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Il Nabucco alla Scala: un messaggio moderno e senza tempo

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  • IL NABUCCO ALLA SCALA: UN MESSAGGIO MODERNO E SENZA TEMPO

  • classica e lirica BY

    Courtney Smith

  • All’interno della stagione 2013-14 del Teatro alla Scala, dedicata ai due compositori di cui quest’anno si celebra il bicentenario – Richard Wagner e Giuseppe Verdi – al teatro milanese si è tenuta il 1° febbraio la prima del « Nabucco » di Verdi (in scena fino al 20 febbraio).

    Con il «Nabucco» Verdi cercava un successo che gli consentisse di recuperare dopo il disastro che fu la sua seconda opera, Un giorno di regno (1840). Con l’aiuto di due grandi cantanti – Giuseppina Strepponi e Giorgio Ronconi – la Scala si convinse a rischiare con la terza opera di Verdi. Fortunatamente per lui, la prima del marzo 1842 fu una vittoria completa e immediata.

    Nel «Nabucco» si possono sentire i presagi musicali e tematici di quello che in seguito sarebbe diventato lo stile di Verdi. L’opera comprende anche il celebre coro degli schiavi di religione ebraica Va, pensiero, che segnò la consacrazione di Verdi come bardo del Risorgimento. Si racconta che alla prima del «Nabucco» alla Scala, il pubblico chiese un bis di Va, pensiero sfidando il divieto di bis istituito dagli Austriaci nel teatro d’opera, e da quel momento il la fama patriottica di Verdi si diffuse sempre di più.

    Il libretto di Temistocle Solera (basato sul «Nabuchodonosor» di Anicet-Bourgeois e Francis Cornu, 1836) è animato da ambigui temi biblici, ma la partitura e le arie sono così avvincenti che il «Nabucco» rimane una delle opere verdiane più amate.

    La nuova produzione firmata dal regista Daniele Abbado (in coproduzione con la Royal Opera House di Londra, la Lyric Opera di Chicago e il Gran Teatre de Liceu di Barcellona) sterilizza la violenza primitiva del dramma originariamente ambientato nel VI secolo a.C. spostando la vicenda in un indeterminato periodo moderno. I costumi di Alison Chitty – di austere tonalità del grigio, blu e bianco – suggeriscono una generica città europea della metà del XX secolo popolata da rifugiati ebrei, illuminata dalle pure luci bianche di Alessandro Carletti.

    Al posto di esotismi e stravaganze c’è un sommesso senso di minaccia, presente anche nella scenografia composta da lastre di pietra tronche (che evocano un generico memoriale dell’Olocausto) sopra una fossa di sabbia bianca. Le proiezioni di film noir di Luca Scarzella accrescono la tensione, anche se a tratti sembrano superflue.

    Il direttore d'orchestra Nicola Luisotti ha presentato una partitura nitida e ordinata con un ventre morbido e rotondo. Nei momenti che richiedevano maggiore tensione drammatica ha saputo padroneggiare una velocità a rotta di collo – come durante il finale dell’Atto I (Viva Nabucco) e il saccheggio e l’incendio del tempio.

    Nel ruolo di Nabucco ha cantato Leo Nucci (sostituto di Ambrogio Maestri, assente per malattia). Il settantenne Nucci, un autentico baritono verdiano, ha compensato la mancanza di potenza vocale con una profondità e un peso drammatico superbi. Il suo Re di Babilonia coniugava l’eleganza del legato e una dizione impeccabile, da “Mio furor, non più costretto” alle impegnative oscillazioni di tempi di “Oh mia figlia, e tu pur anco”.

    Il duro ruolo di Abigaille era interpretato autorevolmente da Lucrecia Garcia che ha portato il suo peso vocale a vette temerarie, culminate nel magistrale duetto con Nabucco nella parte terza.

    Nel solenne ruolo del gran pontefice di Gerusalemme, Zaccaria, ha cantato Dmitry Beloselskiy, la cui preghiera era profonda, asciutta e calma. La Ferena di Nino Surguladze ha dato una performance salda e  accademica, molto convincente in “Oh dischiuso è il firmamento”. Il resto del cast, efficace negli ensemble, era completato da Aleksandrs Antonenko (l’eroico Ismaele), Silvia Della Benetta (Anna), Giuseppe Veneziano (Abdallo) e Ernesto Panariello (il Gran Sacerdote).

    L’eccellente coro di Bruno Casoni era contenuto dai movimenti coreografici di Simona Bucci, ma l’emozionante coro di Va, pensiero è riuscito a celebrare ancora una volta la lotta per l’indipendenza dall’oppressione – un messaggio moderno e senza tempo.

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