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«Un'opera può essere come un film»

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  • «UN'OPERA PUÒ ESSERE COME UN FILM»

  • classica e lirica BY

    Courtney Smith

  • Con la sua voce risonante e lirica, il tenore argentino Juan Francisco Gatell (34 anni) non è estraneo ai palcoscenici  internazionali, dove da anni perfeziona il proprio repertorio e affina le sue doti di attore. Dopo essersi aggiudicato il Premio Caruso nel 2004, ha debuttato al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino nell’«Idomeneo» di Mozart e da allora non si è più fermato. Quest’anno, oltre che in Italia, ha cantato in Germania, Austria, Svizzera e quest’estate lo troveremo in Spagna e poi negli Stati Uniti per cantare nella «Poppea» di Monteverdi e nel «Don Giovanni» di Mozart. Il giovane tenore, di casa a Firenze, ci ha parlato delle sue ultime avventure e di quel che lo aspetta.

    Al Teatro dell'Opera di Roma sono appena terminate le repliche del «Barbiere di Siviglia» di Rossini, nel quale hai interpretato il Conte d’Almaviva. Com’è andata, e che cosa ti è piaciuto di più di questa esperienza?

    È sempre un gran piacere per me cantare all'opera di Roma, è un teatro in cui mi sento a casa. Inoltre ho cantato per la prima volta col maestro Campanella, un punto di riferimento per il repertorio rossiniano. Mi sarebbe tanto piaciuto offrire al pubblico romano il rondò «cessa di più resistere», ma questa produzione non lo prevedeva. In compenso ho avuto due grandi piaceri personali: il debutto nel ruolo di Figaro accanto a me del mio carissimo amico e grande baritono Alessandro Luongo e la nascita a Roma in questo periodo di mia figlia Júlia!

    Vivi a Firenze da molti anni. Che cosa ti piace dell’Italia?

    Sono  argentino e in Italia mi sento a casa, siamo due popoli molto simili. Per non parlare delle bellezze naturali e culturali di questo paese.

    In passato, hai lavorato a stretto contatto con Riccardo Muti, un direttore famoso per scovare perle del passato, come nel 2007 al Salzburger Pfingsfestspiele, dove hai cantato da protagonista ne  «Il ritorno di Don Calandrino» di Cimarosa. Com’è stato cantare in un’opera “perduta”, rispetto a un’opera compresa nel repertorio più conosciuto?

    È stata un'esperienza unica, fantastica! Far vivere un personaggio senza altri punti di riferimento che lo spartito è molto impegnativo ma allo stesso tempo dà una grande libertà d'interpretazione. Il lavoro finale col Maestro Muti è stato intenso e duro, ma prezioso; un privilegio aver potuto dare forma con lui a un personaggio così complesso, difficile e mai interpretato negli ultimi duecento anni.

    Il tenore peruviano Juan Diego Flórez ha rappresentato una svolta per l’arte del bel canto e ha molto influenzato la lirica. Ha cambiato il modo in cui il pubblico lo ascolta e il modo in cui i teatri d’opera lo presentano. Quale influsso vorresti avere sul bel canto? C’è qualcosa che vorresti cambiare?

    Mi piacerebbe cambiare l'idea che tante volte si ha dell'opera come di una cosa antica e lontana dalla sensibilità della gente. Negli spartiti d’opera ci sono gli stessi personaggi che possiamo trovare in un film o in teatro, sta a noi interpretarli per un pubblico che non è lo stesso di quello dell'Ottocento. E non vuol dire dover ambientare tutto in tempi moderni, ma dare un’interpretazione adatta a  un pubblico che porta con sé un bagaglio culturale diverso (cinema, radio, tv) e che ha un altro tipo di sensibilità rispetto a quello di cento o duecento anni fa. E non vuol dire nemmeno tradire il compositore, anzi! Per esempio ho avuto l'enorme piacere di cantare il «Flaminio» di Pergolesi con gli strumenti originali e perfino il suono dell'orchestra (L'Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone) era tutt'altro che antico.

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