli occhi bassi. È ancora timido?
    «Abbasso gli occhi perché cerco le parole giuste. Ma sì, sono ancora, poco, timido. E sono molto riservato».

    Quando era “molto timido” che cosa le succedeva?
    «Pensavo mille cose da dire a una ragazza, mi avvicinavo a lei e mi usciva solo: “Ciao”».

    È una tortura fare l’attore quando si è timidi? Oppure, come si dice, è una terapia?
    «Forse tutte e due le cose. Sul palco mi succede ancora di avere paura di essere inadeguato».

    E allora che fa?
    «Quello che ho imparato a fare da bambino. Ha presente quando ti obbligano a salire sulla sedia e a dire la poesia di Natale? Un dramma. Per superarlo, devi saltare sulla sedia, immediatamente. Devi farlo subito, se no diventa una tragedia. Lì ho imparato a buttarmi: se davanti all’ostacolo esiti, inciampi di sicuro. Se salti, magari ti va bene».

  • Grazia.it