UN WEEKEND ALLA BIENNALE DI VENEZIA
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Creatività per il padiglione americano ed eleganza per quello austriaco. Una delusione quello italiano, peccato.
Arrivare a Venezia è sempre un po’ strano. Tutte le volte mi chiedo come facciano a reggere quelle case, le fondamenta erette su un terreno così instabile, la linea dell'acqua trenta centimetri sotto l’altezza delle finestre. Poi però ricordo che ha resistito ai Visigoti e ai Longobardi, che è stata Repubblica Marinara e che accoglie annualmente un flusso di gente pazzesco... anche se il mio quesito rimane in parte irrisolto, le sue radici storiche mi tranquillizzano.
Per muoversi senza smarrire la via nel labirinto di calle, ponti e campi non basta un iPhone in borsa, Google Maps fa cilecca e le persone sanno che dare indicazioni è spesso uno sforzo inutile, tanto ci si perderà comunque. Però tutti sono gentilissimi, sempre. E l' atmosfera che si crea durante i tre giorni inaugurali della Biennale è qualcosa di raro.
Di certo, la cornice è più che mai chic ed elegante. Ma la facilità con cui le persone si amalgamano e si sorridono, la consapevolezza che a ogni angolo di strada ci sono menti brillanti, le bellezze architettoniche e intellettuali che si assorbono anche nell' ultimo angolo di Cannaregio fanno venire le lacrime agli occhi.
Gli spostamenti in vaporetto sono quello che sono, urge avere pazienza, o affittare una barca privata. D’altro canto, tutti gli sforzi sono ampiamente ripagati quando si fa ingresso nei giardini della Biennale: nei dettagli estetici dei singoli padiglioni si riconoscono le caratteristiche proprie delle nazioni che rappresentano, ogni tanto tra gli alberi fitti si viene abbagliati da un luccichio che significa mare oltre la siepe.
Passeggiando tra i vialetti in ghiaia che collegano gli edifici è facile incappare in un atleta che si allena per trenta minuti su un tapis roulant, ricavato capovolgendo un carro armato; entrando nel padiglione americano adiacente si può assistere alle performance di ginnaste professioniste, in esibizione su certi sedili di prima classe usurata dell'American Airlines, si possono pure ascoltare le note armoniose di un organo/bancomat che esulta per un prelievo: questo è il risultato della creatività di Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla, duo portoricano, coppia anche nella vita, a rappresentare gli Stati Uniti.
L'Austria è austera ed elegante come sempre, il lavoro di Markus Schinwald è tra i miei preferiti: attraverso diverse tecniche, spaziando dalla pittura a esperimenti filmici, analizza il corpo e le gestualità umane, destabilizzando l' interno dello spazio, quasi a suggerire una certa ricerca al visitatore. E poi Francia, Corea, Giappone, Svezia, Inghilterra…Se si decide di addentrarsi nella video-arte ci si può perdere in storie di un Obama danzante nella piazza assolata davanti al Museo della Regina Sofia a Madrid, video-opera di Martin Sastre, o contemplare "The Clock" di Christian Marclay, capace di creare un racconto da immagini di orologio estrapolate da molteplici scene di film; Omer Fast, artista israeliano, affascina con riprese mozzafiato da elicottero, preludio alla medesima narrazione, sviluppata cambiando di volta in volta particolari interni.
Senza accorgersene, in un attimo ci si trova in una stanza in cui la gente diventa l'opera, grazie alla plastilina messa a disposizione da Norma Jeane, nom de plume dietro cui si cela in realtà un uomo; è facile farsi fotografare accanto a gigantografie-autoritratto di Cindy Sherman travestita, o ammirare una enorme scultura ispirata al "Ritratto delle Sabine" del sedicesimo secolo, ricreata in cera da Urs Fisher, che anche se non lo si nota, lentamente si sta sciogliendo: la statua è infatti un'enorme candela (l'etichetta sul muro definisce le dimensioni dell' opera come "variabili").
Una citazione speciale per Regina Josè Galindo, dal Guatemala, che dopo essersi fatta otturare in oro alcuni denti, ha messo in mostra in una teca di vetro proprio queste capsule preziose, estratte da un dentista europeo, a denunciare da un lato la caducità dei beni materiali, dall'altro la metafora delle spoliazioni colonialiste delle ricchezze sudamericane.
All'interno di una così vasta concentrazione di qualità, è quasi imbarazzante visitare il padiglione italiano, giustamente criticabile e criticato. Ma tanto noi la Biennale la ospitiamo, va già bene così, o forse no? Per fortuna che mi imbatto in Rick Owens e signora, e per fortuna che l’Italia è rappresentata anche e soprattutto da Maurizio Cattelan e Monica Bonvicini, giusto per citare due nomi. Il morale torna subito su!
Nota negativa per l'ansia da party, che può rivelarsi dannosa, e scalfire una certa fetta di piacere. Anche se, ad essere onesti, è un peccato non presenziare quando si hanno per le mani eventi notturni in battello, o su isole misteriose, o dentro palazzi magnifici, per poi finire immancabilmente le serate nelle sale del "Bauer" o dello chiccoso "Bungalow 8". Devo ammettere che non si vede l' ombra di esibizionismi esagerati o drammi psicotici da troppo stress: eccentricità sì, ma mai fine a se stessa. Si conversa, si beve, ci si confronta... ci si guarda anche, ma non con quell' occhio competitivo, quasi di sfida silenziosa, tipico di altri contesti.


