KYLE EASTWOOD: «IL JAZZ? PURCHÉ RESTI IN FAMIGLIA»

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12 Ottobre 2011 by

MARIA TERESA COMETTO

Kyle Eastwood: «Il jazz? Purché resti in famiglia»

Il padre suona il piano, la madre l’ukulele, la nonna insegnava canto, la figlia ha un debole per la batteria. Lui, Kyle Eastwood, primogenito del grande Clint, è un talento al contrabbasso. Perché non si vive di solo cinema.

Ha lo sguardo magnetico, come suo papà. Stessi occhi verdi, sorriso enigmatico, il profilo con i tratti meno spigolosi.

Kyle Eastwood , 43 anni, assomiglia terribilmente a Clint, ma non ha crisi di identità: è un musicista jazz affermato, che ha scelto la sua strada e non ha paura di incrociare di tanto in tanto quella del padre.

Pochi sanno che è lui ad aver composto le colonne sonore di alcuni dei più recenti successi del celebre genitore, come Lettere da Iwo Jima, Gran Torino e Invictus.

«Grazia» l’ha incontrato al Blue Note di New York, dove  ha presentato il suo ultimo album, Songs from the chateau. Kyle suonerà in Italia il 22 ottobre a Busto Arsizio e dal 9 all’11 febbraio fra Bologna, Forlì e Torino.

Per la sua carriera chiamarsi Eastwood è stato più un aiuto o un peso?
«A volte è servito, a volte mi ha creato problemi. Il nome di mio padre attira l’attenzione, ma spesso fa sì che gli altri abbiano un’immagine preconfezionata di me. Cerco di non pensarci troppo e di concentrarmi sulla mia musica».

Lei ha cominciato come attore a 14 anni  nel film di suo padre “Honkytonk Man”. Ma poi ha fatto il percorso inverso: suo papà aveva studiato musica e poi si è dato al cinema, lei ha studiato filmografia e poi ha scelto la musica. Perché?
«Il cinema e la musica sono le mie due grandi passioni. Però mi interessava più fare il regista che l’attore. Ho seguito per poco tempo dei corsi di cinema all’università, ma a 18 anni ho lasciato la scuola e scelto di suonare: non me ne sono mai pentito».

Da chi ha ereditato l’amore per la musica?
«A casa ascoltavamo sempre jazz. I miei genitori suonano il piano, mia madre (Maggie Johnson, la prima moglie di Clint Eastwood, ndr) anche l’ukulele e mia nonna materna insegnava canto. A otto anni ho cominciato ad andare con papà al festival jazz di Monterey: eravamo vicinissimi al palco e ho ascoltato dal vivo, al mio primo concerto, l’orchestra di Count Basie. Ogni anno era un appuntamento per l’intera famiglia».

Come mai fra tutti gli strumenti ha scelto il contrabbasso e il basso?
«Mi è sempre piaciuto il ritmo. All’inizio suonavo la batteria, poi la band di amici con cui mi esibivo aveva bisogno di un basso e ho scoperto che mi era congeniale».

Quale musicista della storia del jazz ammira di più?
«Ne ho ascoltati molti, ma fra tutti citerei Charles Mingus, grande contrabbassista e compositore».

Perché ci sono così poche donne famose nel mondo del jazz, a parte le cantanti?
«Purtroppo è un mondo molto maschile. Ma ci sono ottime musiciste, come la splendida pianista Marian McPartland, con cui ho avuto l’onore di suonare. Un genio».

Suo padre ha girato “Bird”, sulla vita del sassofonista Charlie Parker, uno dei tanti grandi della musica che si sono distrutti con la droga: è difficile non cadere nel cliché del “genio maledetto”?
«Alcuni musicisti credono che la droga alteri la realtà e aiuti a essere creativi. Sciocchezze: la verità è che la droga non aiuta a essere musicisti più bravi, anzi. Se sei “fatto” o ubriaco, suoni molto peggio».

Lei però ha scelto un castello francese, che è anche un’azienda produttrice di Bordeaux, per registrare l’ultimo album: buon vino e buona musica?
«Bevevamo e mangiavamo bene a fine giornata, mai mentre suonavamo. Ho scelto il castello per poter registrare in un ambiente rilassato, non formale come uno studio. Ha funzionato molto bene».

Adesso vive a Parigi: perché?
«Sei anni fa ho deciso di andarci per cercare nuova ispirazione. Volevo anche raggiungere mia figlia Graylen, che a quell’epoca abitava là con sua madre, Laura Gomez (con cui Kyle è stato sposato fino al 2005, ndr). Della Francia mi piace l’apertura a tanti stili di musica diversi e l’influenza dei ritmi nordafricani».

Quando scrive musica per suo padre, da che cosa parte?
«Leggo la sceneggiatura e guardo qualche spezzone del film in fase di montaggio. A volte lui ha un’idea precisa della musica che vuole, altre mi lascia totalmente libero. C’è un buon equilibrio fra noi due».

A quale film è più affezionato?
«A Lettere da Iwo Jima: sono orgoglioso della musica che ho composto, penso si adatti bene alla storia».

Conosce Ennio Morricone, l’autore delle colonne sonore degli “spaghetti western” che hanno lanciato suo padre?
«Certo, è uno dei miei compositori preferiti! Ma purtroppo non l’ho mai incontrato. Non ero a Hollywood nel 2007, quando ha ricevuto l’Oscar alla carriera e mio padre l’ha aiutato con il discorso, visto che Morricone non parla inglese».

Sul retro della copertina dell’ultimo album ringrazia tutta la sua famiglia e la sua compagna, Cynthia Rodriguez. Ha rapporti con i fratellastri e le sorellastre nati dalle altre relazioni di suo padre?
«Sì, quando vado in California li vedo, e andiamo molto d’accordo. Mia figlia sta frequentando lì l’ultimo anno del liceo ed è a scuola con la figlia più giovane di mio padre, Morgan».

Graylen ha 17 anni: ha già scelto che cosa farà da grande?
«Ama la musica anche lei e suona la batteria: chissà, magari andrà ad aumentare il numero delle brave jazziste donne».

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