RANDOM JOY
KRISTIN SCOTT THOMAS: «VI SEMBRO UNA DONNA DI GHIACCIO?»
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Detesta rifare ruoli che hanno avuto successo, ama lavorare con chi ha talento, recita (quasi) sempre la parte dell’aristocratica. Sarà per questo che Kristin Scott Thomas È considerata algida e distante? Anche lei, però, ha un lato “umano”. Riguarda diete e... bigodini.
Kristin Scott Thomas ha un secondo nome: “The Ice Queen”, ovvero la regina di ghiaccio. Tutta colpa delle apparenze, degli occhi chiari, del suo aplomb molto british e dello stile rigoroso, pensavo.
Colpa anche di quei ruoli da aristocratica (Quattro matrimoni e un funerale) e da signora altoborghese (Il paziente inglese). E comunque da allora sono trascorsi una ventina di anni e una trentina di film, in cui l’attrice ha dato il volto ai personaggi più diversi: la madre distrutta dal carcere di Ti amerò sempre, la zia di John Lennon in Nowhere boy, la suocera acida di Un matrimonio all’inglese, per citarne soltanto alcuni.
Del resto, lei stessa si è più volte e vibratamente ribellata all’appellativo: «Se leggo il mio nome associato a “regina di ghiaccio” mi viene da sbattere la testa contro il muro. Parlano di me come se mi sentissi a mio agio soltanto in scene dove tengo una coppa di champagne in mano e la location è un appartamento stupendo con arredi di design. Questa idea mi fa impazzire!», dice.
Di conseguenza, devo dedurre che il soffio gelido che mi arriva dritto addosso durante questa intervista non ha niente a che fare con la sua carriera cinematografica: è una questione di natura. Del resto, Kristin Scott Thomas non fa niente per apparire simpatica: della sua vita privata racconta il minimo sindacabile e basta una domanda “fuori copione” per risvegliarle il sopracciglio infastidito.
Eppure, averla accanto mi emoziona. Merito del suo indiscutibile talento, ma anche del suo ultimo film che ho ancora negli occhi e che mi ha molto commosso. S’intitola La chiave di Sara e racconta di come, durante la Seconda guerra mondiale, 13 mila ebrei vennero rinchiusi nel Velodromo d’inverno senza cibo né acqua.
A ricostruire i fatti drammatici di quei giorni del 1942 è Julia (Kristin Scott Thomas), una giornalista americana che da anni abita in Francia con il marito, parigino di origine ebraica. «Non avevo mai interpretato un personaggio che mi assomigliasse tanto», commenta l’attrice. Anche lei, come Julia, si è trasferita a Parigi all’età di 19 anni, lì ha conosciuto l’ostetrico François Oliviennes, l’ha sposato e ha avuto tre figli.
Ma le analogie tra lei e Julia non finiscono qui...
«È vero. Vivo in un ambiente in cui molti dei miei amici sono giornalisti. E mia suocera faceva parte dell’associazione che ha fatto affiggere le targhe in memoria dei bambini deportati sui muri delle scuole parigine».Quindi questo film l’ha coinvolta in modo particolare?
«Passeggiando per le strade della città, mi sono più volte chiesta: chissà quante persone passano davanti al Velodromo senza sapere che cosa è successo, ignorando che non furono i tedeschi, ma i francesi, a gestire tutta l’operazione. Un episodio oscuro che il governo ha riconosciuto soltanto nel 1995. Questo film affronta temi che mi stanno a cuore: l’importanza della memoria, i segreti di famiglia, la maternità tardiva...».Si sente più francese o più inglese?
«Più francese. E, comunque, la mia vita ormai è in Europa. Per un certo periodo sono stata a Hollywood, ma portare avanti una carriera in due continenti è impossibile per me. Era troppo faticoso stare così lontano, e per tempi così lunghi, dalla mia famiglia».Molte attrici dai 40 anni in su vivono una crisi professionale. Non è il suo caso: al Festival internazionale del film di Roma ha presentato “La femme du cinquième” con Ethan Hawke, la vedremo nel film di Lasse Hallström, “Salmon fishing in the Yemen”, con Ewan McGregor ed Emily Blunt, e tra poco partirà per la Thailandia per recitare accanto a Ryan Gosling in “Only God forgives”, il nuovo film di Nicolas Winding Refn (il regista di “Drive”)...
«Esiste un genere di cinema che offre ancora la possibilità di portare sullo schermo donne di mezza età che non siano per forza belle e fatali. La femme du cinquième è stata un’esperienza rischiosa. Pawel (Pawlikowski, il regista, ndr) mi ha chiesto di fare cose folli, completamente nuove. Mi sono divertita. Odio che mi si chieda di ripetere ruoli che ho già fatto e che hanno avuto successo, detesto realizzare cose scontate. Per fortuna, posso sperimentare sceneggiature coraggiose, interpretare personaggi interessanti e lavorare con colleghi di talento. E quando capitano queste tre occasioni insieme le prendo al volo. Lei dice che ho esagerato?».Non sente il bisogno di ricaricarsi tra un set e l’altro?
«Eccome. Alla fine di ogni film mi sento svuotata, senza energie. Infatti, in questo momento, mi sto prendendo una pausa: faccio finta di non essere un’attrice famosa (famosa poi... si fa per dire), mi ricarico con dosi di vita normale».Ci racconti: com’è la sua vita “normale”?
«Cucino, riordino, sto con i miei figli (Hannah, 21 anni, George, 12, Joseph, 10, ndr). La mia vita è di una normalità paurosa, talmente banale da sembrare noiosa. Non per me, naturalmente».Lei è bellissima come a 30 anni (ed è inutile che tenti di negarlo). Come fa a mantenersi così seducente e senza sforzi (almeno in apparenza)?
«Mi tengo a distanza di sicurezza dalle barrette dietetiche e dai bigodini in testa».