RANDOM JOY
KIEFER SUTHERLAND: «TUTTA LA VITA DAVANTI»
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a Kiefer Sutherland non sembra vero: non ha più i minuti contati per salvare l’umanità (ricordate Jack Bauer in 24?). Ora è un eroe a tempo indeterminato. che non usa né pugni né pistole. «Per sconfiggere il male? Basta dare i numeri...».
E se il nostro destino fosse una formula? La nostra vita parte di uno schema numerico? Già, perché “nulla è casuale” come alcuni sostengono e siamo tutti connessi: non al web, bensì a una sequenza di numeri universale e misteriosa.
Si astengano dalla visione i negati in matematica e i miscredenti del paranormale. Tutti gli altri non si perdano Touch , la nuova serie tv in onda dal 20 marzo alle 21 su Fox. Il protagonista è Kiefer Sutherland, che ha avuto il coraggio di abbandonare il ruolo che lo vedeva da anni inchiodato a Jack Bauer, l’eroe di 24, per diventare il dolce Martin Bohm, padre amorevole e single di Jake (il piccolo attore David Mazouz), affetto da autismo, ma capace di vedere passato, presente, futuro.
Negli Stati Uniti gli addicted alla serie sono già un esercito: il pilot di Touch, diretto da Francis Lawrence (il regista più amato dalle popstar: ha firmato i videoclip di Justin Timberlake, Lady Gaga, Beyoncé, Jennifer Lopez, The Black Eyed Peas e molti altri artisti), ha registrato un record con oltre 12 milioni di spettatori.
E il merito è anche del protagonista: Kiefer William Frederick Dempsey George Rufus Sutherland (!), detto solo Kiefer per ovvie ragioni, 45 anni, londinese di nascita e canadese d’adozione, due volte divorziato (e una volta scaricato da Julia Roberts a tre giorni dalle nozze). Nel 2001 ha fatto “l’errore” di dire di sì a 24. È stato talmente bravo che non l’hanno più mollato...
Quanto è durata la sua “prigionia”?
«Nove anni e 200 episodi. E non è finita: tra un mese dovremmo iniziare le riprese di 24, il film, di cui sono produttore. Speriamo bene».Come mai ha accettato un altro ruolo per la televisione?
«L’ultima cosa che avrei voluto fare nella vita era impegnarmi per una nuova serie tv. Terminato 24, avevo finalmente ritrovato la mia libertà. Stavo recitando a Broadway, stavo per partire per l’India per realizzare un piccolo film, un mio progetto personale. Ma un giorno una mia grande amica mi dice: “Devi leggere questo script, s’intitola Touch, fidati”. Non ne volevo sapere, non ero pronto. Per rispetto al creatore della serie, Tim Kring (lo stesso di Heroes e Crossing Jordan, ndr), ho accettato di dargli un’occhiata. Arrivato a pagina 35, mi sono detto: “Sono nei guai, questa roba è meravigliosa!”. Era talmente ben scritto e il personaggio di Martin così profondamente diverso da quello di Jack in 24, che non potevo rifiutare. Era una grande opportunità».Parliamo della storia.
«È quella di un papà single, Martin, e di suo figlio, Jake. Il bambino è autistico: non parla e non si lascia toccare da nessuno, nemmeno dal padre. Martin è un uomo addolorato e solo, non riesce a comunicare con il figlio. Sua moglie è morta nell’attentato alle Torri gemelle e lui, per poter aiutare il bambino, ha rinunciato alla sua carriera accettando lavori precari. Un giorno, però, grazie all’aiuto di uno scienziato bandito dalla categoria perché sosteneva teorie paranormali, Martin capisce che Jake, in realtà, sta cercando di comunicare con lui. Attraverso i numeri. Grazie alla sua incredibile capacità matematica e calcolando sequenze numeriche, riesce a predire il futuro e a collegare tra loro persone o eventi apparentemente separati in luoghi e Paesi diversi. È compito di Martin decifrare i messaggi del figlio e intervenire: sfruttando le informazioni di Jake, mette in contatto le persone coinvolte in ciò che “dovrà succedere”, cercando così di prevenire catastrofi, attentati, incidenti, dolore e morte».Martin non è poi così diverso da Jack di “24”. Anche in “Touch” lei cerca di prevenire eventi tragici.
«Sì, ma Jack ha solo 24 ore per mettere al sicuro qualcuno o prevenire qualche cosa. Martin, invece, “non ha orari” e deve salvare l’intera umanità».Addirittura?
«È il messaggio etico di Touch. Attraverso la teoria sulla connettività, la serie parla della responsabilità che tutti abbiamo l’uno verso l’altro come rappresentanti della razza umana. Una responsabilità di cui dovremmo prendere coscienza per il nostro bene e per quello del pianeta. E ci spiega anche qualche cosa di molto importante».Che cosa?
«Il grande fraintendimento sul concetto di destino. Si dice: “Fortunato! Era al posto giusto nel momento giusto”. Oppure: “Poveretto, era al posto sbagliato nel momento sbagliato”. Touch ci spiega che non c’è un posto giusto o sbagliato dove nascere, essere o stare, bensì che c’è una causa e un effetto per ogni cosa. Il destino non esiste».“Touch” le ha insegnato qualcosa di nuovo anche su di sé?
«Io ho una figlia, che mi ha dato due nipotini, e una figliastra dal mio primo matrimonio, più due figliastre dalle mie seconde nozze. Touch mi ha fatto apprezzare l’importanza della famiglia ancora di più, se è possibile».Lei è divorziato due volte. In che modo ha gestito la sua paternità?
«Nella serie c’è un personaggio fondamentale, quello di Clea Hopkins (l’attrice Gugu Mbatha-Raw, ndr), l’assistente sociale che deve valutare se il figlio del protagonista possa essere lasciato al padre o affidato a un istituto. Fortunatamente Clea è capace di capire la situazione e diventa la persona fondamentale che rafforza il rapporto tra padre e figlio. Io, nelle stesse circostanze, ho avuto un grande aiuto da una delle mie due sorelle».In che modo l’ha aiutata?
«Facendomi capire che non ero solo».




