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Fiamma Nirenstein: «Vivo a roma, ma il mio cuore è a Gerusalemme»

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  • FIAMMA NIRENSTEIN: «VIVO A ROMA, MA IL MIO CUORE È A GERUSALEMME»

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    Marina Speich

  • È la città dove ha vissuto, sofferto e conosciuto suo marito. ma Fiamma Nirenstein ammette: «All’inizio non l’avevo capita». E ora le ha dedicato un libro. «Anzi, una lettera d’amore».

    Ci sono tanti modi per celebrare il 27 gennaio, il Giorno della memoria, istituito per non dimenticare la Shoah e le altre vittime dei crimini nazisti. Noi abbiamo scelto di farlo ascoltando la voce di Fiamma Nirenstein, giornalista e parlamentare, che ha appena pubblicato A Gerusalemme (Rizzoli), un libro sui luoghi del cuore e sugli incontri che hanno segnato la sua vita, come quello con Benzion Netanyahu (padre del primo ministro Benjamin), o quello con l’ex capo del governo Yitzhak Rabin o, ancora, quello con suo marito Ofer Eshed.

    Fiamma, deputata del Pdl, è anche presidente del Comitato d’indagine conoscitiva sull’antisemitismo, che qualche settimana fa ha reso noti dati sconvolgenti, come quello che sostiene che il 44 per cento degli italiani manifesta ancora atteggiamenti in qualche modo ostili agli ebrei. «Opinioni molto radicate anche tra i giovani», racconta. «Il 38 per cento degli intervistati dice che non vorrebbe avere in ufficio un capo ebreo. E il 51 non accetterebbe che la propria figlia fosse fidanzata con un ebreo. Sembra incredibile, ma ci sono ancora molti pregiudizi da combattere».

    Che significato ha per lei il Giorno della memoria?
    «È un modo per ricordare un evento inimmaginabile a tal punto che tanti hanno cercato di negarlo. Metà della mia famiglia è stata sterminata nei campi di concentramento. Questa giornata è un modo per renderle onore, ma anche per ribadire che il tentativo della Shoah è naufragato. Dalle ceneri, gli ebrei hanno fondato Israele. Un momento di lutto, ma anche di rinascita».

    Per lei Israele vuol dire soprattutto Gerusalemme, capitale “contestata” e simbolo di una storia millenaria. Perché ha voluto dedicarle questo libro?
    «La mia è una lettera d’amore a una città che, all’inizio, non ho capito, come non la comprendono a pieno i pellegrini che la visitano. Per loro Gerusalemme è la Terra Santa, invece, per amarla davvero, devi uscire dalla Città Vecchia e seguire i ragazzi, andare al supermarket, entrare nelle librerie, scoprire quartieri come Ohel Moshe, dove, in mezzo alle case, c’è sempre un “pardes”, un giardino-orto dove si coltivano frutta e verdura».

    Nelle sue pagine si alternano eventi storici a emozioni di vita vissuta. Sembra quasi un blog di ricordi...
    «Ci è voluto molto tempo a scriverlo. Guardi quanti libri ho comprato su Gerusalemme (e indica un mare di volumi alle sue spalle, ndr): mi sembrava di non aver letto abbastanza. Questa città è un reticolo di esperienze, di vie, di case di pietra: non basta andare al Santo Sepolcro, al Muro del Pianto, alla Moschea di Omar. Devi avere pazienza e te la devi conquistare. Ora la mia casa è lì: abito a Roma, ma sono qui solo “in prestito”».

    Ha vissuto a Gerusalemme gli anni dell’Intifada. Il bilancio è stato di più di 2.000 morti e 4.000 feriti. Non ha mai avuto la tentazione di andarsene?  
    «No, è successo il contrario. In mezzo alla morte, mi sono innamorata della città. Ho capito quanto era preziosa. In quegli anni i kamikaze si facevano esplodere nei bar, nei ristoranti, nei cinema, sui bus, persino negli ospedali e nelle scuole. Ricordo la mia ansia quando, dopo un attentato, il cellulare di mio figlio non squillava».

    È difficile essere una madre israeliana?
    «È per questo che, in cambio della vita di Gild Shalit, soldato 25enne, lo Stato ha liberato più di 1.000 terroristi: se non avesse dimostrato che non abbandona mai i ragazzi che combattono, le madri di tutti i soldati si sarebbero già ribellate».

    Gerusalemme è anche la città dove ha incontrato il suo grande amore, al quale ha anche dedicato il libro...
    «Sì, lì ho conosciuto mio marito Ofer, ex soldato-paracadutista e cameraman. Una volta che avevo scordato le chiavi saltò da una finestra all’altra, al terzo piano, per entrare in casa. Non ha mai freddo, si fa la barba senza lo specchio, gli piace la maionese sul pane, a volte viene a letto con le scarpe per essere sempre pronto. I gerusalemitiani sono così: duri e diretti, pratici e sinceri».

  • Grazia.it