RANDOM JOY
«A 10 ANNI PARLAVO SOLO DI CARAVAGGIO»
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La tua è un’arte che certo non passa inosservata. Estremamente moderna e innovativa, ma al contempo classica, “cupa”, quasi sofferta come un dipinto del Caravaggio. E’ una definizione in cui ti riconosci?
Mi fa molto piacere che tu ritenga non passi inosservata. Diciamo che quello è il primo obbiettivo, poi, sì, sicuramente Caravaggio c'entra moltissimo, è stato il primo colpo emotivo rilevante che l'arte classica (altri tipi di arte non mi hanno mai interessato) mi ha inferto. L'ho scoperto in un libro, quando avevo sette anni: è stata una folgorazione, sono sicuro che la mia vita abbia preso la forma che ha per l'incontro con quella immagine. La tonalità “cupa e sofferta” è stata sempre la caratteristica dominante di tutti i mei lavori, fin dall'inizio, non so perchè, sto ancora cercando di capire...Hai sempre voluto fare l’artista fin da bambino?
Si da sempre. A sei anni volevo andare a lavorare in un laboratorio di scultura decorativa per imparare a scolpire il marmo: non mi hanno voluto, ma io non mi capacitavo del perché a quel tempo. Poi a sette anni, dopo aver visto Caravaggio, ho cominciato a dipingere a olio: solo immagini religiose, crocefissioni, annunciazioni e resurrezioni. Tutto questo nonostante la mia famiglia non avesse frequentazioni con qualsivoglia chiesa o culto.
A nove anni ho cominciato a vendere i miei primi quadri, alcuni anche di grandi dimensioni, a 10, 20.000 lire l'uno, e finalmente ho iniziato a frequentare lo studio di un anziano pittore, un frate (fra Terenzio) del convento dei frati minori di Lonigo che mi ha dato una impostazione molto seria di disegno accademico e che non finirò mai di ringraziare per questo. Partecipavo anche alle mostre di pittura delle sagre del paese dove sono cresciuto. Mi sembrava di essere un professionista ormai... Chissà che impressione dovevo fare: ero un bambino di 10-11 anni che non faceva altro che parlare di Caravaggio, Grunewald, Pontormo, Durer, Cosme' Tura e Michelangelo...Sei nato a Verona, hai vissuto a Milano e Venezia, ed ora sei trapiantato a New York. Quanto c’è dell’Italia nella tua arte e nel tuo modo di essere artista?
Penso che quello che faccio sia in tutto e per tutto il frutto dell'essere cresciuto in un territorio come quello italiano (la campagna Veneta in particolare), e mi ritengo fortunatissimo per questo rispetto ai miei colleghi non italiani. Ho avuto modo di formare la mia “consciousness” a contatto con le opere di Palladio, Michelangelo, Sanmicheli, Rosso Fiorentino, Piero della Francesca, Mantegna, non solo sui libri ma interamente circondato dalle stesse presenze e luoghi.
Quando sei di fronte ad un quadro di Giovanni Bellini, per esempio il “Battesimo a Santa Corona” a Vicenza, hai appena lasciato fuori dal portone della chiesa i colli berici che circondano la città e di nuovo li ritrovi tali e quali in un quadro dipinto in modo meraviglioso, poi esci e tutto quello che hai intorno splende della bellezza che quella tela emana. E così capisci la funzione profonda del quadro classico che sta nel dare senso alle cose, nel renderle sacre, luminose. Elimina questa funzione (e lo fai decostruendo il linguaggio figurativo dell'opera d'arte nell'ambito dell'ideologia iconoclasta dell'arte contemporanea) e tutto diventa irrimediabilmente nulla, insensato e quindi manipolabile.Rimpiangi mai il “bel paese”?
Non rimpiango l'Italia perchè è solo qui che riesco, o posso sperare, di dare luogo ai miei progetti.
In Italia è impossibile: il sistema dell'arte è in mano a una schiera di persone la cui funzione sembra essere quella di “modernizzare” il paese cercando di negare il patrimonio di conoscenza viva che rappresenta a livello mondiale.
Naturalmente il ritardo e la miopia delle “menti” italiche è tale che li rende incapaci di riconoscere il potenziale enorme e rivoluzionario che il nostro paese potrebbe rappresentare come è. Per cui per il momento non rimpiango proprio nulla... L'arte in italia è suicida.La tua arte mischia con mestria tradizione e contemporaneità: fumetto, immaginario fantasy, videogames… Uno scenario surreale e, per l’osservatore, spiazzante.
Il livello narrativo del mio lavoro sta nel riportare nello spazio del quadro tutte quelle immagini che sono state nel corso degli ultimi due secoli, espunte da quel territorio: il risultato è spiazzante perchè la logica perbenista, nichilista e “Monoteista”, che vige nel campo dell'arte contemporanea ritiene che la battaglia iconoclasta contro le immagini sia stata ormai vinta del tutto e che “quello che faccio” sia del tutto inaccettabile.
Le vere immagini (quelle disegnate e dipinte) sono state relegate nel campo delle subculture e dell'entertainment, il quadro è il luogo del sacro dell'occidente e vedere tutto il lavoro di costruzione che faccio per renderlo vivo e rilevante disturba sicuramente non pochi.
Non che l'arte contemporanea ufficiale non si occupi di cultura popolare, ma è che l'atteggiamento profondo che la caratterizza in questo senso è quello, inevitabilmente, dello svuotamento di senso e della distanza critica.Giovinezza e morte. Come nella tela “The death of James Dean”, ma non solo. Tema ricorrente, celato, sottointeso o sbattuto in faccia senza pudore e pietà. Qual è il messaggio?
Quel quadro per esempio viene da un disegno di Andy Warhol fatto appena dopo l'incidente mortale di James Dean. Mi ha colpito moltissimo la posizione del collo, la testa rivolta verso l'alto e l'occhio che scivola verso il basso, che ti guarda ma non vede. Ecco, è una immagine autentica, ed ho voluto riviverla nel processo di realizzazione, e siccome osservare un quadro, e ancora di più osservarlo nel mentre lo si costruisce, è il modo più profondo di vivere dentro di se, neurologicamente, quel corpo, questo è un lavoro che induce a esperire la morte come possibilità nella vita, che quindi fa luce sulla vita stessa.C’è qualcosa che ancora non hai sperimentato nell’arte? Una soddisfazione che ancora aspetti di toglierti?
Finora sento di aver fatto solo una minima parte di quello che ho in mente. Sono sempre stato molto ambizioso e sto lavorando per dar corpo a dei progetti molto complessi che sono stati sempre il mio reale obiettivo fin da quando ero bambino. Spero di farcela. Il problema sta tutto nel riuscire a comprarsi il tempo necessario a metterli in piedi...