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Primavera Sound 2012: Grimes, Refused, Beirut e la schizofrenia musicale

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  • PRIMAVERA SOUND 2012: GRIMES, REFUSED, BEIRUT E LA SCHIZOFRENIA MUSICALE

  • Festival Musicali BY

    Sara Reverberi

  • A un giorno dall'inizio del Primavera con 10 ore di musica alle spalle e migliaia di chilometri percorsi per spostarsi tra i palchi, posso ufficialmente dire di avere vissuto una delle notti più lunghe della storia. Ricordate il silenzio surreale di cui parlavo ieri? Ecco, è un lontano ricordo, la calma prima della tempesta. Perchè di tempesta si è trattato. Cercherò di raccontarvi con foto e parole quello che è successo tra il momento di relax nella zona stampa (dove vi avevo lasciato) e la disperata ricerca (tra una folla barcollante ma felice) di un taxi alle 5,30 del mattino. E' difficile dare un ordine cronologico a una notte che ordine non ha proprio e quindi seguirò più semplicemente il mio flusso di pensieri. Che partono da qui.  

    Grimes. Suona sul palco Pitchfork, direttamente sul mare e per arrivarci occorre camminare e camminare e camminare ancora, fino ad attraversare un ponte di cemento che regala una della viste più belle di questo Festival. Il pubblico è già lì, un'infinità di puntini colorati, è letteralmente una marea, ed è tutta per lei. Che non delude. Purtroppo sono molto lontana dal palco (capita spesso in un Festival che conta decine di palchi) e non riesco a vedere cosa indossa, una delle mie (e non solo mie) nuove icone di stile. Sono sicura che non ha deluso, e di sicuro non lo hanno fatto la sua elettronica impura e le sue urla “stonate” in una cornice da club a cielo aperto.

    Il bello del Festival è che si viene contagiati subito (e per fortuna) da una schizofrenia musicale che ti permette di lasciare i suoni cyberpunk di Grimes per correre a goderti la musica nostalgica di Lee Ranaldo e ritrovarti ad andare indietro nel tempo a quando i Sonic Youth ti guardavano malinconici  dalla parete della tua camera da letto. Ma è solo un attimo perchè si stanno già ascoltando i Mudhoney.

    E per rimanere in “zona nostalgia” ecco la grande reunion. Ecco i Refused. E se una band come i Refused sceglie di “ripartire” proprio qui dal Primavera, questo deve pure significare qualche cosa. A pochi minuti dall'inizio c'è un clima di attesa, una sensazione di nostalgia mista a grandi aspettative che solo alcune reunion possono generare. E allora può capitare che il tuo “vicino di gomitate e sorrisi” ti guardi e dica: «Non sono credente, ma sono sicuro che ci si sente così in chiesa». Non ho tempo per soffermarmi sull'affermazione (in fondo non importa siamo a un festival e a un festival, si sa, succedono cose strane) perchè Dennis Lyxzén entra in scena e scatena l'inimmaginabile. I ragazzi sono tornati e il pubblico è pronto per loro, non aspettava altro. Si balla, si salta, ci si lancia su una folla pronta a sostenere qualsiasi peso, e non si può che restare affascinati dalla capacità di una band appena “riunita” di  ripartire come se non si fosse mai divisa.  Un concerto intenso, cattivo come ci si aspetta da una band hardcore punk influente come i Refused. E Lyxzén è il solito ammaliatore, elegante, sempre, anche quando urla tutta la sua rabbia verso un pubblico in palese adorazione.

    E poi arrivano anche loro. I Beirut. Per raggiungerli andiamo “contro corrente”: un fiume diretto probabilmente verso i Wilco o verso uno degli altri palchi, sempre e irrimediabilmente affollati. Alla fine arriviamo e non mi perdo nemmeno un secondo di quello che fino ad ora resta il mio concerto preferito del festival. Sono loro, sono tanti, le trombe ci sono e anche la fisarmonica e pure lo spirito balcanico che li caratterizza. È un sogno ad occhi aperti, una gioia malinconica che ti pervade e ti porta a chiudere gli occhi e farti trasportare. Ti portano lontano.  

    Questo è il Primavera: un viaggio tra i palchi, tra i generi musicali e nel tempo. E tu realizzi di stare mangiando un pezzo di pizza sulle note di Matinee e, guardando il programma, ti accorgi che deve essere l'1.45 perchè i Franz Ferdinand stanno suonando e tu non hai ancora avuto un attimo per mangiare. Da qui in poi è tempo di ballare e con The Field ed Erol Alkan non potremmo chiedere di meglio.

    Poi eccoci in strada, esausti, doloranti, ma felici alla ricerca di un taxi che ci porti a dormire giusto le ore necessarie per essere pronti per domani.

    E si continua.

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