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Lana del Rey e “Born to Die”: la musica, il disco e la maschera

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  • LANA DEL REY E “BORN TO DIE”: LA MUSICA, IL DISCO E LA MASCHERA

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  • Esce oggi Born To Die, l’album di debutto della controversa cantante americana Lana Del Rey . “Di debutto” si fa per dire, perché è in realtà il secondo tentativo di Elizabeth Grant, rinata a metà 2011 con un nome d’arte più sexy, un’immagine più sofisticata e labbra più grosse.

    Abbiamo due versioni della storia: a) Lana Del Rey è l’esperimento di un furbo discografico che l’ha rilanciata in maniera (fintamente) virale, usando la blogosfera indie come un gigantesco focus group per testarne la vendibilità e prepararla al grande mercato; b) Lana Del Rey è un’esordiente che mette un video su YouTube nella speranza che qualcuno se ne accorga e raccoglie un successo organico al di là di ogni aspettativa.

    Probabilmente la verità sta nel mezzo: Lana Del Rey nasce come un piccolo progetto discografico (e come tale lo si lancia prima di tutto online) e, dopo una partenza sfortunata, fa centro e diventa una valanga inarrestabile grazie ad ammiratori e detrattori.

    Vorrei potervi dire che la prima volta che ho sentito Video Games è stata alla radio e ho dovuto accostare la macchina, sconvolto e commosso da quel motivetto. Ma non sarebbe vero. Di Lana Del Rey ho comprato subito tutto il pacchetto gangsta Nancy Sinatra: la cornice (un Tumblr alla moda), il video, l’estetica, le labbra e infine la canzone. Tutti questi elementi erano già inscindibili dal primo ascolto e sarebbe inutile negare che influiscono sul giudizio della musica. Ma se chiudiamo gli occhi, ignoriamo i video e smettiamo di leggere opinioni su Twitter, quello che troviamo è un album gradevole, coerente e convincente.

    Dal punto di vista dei testi, i temi di Born To Die esauriscono in fretta: le infatuazioni e le conseguenti rotture con uomini belli e dannati – James Dean dal “cuore di cocaina” che giocano a Call of Duty. Nel frattempo, Lana richiede attenzioni con voce bassa, distratta e seducente nelle strofe e falsetti zuccherini volutamente stucchevoli nei ritornelli. Queste due personalità (la diva vissuta d’altri tempi e la Lolita moderna) convivono per tutta la durata dell’album e sono riflesse nella musica, insieme retrò e contemporanea: gli archi drammatici stesi su beats rubati al trip hop, i campionamenti di voci maschili usati per accentuare gli attacchi (Timbaland ha fatto scuola) e misuratissimi inserti elettronici appena percettibili.

    Born To Die scivola senza sorprese perché tutti gli ingredienti della formula erano già riassunti nei singoli. E sebbene Video Games, Blue Jeans e la title track restino inarrivabili (in molti ucciderebbero per avere canzoni così in un’intera carriera, figuriamoci in un album solo), il resto non annoia né delude. È anzi un piacere ascoltare un’opera così coerente mentre tanti artisti si ostinano a strizzare un occhio a tutti i generi musicali di moda e pubblicano compilation confuse e senza identità. Elizabeth Grant ha invece inquadrato uno stile preciso in modo quasi estremo, ed estreme sono state le reazioni.
    Ha scelto di indossare una maschera che ha inaspettatamente diviso il pubblico, ma dietro c’è anche dell’ottima musica. A volte dovrebbe bastarci questo.

  • Grazia.it