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Bjork a Manchester: vi raccontiamo la prima data del Biophilia Tour

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Bjork - Biophilia tour

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  • BJORK A MANCHESTER: VI RACCONTIAMO LA PRIMA DATA DEL BIOPHILIA TOUR

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    Pop Topoi

  • Björk ha recentemente inaugurato il tour del suo settimo album Biophilia nell'ambito del MIF (Manchester International Festival). Incentrato, come suggerisce il titolo, sull’istintivo legame che unisce uomo e natura, Biophilia non è una semplice raccolta di canzoni con rispettivo tour promozionale, ma un progetto di più ampio respiro che comprenderà applicazioni per iPad, un documentario, lezioni e laboratori itineranti.

    È difficile credere che un’opera così grandiosa cominci con una manciata di concerti nel minuscolo Campfield Market Hall di Manchester – e non era nemmeno nei piani. Stanca di girare il pianeta, Björk aveva pensato di far muovere i fan, accogliendoli in Islanda in uno spazio costruito per l’occasione, a metà tra museo e teatro. Era anche in cantiere un film in 3D in collaborazione con National Geographic e diretto da Michel Gondry, che ha poi dovuto abbandonare per dedicarsi a The Green Hornet. Prevedibilmente, la creatività di Björk non ha avuto libero sfogo per problemi di budget, ma le ambizioni restano monumentali.

    Lo si percepisce dal primo istante del concerto, quando il pubblico viene lasciato al buio e guidato da una registrazione del leggendario documentarista David Attenborough: una voce che per tutti gli anglofoni è sinonimo di Conoscenza. E la lezione di Björk, col viso incorniciato da trucco blu e una gigantesca parrucca rossa, inizia tra i lampi di “Thunderbolt”. Il brano, scandito dalle scosse generate da una sorta di bobina di Tesla sul palco, esplora il legame tra uomo e fulmini, dalle paure primordiali alla fascinazione romantica (“il mio gene romantico è dominante”). Björk s’immedesima poi in un virus (“Faccio un banchetto dentro di te / Sei il mio ospite”), trova metafore di unione e guerra nella tettonica a placche (“Mutual Core”) e di morte e rigenerazione nelle fasi lunari (“Moon”). È forse questo l’aspetto più affascinante di Biophilia: l’uso del discorso scientifico per analizzare le relazioni umane.

    Ma l’intenzione principale di Björk è tradurre i fenomeni naturali in suoni: il piccolo palco, invaso da un coro femminile di 25 elementi e completamente circondato dal pubblico, è pieno di strumenti costruiti appositamente: in “Solstice”, vengono azionati quattro giganteschi pendoli coperti di corde, perché sia la forza di gravità a guidare la melodia; in “Hollow”, un’applicazione per iPad crea una tastiera immaginaria da una catena di DNA.

    Purtroppo, non ricevono una trattamento altrettanto singolare i classici del repertorio, e durante le esibizioni di “Isobel”, “Jóga” e “Hidden Place” i suoni sembrano arrivare solo dai laptop. I nostalgici si rifanno sul finale con una “One Day” per voce e Hang ma, nel complesso, la produzione è troppo attenta alle esigenze tecniche legate alle nuove (splendide) tracce per curarsi delle vecchie glorie. I programmi e gli strumenti ad hoc, infatti, sembrano talvolta il mero esperimento concettuale di un’artista ostinata (il suono ottenuto dagli enormi pendoli non è poi così diverso da quello di tanti strumenti a corda – col vantaggio che una chitarra non è alta tre metri) e la loro applicazione rimarrà oscura ai più.

    Date le ambizioni divulgative del progetto, gli aspetti scientifici toccati nei brani e nelle rispettive esecuzioni meritavano di essere più approfonditi. Biophilia non è esattamente la gita al museo che ci si aspettava dopo aver letto le ultime interviste alla cantante, ma forse bisognerà aspettare l’arrivo degli altri elementi che compongono l’opera per soddisfare i più geek tra i fan. E, in fondo, è compito di Björk insegnarci qualcosa di fisica e biologia? Io so solo che nel viaggio di ritorno sono finito a leggere le voci di Wikipedia per “bobina di Tesla” e “tettonica delle placche”, quindi mi sa che ci è riuscita.

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  • Grazia.it